Il 5 gennaio 1984 muore a Catania ucciso da mafiosi con cinque colpi di pistola GIUSEPPE FAVA (59 anni) giornalista, scrittore e autore di opere teatrali.

Fava nacque a Palazzolo Acreide (SI) da una famiglia di media borghesi. Nel 1943 si laureò in giurisprudenza all’Università di Catania e nel 1952 divenne giornalista professionista. Dopo aver collaborato a numerose testate regionali e nazionali nel 1956 venne assunto all’Espresso Sera di Catania di cui fu caporedattore fino al 1980.

Pur interessandosi di calcio e spettacoli cominciò ad intervistare alcuni boss di Cosa Nostra come Vizzini e Genco Russo. In seguito il proprietario di Espresso Sera non lo nominò direttore perché Fava mostrava già di essere poco controllabile. Nel 1980 gli venne affidata la direzione del Giornale del Sud di Catania in cui formò una redazione vivace e giovane ( era presente anche il figlio Claudio) che rese il giornale un quotidiano coraggioso alla ricerca decisa della verità per “realizzare giustizia e difendere la libertà”, come Fava scrisse l’11 ottobre del 1981. Il giornale cominciò a denunciare le attività di Cosa Nostra, molto attiva a Catania nel traffico di droga ( gestito da uno dei più feroci boss mafiosi: Nitto Santapaola alleato di Totò Riina) .

Succesivamente Fava prese una decisa posizione contro la base missilistica americana di Comiso ed espresse un parere favorevole all’arresto del boss Alfio Ferlito: tutto questo mentre arrivavano i nuovi proprietari del giornale che si mostrarono piuttosto deboli verso il fenomeno mafioso e ciò causò la fine della direzione di Fava. Inoltre erano iniziati gli atti di forza contro la rivista: venne organizzato un attentato dinamitardo contro Fava a cui scampò e in seguito, la prima pagina del Giornale del Sud che denunciava alcune attività di Ferlito, fu sequestrata prima della stampa e censurata mentre il direttore era fuori Catania. Fava venne licenziato e i giovani giornalisti tentarono una protesta, occupando la redazione, che non valse a nulla e che ricevette poca solidarietà. Poco dopo il giornale chiuse i battenti per volontà stessa dei proprietari

Rimasto senza lavoro, Fava si rimboccò le maniche e con i suoi collaboratori fonda una cooperativa  per poter finanziare un nuovo progetto editoriale: nel 1982, con pochi mezzi, Fava fonda il mensile I Siciliani. La rivista diventò subito un punto di riferimento per il Movimento Antimafia. Le coraggiose inchieste della rivista diventarono un caso politico e giornalistico: gli attacchi alla presenza delle basi missilistiche USA a Comiso in Sicilia, la denuncia continua della presenza della mafia nelle attività politiche ed economiche, le piccole storie di un’ordinaria delinquenza sempre più diffusa. Fava,in un dialogo con un amico nel 1982, così si espresse:

“Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare perdìo. Tanto lo sai come finisce una volta o l’altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa…  Ma a che serve vivere se non c’è il coraggio di lottare?”

Inoltre Fava portò avanti un’inchiesta-denuncia sulle attività illecite di quattro imprenditori catanesi legati alla mafia (chiamati “i 4 Cavalieri dell’Apocalisse”: Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo, Francesco Finocchiaro ) e descrisse le attività criminali di Michele Sindona. Nel frattempo egli portò avanti la sua denuncia morale e civile anche attraverso il teatro, sceneggiature di film, trasmissioni radio e televisive.

Nel 1983 Rendo, Salvo, Andò e Graci cercarono di comprare I Siciliani per poterlo controllare ottenendo solo rifiuti: I Siciliani continuò ad essere una testata indipendente. L’anno dopo la mafia decise la sua uccisione.

Alle ore 21.30 del 5 gennaio 1984 Fava stava andando a prendere la nipote che recitava in un teatro catanese. Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale e non ebbe il tempo di scendere dalla sua macchina: fu ucciso da cinque proiettili alla nuca.

Prima pagina de "I Siciliani" del 7 gennaio 1984

Inizialmente il delitto fu etichettato come passionale o economico, a causa delle difficoltà in cui versava la rivista. Anche le istituzioni e il sindaco di Catania, Angelo Munzone, oltre la polizia, seguirono queste tesi, probabilmente per evitare funerali pubblici: lo stesso sindaco ribadì che a Catania la mafia non esisteva! Il funerale, in una piccola chiesa, fu seguito da poche persone, soprattutto giovani ed operai insieme ad alcuni membri del PCI e al presidente della Regione Sicilia, Santi Nicita.

Successivamente, l’evidenza delle accuse lanciate da Fava sulle collusioni tra Cosa Nostra e i cavalieri del lavoro catanesi viene rivalutata dalla magistratura, che avviò vari procedimenti giudiziari che portarono nel 1998 alla condanna all’ergastolo di Nitto Santapaola come mandante dell’omicidio insieme ai due esecutori.  I resti di Fava riposano nel cimitero di Catania.

In un articolo scritto l’11 ottobre 1981 sul Giornale del Sud ed intitolato Lo spirito del giornale, Fava così si espresse:

“Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente in allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.”



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