Il 15 febbraio 1926 muore a Neuilly-sur-Seine (Francia) per le conseguenze di  feroci aggressioni fasciste PIERO GOBETTI (25 anni) politico, scrittore, giornalista ed uno dei più importanti antifascisti.

Gobetti, figlio unico,  nacque a Torino da una famiglia di estrazione contadina e che svolgeva una piccola attività commerciale. Mostrò da subito una forte precocità intellettuale e fin dai tempi del liceo classico, che frequenta a Torino, matura un profondo senso della Patria grazie all’incontro con ottimi professori ( come AUGUSTO MONTI) e soprattutto con GAETANO SALVEMINI.

Gobetti appariva serio ma non pedante, anzi esuberante e così si descrisse del 1922:

“Credo di poter riconoscere le mie qualità più innate in una fondamentale aridezza e in una inesorabile volontà. […] Ho l’anima e l’inquietudine di un barbaro, con la sensibilità di un cinico; la storia non mi ha dato eredità di sorta; l’ambiente in cui son vissuto non mi ha offerto comunicazioni, non ha alimentato i miei problemi; non devo nulla a nessuno. […] Cinico perché arido, forte perché solo e spregiudicato”

Appoggiò l’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale e s’iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dove uno dei suoi professori, Luigi Einaudi, farà definitivamente maturare in lui una profonda attenzione al liberalismo, al liberismo e al libertarismo. Attraverso dei primi periodici studenteschi che fonda porta avanti una decisa critica verso una classe politica che considera incolta e avida. Come scriverà CARLO LEVI Gobetti sente il bisogno di partecipare in prima persona ai dibattiti politici e intellettuali contemporanei.

Scrive nel suo diario il 23 agosto 1919:

«Com’è vasta la cultura che devo conquistare! E non basta conquistare il vecchio. Sono giovane e devo anche produrre creare quel po’ che si può creare. [...] Ho tutta la vita davanti per sedermi in campagna davanti al camino a mangiare pane e noci. Ho una responsabilità. Devo espormi in prima persona…”

Sul periodico Energie Nove, che aveva fondato nel 1918, portò avanti serrati approfondimenti sui pensieri politici del suo tempo e soprattutto sulla Rivoluzione russa e sul socialismo, stringendo una forte amicizia con ANTONIO GRAMSCI. Scriverà nel 1920 alla futura moglie ADA PROSPERI (1902- 1968):

“Io seguo con simpatia gli sforzi degli operai che realmente costruiscono un ordine nuovo. Non sento in me la forza di seguirli nell’opera loro almeno per ora. Ma mi par di vedere che a poco a poco si chiarisca e si imposti la più grande battaglia del secolo. Allora il mio posto sarebbe dalla parte che ha più religiosità e spirito di sacrificio.”

Quando ai primi di settembre del 1920 la FIAT e le altre maggiori fabbriche torinesi sono occupate dagli operai Gobetti scrive:

«Qui siamo in piena rivoluzione… La rivoluzione si pone oggi in tutto il suo carattere religioso…  Si tratta di un vero e proprio grande tentativo di realizzare non il collettivismo ma una organizzazione del lavoro in cui gli operai o almeno i migliori di essi siano quel che sono oggi gli industriali».

Il 12 febbraio 1922 fondò la rivista ” La Rivoluzione liberale” e nel 1924 pubblicherà “La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia” la sua opera più importante. Tutti i suoi libri ( editi in proprio già dal marzo 1923) riportano in copertina un motto ( che gli aveva suggerito il Augusto Monti) scritto in greco in modo circolare che recita testualmente “Cosa ho a che fare io con gli schiavi ?“. Un motto che racchiude il programma della sua vita.

I tratti della personalità di Gobetti erano caratterizzati da una forte convinzione morale e da una decisa  intransigenza nella militanza intellettuale e politica;  cercava di preparare i giovani alla lotta delle idee, per dar loro un’educazione politica, piuttosto che mirare a costituire un partito teso solo a conseguire risultati immediati sul terreno politico.

La lucidità del suo pensiero, le proposte illuminate per una classe politica che raccogliesse l’eredità del Risorgimento e la mettesse in rapporto con la novità dei movimenti politici di massa, il suo perentorio invito affinchè il popolo comprendesse l’importanza di contribuire attivamente nello Stato e di imparare il “valore dell’onestà”, la sua concezione della lotta di classe come strumento di formazione di una nuova élite e come una via di rinnovamento popolare, tutto questo lo rese uno dei più acerrimi nemici del fascismo.

Gobetti si rifiutò sempre di considerare il fascismo un “incidente di percorso” della storia italiana ma lo definì con estrema fermezza un’autobiografia della nazione, cioè un’espressione del carattere degli italiani.

La sua puntuale analisi della situazione italiana scosse perfino Mussolini che lo considerò uno degli avversari più pericolosi da eliminare.  Infatti in un telegramma, inviato il 1 giugno 1925  da Mussolini al prefetto di Torino, si ordinava di “rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo“.

Per questo Gobetti è costretto in diversi momenti all’esilio in Francia  e quando ritornava a Torino spesso veniva picchiato  da squadracce fasciste mentre le sue opere e riviste venivano censurate o distrutte. La nascita del figlio  Paolo il 28 dicembre 1925 rappresentò l’ultimo evento lieto della sua esistenza..

Il 6 febbraio 1926 partì per Parigi per tentare di riprendere in Francia la pubblicazione dei suoi periodici ma le conseguenze delle aggressioni fasciste, che avevano provocato forti scompensi cardiaci, lo porteranno ad ammalarsi di una grave bronchite. Trasportato con urgenza in una clinica a Neuilly-sur-Seine morì il 15 febbraio. È sepolto nello storico cimitero parigino ” Pere Lachaise“.

Piero Gobetti  fa parte di coloro che potremmo definire i “protomartiri” dell’antifascismo insieme a SPARTACO LAVAGNINI (1921), don GIOVANNI MINZONI (1923), GIACOMO MATTEOTTI (1924), GIOVANNI AMENDOLA (1926) ed altri.

 

Vedi:  Pensiero Urgente n.218)


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