Il 10 aprile 1890 muore a Forlì dopo una breve malattia AURELIO SAFFI (70 anni) politico, avvocato, scrittore, Patriota Risorgimentale e Triumviro della Repubblica Romana del 1849.

Saffi nacque in una famiglia dell’antica buona borghesia forlivese. Si laureò in giurisprudenza a Ferrara nel 1841 e si trasferì subito dopo a Roma per esercitare l’attività di avvocato. Contemporaneamente si dedicò a profondi studi letterari e storici. Tornato a Forlì ( che si trovava nello Stato della Chiesa) nel 1844 iniziò la sua attività politica come consigliere comunale e segretario provinciale.

Saffi cominciò, grazie a suoi studi, ad emanciparsi dal suo originario ambiente religioso e politico maturando idee liberali che lo portarono a guardare con simpatia ai vari moti che in varie parti della penisola, specialmente in Romagna e nel Napoletano, erano diretti a risvegliare negli Italiani il senso della libertà, al punto che nell’aprile del 1846, pubblicò una requisitoria contro il malgoverno clericale della Romagna.

Nonostante tutto Saffi accolse con entusiasmo le prime iniziative riformatrici di Pio IX ma, deluse le aspettative riposte nel pontefice, si avvicinò a MAZZINI diventandone uno dei più intimi amici ed uno dei maggiori sostenitori della causa repubblicana e della  “fede” mazziniana, alla quale rimase fedele fino alla morte.

Nel dicembre del 1848 scrisse il Programma formulato dall’Assemblea dei circoli adunata in seduta generale in Forlì, dopo gli “straordinarî casi di Roma e la partenza del pontefice“,  dove s’invocava la necessità di quell’assemblea costituente italiana che era stata proclamata da GIUSEPPE MONTANELLI (1813- 1861) in Toscana, ma che già prima era stata invocata da Mazzini.

Subito dopo si coinvolse in pieno nella straordinaria esperienza della REPUBBLICA ROMANA del 1849. Eletto deputato alla Costituente per la sua città nativa, Saffi andò a Roma alla fine di gennaio del 1849 e fu presente alla seduta dall’8 al 9 febbraio, in cui fu proclamata la Repubblica. Due giorni dopo fu nominato ministro dell’Interno e il 29 marzo, insieme con Mazzini e con CARLO ARMELLINI (1777- 1863), acclamato Triumviro.

Caduta la Repubblica, l’11 luglio 1849 prese la via dell’esilio, e dopo varie peregrinazioni andò a Ginevra (15 agosto 1849), poi a Losanna, dove visse insieme a Mazzini. Qui cominciò a scrivere una storia di Roma che rimase incompleta e collaborò all’Italia del popolo, giornale mazziniano. Nell’aprile del 1851 dovette  lasciare la Svizzera per Londra, dove nel frattempo si era trasferito  Mazzini e con cui continuò a vivere insieme.

Nel 1852  Saffi tornò in Italia e organizzò dei moti rivoluzionari a Milano e in Romagna. Fallito il progetto venne  condannato in contumacia a vent’anni di carcere e riparò ancora in Inghilterra tra il 1853 e il 1860: al suo ritorno in patria fu nominato direttore del Popolo d’Italia, fondato nel 1860 da Mazzini.

 

Giorgina Saffi

A Londra Saffi sposò, nel 1857, GIORGINA JANET CRAUFURD, da allora nota come Giorgina Saffi (1827- 1911), ardente mazziniana ed esponente del movimento femminista risorgimentale italiano. Ebbero quattro figli, tutti maschi.

Saffi divenne deputato nel 1861, si dimise per protesta dopo i fatti dell’Aspromonte (29 agosto 1962) e tornò a Londra dal 1864 fino al 1867, quando si stabilì definitivamente nella villa della campagna di San Varano (una frazione di Forlì).

Sin dagli anni settanta Saffi avviò una capillare e solida infiltrazione dei repubblicani negli organi direttivi delle città, a partire da Forlì, dove il consiglio comunale, la direzione della banca popolare, la direzione delle Opere pie divennero centri gestiti dai repubblicani. L’ampio disegno organizzativo di Saffi toccò i ceti produttivi urbani, le professioni, i contadini, la classe operaia, ma anche il mondo femminile per il quale mostrò una attenzione del tutto particolare e alla cui organizzazione si dedicò sua moglie, Giorgina.

Nell’agosto del 1874 fu arrestato a Rimini insieme con altri esponenti repubblicani con l’accusa di partecipazione ad un’insurrezione di stampo antimonarchico da cui fu successivamente  prosciolto. A Forlì promosse, subito dopo la morte di Mazzini il 10 marzo 1872, la fondazione del Circolo Giuseppe Mazzini, di cui fu anche il primo presidente. Il Circolo poi divenne un centro di iniziativa politica a livello nazionale per diffondere i valori del pensiero mazziniano e repubblicano. Tra le altre cose Saffi fu anche un fervente massone.

Nel 1877 si trasferì a Bologna, dove divenne docente di Diritto pubblico presso l’università locale. Ma la sua occupazione più importante fu la cura della memoria storica di Mazzini raccogliendone gli scritti editi ed inediti e la loro pubblicazione fino alla sua morte, nella sua casa di Forlì, a 70 anni: la sua opera sarà continuata, con grande passione, da sua moglie Giorgina e poi da alcuni figli. I resti di Saffi riposano nel Cimitero Monumentale di Forlì.


Così Saffi rievocò l’incontro con Mazzini, al tempo della Repubblica Romana del 1849, in un suo scritto del 1882:

“Al guardo aperto e sorridente, alla fronte ampia e serena, all’aspetto umano e gentile e alle parole liberamente cortesi, vôlte senz’altro alle cose del Paese, io mi sentii come in compagnia d’amico conosciuto da tempo; e si formò in breve fra noi quel legame d’affetto che più non si sciolse per volger d’anni e vicende.

E ciò che più mi strinse a Lui fu la inconscia Virtù che lo rendeva alieno da ogni pensiero di sé medesimo dinanzi al dovere di consacrarsi tutto al grande intento che gli occupava il core e la mente. D’onde la perfetta semplicità della sua vita, al tutto spoglia di volgari ambizioni.”


Il 25 gennaio del 1865 fu pubblicata una lettera di Saffi, inviata da Londra, alla direzione del giornale L’Unità Italiana in cui veniva ricordata la straordinaria esperienza della Repubblica Romana del 1849. Fra l’altro così scrisse Saffi:

“… non mancano oggi all’Italia, come non mancarono a Roma nel 1849, le capacità di una robusta esistenza ; sibbene, fra gli uomini, che l’ordine delle cose presenti chiama alla direzione dello Stato, chi sappia o possa guidare quelle capacità ad alto fine.

E manca ben altro : manca, ciò che Roma possedeva nel 1849, l’intrinseca solidarietà degli uffici del governo colle tendenze del popolo, l’ unità del pensiero fra chi è retto e chi regge : è quindi la mutua fiducia. il forte volere, e quella potenza delle grandi cose e dei grandi sagrifici, che vediamo esser frutto soltanto de governi popolari. E lo vedemmo appunto in Roma, quando un grande principio e la libera forma dello Stato, operando con subita educazione sugli animi, ridestarono un popolo dall’oblio di sè stesso.

Chi aveva conosciuto Roma pochi anni innanzi, non poteva credere che quella città fosse la stessa. Moltitudini, avvezze a piegare la mente e il ginocchio alla signoria dei preti, si mostrarono di gran cuore; i dappoco divennero virtuosi, gli umili grandi.

Roma, repubblicana, risorgendo sulle rovine morali del Papato in nome dell’unità d’Italia, sentiva la grandezza del fatto eh’ essa iniziava. Le tradizioni del suo passato le rispondevano come simbolo dell’ avvenire. Essa sapeva, che venti secoli non hanno stancato l’ammirazione del mondo per la sua Storia ; che i sapienti istituti della sua antica libertà e la eguaglianza civile delle sue leggi furono il seme dell’ incivilimento moderno ; che ogni terra è piena de’ suoi vestigi; e che se l’Impero e il Papato ebbero in lei fondamento, essa è, per questo medesimo, destinata a sciogliere colle sue rivoluzioni dalle forme del passato la vita dell’avvenire.

Questa era la fede di quelli che morirono combattendo per essa nel 49, e sono sepolti là fra la polvere de’ suoi antichi; questo sentiam noi, testimoni di quella forte manifestazione del pensiero italiano. E tal fede vinceva la certezza di cadere nella lotta ineguale…”

 

Vedi:  Pensiero Urgente n.268)


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