Il 3 aprile del 1944 muore ucciso da un militare delle SS tedesche al Forte Bravetta (Roma) don GIUSEPPE MOROSINI (31 anni) presbitero e Partigiano.

Morosini nacque a Ferentino (Frosinone) in una famiglia della media borghesia: aveva un carattere vivace e propensione per la musica. Frequentò il ginnasio da allievo esterno nel seminario vescovile della sua città e in questo tempo maturò la sua scelta di farsi prete e missionario ed entrò come novizio nella Congregazione della Missione.

Dal 1930 al 1932 fu a Roma poi a Piacenza per completare gli studi teologici e venne ordinato sacerdote il 27 marzo 1937 a Roma nella basilica di S. Giovanni in Laterano. Si dedicò inizialmente alla pastorale e sul finire del 1939 tornò a Piacenza come assistente per i giovani del collegio S. Vincenzo dedicandosi contemporaneamente alla musica corale.

Agli inizi del 1942 fu inviato a Laurana (Lovran), nelle vicinanze di Fiume, presso il 4° reggimento d’artiglieria Carnaro della divisione Bergamo, impiegato dapprima nella zona di Fiume e poi in quella di Spalato durante le operazioni belliche contro la Iugoslavia e durante la fase dell’occupazione italiana. Nell’autunno del 1942 fu inviato a svolgere attività pastorale nelle regioni montuose della Sabina avendo come base la città di Avezzano. Svolse il suo compito in mezzo a notevoli difficoltà, muovendosi durante l’inverno tra i vari centri abitati.

Tornato a Roma, in seguito al bombardamento della capitale del 19 luglio 1943, fu incaricato di dirigere una struttura di accoglienza per bambini rimasti orfani o senzatetto e in seguito all’armistizio dell’8 settembre e all’occupazione tedesca di Roma, si impegnò per assistere i feriti dei combattimenti di porta S. Paolo e per accogliere i superstiti e i militari italiani in fuga, utilizzando le strutture del collegio Leoniano, dove lui stesso risiedeva.

Nello stesso edificio fece portare e nascondere le armi recuperate. Entrò quindi in contatto con le nascenti formazioni resistenziali soprattutto la Banda Fulvi guidata dal tenente FULVIO MOSCONI che operava nella parte settentrionale della capitale, nella zona di Monte Mario, e fu una delle più attive bande militari interne.

Morosini divenne cappellano della banda, ma nel giro di brevissimo tempo, spinto da un profondo senso patriottico, allargò il raggio delle sue attività. Curò personalmente o coordinò, fra l’altro, la fabbricazione e la distribuzione di documenti falsi – annonari o di identità –, il recupero e la custodia clandestina di armi, ma soprattutto la raccolta di informazioni con un’opera capillare di perlustrazione del territorio, specialmente seguendo la via Casilina, che portava non solo a Ferentino e a Frosinone, ma direttamente alle spalle della linea Gustav.

Morosini inoltre si impegnò personalmente nel salvataggio degli ebrei che, dopo il rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, avevano trovato rifugio nella vicina chiesa di S. Maria in Campitelli, In quei mesi Morosini si mise anche a disposizione per soccorrere sia i militari alleati caduti prigionieri o in pericolo perché trovatisi al di qua delle linee tedesche, sia i civili perseguitati.

Ma su Morosini si stava tuttavia focalizzando l’attenzione della Gestapo e dei suoi collaboratori fascisti, che prepararono una trappola nella quale farlo cadere grazie soprattutto per la denuncia di un delatore, un certo Dante Bruna, infiltrato della Gestapo tra i partigiani di Monte Mario, che ottenne in compenso 70 mila lire.

Il frontespizio originale della Ninna Nanna composta da don Morosini

La mattina del 4 gennaio 1944, tornando dalla casa di Bruna, che gli aveva offerto a basso prezzo armi e munizioni, Morosini, ormai giunto al collegio Leoniano in via Pompeo Magno 21, fu sorpreso dalle SS  e arrestato, insieme all’amico MARCELLO BUCCHI, destinato a morire nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Le perquisizioni al Leoniano fecero rinvenire altre armi per cui  Morosini  fu condotto al tribunale di guerra tedesco in via Lucullo e poi trasferito nel carcere di Regina Coeli, dove fu rinchiuso nel terzo braccio. Ne uscì per essere sottoposto a violenti interrogatori, presso il tribunale tedesco insediato nell’albergo pensione Flora in via Veneto e forse anche presso gli uffici della Gestapo in via Tasso.

A Regina Coeli ebbe il divieto di celebrare la messa ma si faceva sentire dagli altri detenuti recitando il rosario ad alta voce. Cercò di sollevare il suo spirito con la sua vecchia passione musicale coinvolgendo in cori i suoi compagni di detenzione.

Morosini strinse una forte amicizia con EPIMENIO LIBERI,  ( un commerciante pesarese che aveva partecipato ai combattimenti a Porta San Paolo il 10 settembre 1943 e che era entrato nella Resistenza nelle file del Partito d’Azione)  che si trovava nella sua stessa cella. La moglie di Liberi era in attesa del terzo figlio e don Morosini scrisse in carcere, per il bambino che doveva nascere, una struggente Ninna Nanna per soprano e pianoforte. Liberi fu ucciso alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.

Il 22 febbraio Morosini fu processato dal tribunale tedesco insieme a Bucchi  e dopo essere riuscito a non confessare i nomi dei suoi compagni fu condannato alla pena capitale insieme al suo compagno di lotta. La S. Sede cercò di ottenerne la salvezza, ma la domanda di grazia fu respinta da Albert Kesselring, su ordine proveniente direttamente da Berlino.

Il personaggio di don Pietro interpretato da Aldo Fabrizi nel film Roma città aperta

La mattina del 3 aprile 1944, al cappellano capo di Regina Coeli entrato nella sua cella per prepararlo alla fucilazione, Morosini dichiarò: «Monsignore, ci vuole più coraggio per vivere che per morire»; dopo di che si fece confessare e ottenne di poter finalmente celebrare la sua ultima messa.

Dopo fu condotto a Forte Bravetta per essere fucilato. Ma diversi componenti del plotone italiano di esecuzione non osarono colpirlo e spararono in aria o di lato, tanto che si rese necessario l’intervento irato dell’ufficiale delle SS che li comandava per finirlo con due colpi alla nuca.

Nello stesso anno 1944, il regista Roberto Rossellini si ispirò alla sua figura e a quella di don PIETRO PAPPAGALLO (1888- Fosse Ardeatine 24 marzo 1944) per realizzare il personaggio di don Pietro, interpretato da Aldo Fabrizi, nel celebre film Roma città aperta. I resti di don Morosini riposano dal 1954 a Ferentino nella cappella-sacrario delle vittime militari di tutte le guerre, nella chiesa di S. Ippolito.

Così lo ricordò anni dopo SANDRO PERTINI, anche lui a quel tempo detenuto a Regina Coeli:

Detenuto a Regina Coeli sotto i tedeschi, incontrai un mattino don Giuseppe Morosini: usciva da un interrogatorio delle SS , il volto tumefatto grondava sangue, come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà: egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. La luce della sua fede. Benedisse il plotone di esecuzione dicendo ad alta voce: “Dio, perdona loro: non sanno quello che fanno”, come Cristo sul Golgota. Il ricordo di questo nobilissimo martire vive e vivrà sempre nell’animo mio”.


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