Il 7 aprile del 1926 muore in un ospedale di Cannes (Francia) per le gravi conseguenze fisiche subite dopo le bastonature da parte dei fascisti GIOVANNI AMENDOLA (44 anni) politico, giornalista, accademico e antifascista.

Amendola nacque a Napoli nella famiglia di un carabiniere con cinque figli e presto si trasferì a Firenze e poi a Roma. A quindici anni s’iscrisse alla gioventù socialista. La repressione ordinata dal governo nel 1898 impose lo scioglimento di molte sedi socialiste in tutta Italia e Amendola venne arrestato per aver voluto impedire la chiusura della sede romana.

Dopo un breve periodo nella Massoneria nel 1909 si stabilisce con la sua famiglia a Firenze dove dirige la Biblioteca Filosofica pubblicando vari libri filosofici. Mentre si laureava in filosofia collaborò con vari giornali e nel 1914 ottenne una cattedra di filosofia a Pisa. Partecipò alla prima guerra mondiale di cui era assertore convinto e nel 1919 è eletto deputato per il partito Democrazia Liberale.

Venne rieletto alla Camera nel 1921 ed entrò nel gruppo parlamentare di Democrazia unitaria. Poi lasciò la collaborazione con il Corriere della Sera per fondare un nuovo quotidiano:  nel 1922 vide la luce “Il Mondo“ destinato a diventare in breve tempo una delle voci più autorevoli della stampa democratica ( sarà soppresso dal fascismo nel 1926). Proteso ad unificare i vari gruppi liberaldemocratici in Parlamento, sempre nel 1922  Amendola fondò il Partito della Democrazia Sociale.

Poi si alleò con Francesco Saverio Nitti  e fondò il Partito democratico italiano (giugno 1922) a cui aderirono 32 deputati.  Dopo la Marcia su Roma dell’ottobre del 1922 e l’insediamento del governo Mussolini (16 novembre 1922) Amendola scelse una linea di ferma opposizione. Difese con forza la libertà del Parlamento e si schierò decisamente contro il governo Mussolini non accettando le posizioni di compromesso che avanzano altri esponenti della classe dirigente liberale.

Le sue posizioni critiche verso il regime gli valsero frequenti intimidazioni e aggressioni fino a giungere all’aggressione fisica quando fu bastonato da quattro fascisti e ferito alla testa il 26 dicembre 1923 a Roma. Amendola fu un prototipo dell’ opposizione costituzionale al fascismo. Un intellettuale. Un filosofo. Un borghese: qualità che gli veniva rimproverata dai fascisti come un indice della sua ambiguità nello schierarsi «a sinistra».

Dopo le elezioni del 1924 divenne uno dei maggiori esponenti dell’opposizione al fascismo e diede vita all’Unione meridionale trasformata poco dopo in Unione Nazionale, uno dei più importanti partiti antifascisti e che nel 1925 assumerà il nome di Unione Nazionale Democratica, in cui muoveranno i primi passi d’impegno politico antifascista molti futuri membri di Giustizia e Libertà e del Partito d’Azione.

L’ispirazione della politica di Amendola era liberal-democratica. Dopo il delitto METTEOTTI sempre nel 1924 Amendola coalizzò le opposizioni (socialista cattolica e liberale) nella famosa “Secessione dell’Aventino” nella quale i parlamentari democratici rifiutarono di continuare a partecipare ai lavori del Parlamento fino a quando non fosse stata ripristinata la legalità.

Insieme al socialista FILIPPO TURATI (1857- 1932) promosse una linea di opposizione non violenta al governo confidando che dinnanzi alle responsabilità del fascismo nella morte di Matteotti il re si sarebbe deciso a nominare un nuovo governo. Ma la “Secessione” non ottenne i risultati sperati. Con Benedetto Croce ed altri intellettuali Amendola pubblicò nel 1925 sul “Mondo” il Manifesto degli intellettuali antifascisti.

Questa coraggiosa scelta aggraverà le minacce fasciste e gli agguati anche su richiesta stessa di Mussolini ( cosciente del pericolo che l’azione politica ed intellettuale di Amendola rappresentava per il fascismo) insieme ad una lunga serie d’intimidazioni rivolte anche al figlio Giorgio e alla redazione de Il Mondo. Di fronte all’ insistenza di Amendola nel denunziare il clima d’ intimidazione nel quale viveva l’ Italia, il gerarca Roberto Farinacci esclamò: «Abbiamo il torto di non avervi fucilato».

Amendola subì una seconda aggressione a Roma, in via dei Serpenti, il 5 aprile 1925, poi un’altra ancora, ben più grave, il 25 luglio, sulla strada fra Montecatini e Pistoia. L’agguato del 25 luglio del 1925 avvenne a Pieve a Nievole (Pistoia)  organizzato dallo squadrista Carlo Sforza, futuro segretario del Partito nazionale fascista.

Ammalatosi in seguito alle percosse, si recò a due riprese in Francia. Sempre malandato in salute, rientrò in Italia dove, ai primi di dicembre, sciolse di fatto l’Unione nazionale. Subito dopo Amendola decise di farsi curare a Parigi dove venne operato e per favorire il decorso post-operatorio i familiari lo trasferirono a Cannes dove, mai ripresosi completamente, morì il 7 aprile del 1926.

Amendola lasciò una moglie e quattro figli, tra cui il futuro dirigente comunista e importante responsabile della Resistenza GIORGIO AMENDOLA (1907- 1980). I resti di Amendola riposano nel cimitero di Poggioreale a Napoli, dietro questa epigrafe: “Qui giace Giovanni Amendola, aspettando”.

Giovanni Amendola  fa parte di coloro che potremmo definire i “protomartiri” dell’antifascismo insieme a SPARTACO LAVAGNINI ( 1921), don GIOVANNI MINZONI (1923), GIACOMO MATTEOTTI (1924), PIERO GOBETTI (1926) ed altri.


Così scrisse Giovanni Amendola sul Mondo il 2 novembre del 1923:

“Veramente la caratteristica più saliente del moto fascista rimarrà, per coloro che lo studieranno in futuro, lo spirito “totalitario”, il quale non consente all’avvenire di avere albe che non saranno salutate col gesto romano, come non consente al presente di nutrire anime che non siano piegate nella confessione “credo”. Questa singolare “guerra di religione” che da oltre un anno imperversa in Italia non vi offre una fede [... ] ma in compenso vi nega il diritto di avere una coscienza – la vostra e non l’altrui – e vi preclude con una plumbea ipoteca l’avvenire.”


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