Il 1 febbraio 1893 muore sul treno tra Termini Imerese e Trabia (PA) ucciso con 27 colpi di pugnali da parte di sicari mafiosi EMANUELE NOTARBARTOLO ( 59 anni) banchiere e politico.

Notarbartolo nacque a Palermo in una famiglia aristocratica, i marchesi di San Giovanni. Rimasto orfano dei genitori si trasferì a Parigi nel 1857 e poi in Inghilterra:  s’interessò di economia e storia e divenne sostenitore del liberalismo conservatore, allora noto come Destra Storica.

Nel 1859 Notarbartolo si arruolò nell’Armata Sarda poi partecipò alla spedizione dei Mille nel 1860 combattendo a Milazzo. Rimasto ufficiale dell’esercito regio nel 1865 divenne responsabile della polizia urbana di Palermo. Dopo l’insurrezione di Palermo del 1866, che lo allontanò per un periodo dalla politica, nel 1873 venne eletto sindaco di Palermo.

Come sindaco attuò molte opere urbanistiche ma soprattutto si oppose al fenomeno della corruzione alle dogane e si distinse per il risanamento delle finanze comunali, fatto che gli creò molti nemici in città. Nel 1876 Notarbartolo venne nominato direttore generale del Banco di Sicilia ( fondamento dell’economia siciliana) che si trovava sull’orlo del fallimento: la nomina di Notarbartolo fu anche frutto di dinamiche politiche che lo volevano lontano dall’amministrazione cittadina.

Il suo impegno per bloccare il fallimento del Banco evitò di far precipitare l’economia siciliana: crollo che avrebbe determinato  conseguenze drammatiche che avrebbero pagato soprattutto i ceti medi e poveri. Il suo lavoro al Banco di Sicilia (attraverso una stretta creditizia, in contro tendenza con la finanza allegra dei suoi predecessori) iniziò però a inimicargli molta gente: infatti il consiglio della banca era composto principalmente da politici molti dei quali legati alla mafia palermitana e ai latifondisti.

Allora per intervento del governo di Agostino Depretis (Sinistra storica) gli vengono affiancati nel Cda due personaggi a lui ostili, tra cui il parlamentare Raffaele Palizzolo, per frenare il suo impegno di risanamento del Banco. Palizzolo era colluso con la mafia palermitana da anni e le sue speculazioni avventate avevano creato non pochi screzi con Notarbartolo. Il governo Crispi ( Sinistra storica) dimissionò poi Notarbartolo nel 1890 non riconoscendogli neanche la pensione.

Ma la sua presenza nel mondo politico ed economico palermitano e la sua onestà e probità rimasero un pericolo per gli interessi mafiosi e della politica corrotta che ne decretarono l’uccisione nel 1893. Notarbartolo nel gennaio 1893 aveva espresso, infatti,  la volontà di rendere spontanee dichiarazioni alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta in merito alle malversazioni attorno al Banco di Sicilia per cui il 1 febbraio, mentre si trovava su una carrozza di prima classe del treno della linea Termini Imerese – Palermo, venne ucciso con 27 coltellate da due sicari mafiosi e scaraventato giù dal finestrino, all’altezza di Trabia.

La notizia sulla stampa dell'epoca

Nel 1899 la Camera dei Deputati autorizzò il processo contro Palizzolo come mandante dell’assassinio e nel 1902 venne giudicato colpevole e condannato a 30 anni di reclusione ma la Cassazione annullò la sentenza di Bologna e nel nuovo processo che si tenne nel luglio 1904 fu assolto dalla Corte d’Assise di Firenze per insufficienza di prove.

Questo caso avrebbe potuto accendere  un importante dibattito sulla situazione della mafia in Sicilia e in Italia e soprattutto sulla collusione tra mafia e politica ma tutto venne pian piano silenziato grazie anche all’assoluzione di Palizzolo e il delitto passò come probabile opera di balordi qualsiasi. Palizzolo ritornò da Firenze a Palermo acclamato dal popolo.

L’omicidio di Notarbartolo viene considerato il primo delitto “eccellente” di Cosa Nostra e per la prima volta l’opinione pubblica di allora sentì parlare di “mafia”, termine nuovo, associato al territorio siciliano e che vedeva nell’atteggiamento omertoso degli imputati, tenuto durante tutto il corso del processo, un carattere peculiare.

I resti di Emanuele Notarbartolo, un uomo che non si è piegato alla mafia, riposano nel cimitero monumentale di Palermo Santa Maria di Gesù non lontano dalla tomba del magistrato PAOLO BORSELLINO.


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