Il 4 gennaio 1947 muore a Sciacca (AG) ucciso da mafiosi con una raffica di mitra ACCURSIO MIRAGLIA (51 anni) industriale, politico, segretario della Camera del Lavoro locale e dirigente comunista.

Miraglia nasce a Sciacca (PA) in famiglia di media borghesia e compie studi tecnici. Dopo essersi diplomato iniziò a lavorare al Credito Italiano di Catania e dopo un anno venne trasferito, come capo ufficio, a Milano dove conobbe parecchie personalità politiche ed uomini di cultura. A Milano rimase colpito dal pensiero anrchico socialista di Michail Bakunin (1814- 1876) e si unì al gruppo anarchico di Porta Ticinese: con loro iniziò la sua attività politico-sociale unendosi con la classe operaia che lottava per una vita più dignitosa nelle fabbriche. Licenziato per le sue lotte accanto agli operai ritornò a Sciacca dove svolse un’attività imprenditoriale ittica e divenne ricco commerciante di ferro e metalli.

Ma Miraglia rimaneva sempre fortemente in contatto con la gente, vicino ai loro problemi. Spesso diceva:

“Per la ripresa della nostra vita operativa è indispensabile rivolgersi alla terra e al mare creature come l’uomo di Dio”.

Durante la guerra si adoperò con ogni mezzo per aiutare le orfanelle del Boccone del Povero e portava loro settimanalmente moltissimi generi di prima necessità. Con i suoi soldi fece ristrutturare il vecchio orfanotrofio. Donava mille lire al mese per il sostentamento di ogni bambino, aiutava i pescatori e i contadini dilapidando parte del conto in banca. In politica Miraglia fu un forte sostenitore del Comitato di Liberazione di Sciacca creando con alcuni amici i comitati d’intesa democratica.

È in questo periodo che Miraglia cominciò a diventare parte attiva della vita politica, sia provinciale che locale, e partecipò alla costruzione della sezione locale del PCI divenendone dirigente. Riuscì a creare e a dirigere la prima Camera del Lavoro siciliana nata appunto a Sciacca: era organizzata in modo da poter esprimere al massimo lo spirito comunitario e i diritti dei lavoratori.

Una delle iniziative più voluta da Miraglia (forse la più importante e duratura in quanto proprio nel 2014 se ne è festeggiato il settantesimo anniversario) fu la fondazione della cooperativa agricola “La Madre Terra”, nata il 5 novembre 1944. Grazie a questa cooperativa Miraglia divenne la voce dell’umile gente che chiedeva l’attuazione delle leggi Gullo (1944) che destinavano alle cooperative contadine i terreni incolti appartenenti ai latifondi.

Miraglia non approfittò mai della sua posizione sociale per fini personali:, l’ultimo incarico che ebbe fu quello di presidente dell’ospedale di Sciacca e anche lì seppe agire in maniera indimenticabile, modernizzando le strutture e aprendole alla povera gente, come del resto era sua consuetudine fare.

Memorabile rimase la leggendaria occupazione delle terre a cavallo che riuscì ad organizzare per le vie del paese di Sciacca il 2 ottobre 1946: più di diecimila persone provenirono da quasi tutta la provincia di Palermo, chi a piedi, chi a cavallo, chi sui muli, chi in bicicletta. Un’eresia: Miraglia aristocratico (aveva origini nobili perchè la nonna era la duchessa Tagliavia), ricco e altolocato andava contro gli aristocratici, i ricchi e gli altolocati che non volevano saperne di cristianesimo, di marxismo, di rivoluzioni. In mezzo, i poveri contadini sfruttati come servitori della gleba. Tutto questo inevitabilmente attirò le ire dei padroni dei latifondi che ne decretarono la morte con la complicità di gabellotti mafiosi.

Il 4 gennaio del 1947 Miraglia fu colpito a morte con mitra e pistole da sicari mafiosi davanti alla porta di casa. Il delitto come tanti altri in quel periodo rimase impunito tra aggiustamenti, colpi di scena e ritrattazioni. Al suo funerale parteciparono quarantamila persone (Sciacca aveva solo ventimila abitanti). Per rendere l’ultimo saluto a Miraglia arrivarono da tutte le parti, a piedi o con la mula, in bicicletta o con la Balilla. Da Roma vennero molti parlamentari del Pci. Il figlio Nicolò, che aveva tra anni e mezzo all’epoca dell’uccisione del delitto, da tempo porta avanti con forza la memoria del padre.

Miraglia è forse l’unica vittima di mafia che, da ricco industriale, si schierò con i contadini per l’ottenimento delle terre incolte. Il suo motto, che ripeteva continuamente in ogni comizio, era: ” Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”, mutuata dallo scrittore americano Ernest Hemingway (1899- 1961) e che sarà usata dal rivoluzionario cubano Ernesto Che Guevara (1929- 1967).

Dall’ultimo comizio che Miraglia tenne a Sciacca:

“La forza dell’uomo civile è la legge, la forza del bruto e del mafioso è la violenza fisica e morale. Noi, malgrado quello che si sente dire di alcuni magistrati, abbiamo ancora fiducia nella sola legge degli uomini civili, che alla fine trionfa nello spirito dell’uomo che è capace di sentirne il “Bene”. Temiamo, invece la violenza perché offende la nostra maniera di vedere e concepire le cose. Lungi dalla perfezione e dall’infallibilità, siamo però in buona fede, e non cerchiamo altro che la possibilità di ripresa della nostra gente e in altre parole di dare il nostro piccolo contributo all’emancipazione e alla dignità dell’uomo. È solo questo il filo conduttore che ci ispira e ci porta nel rischio. Non è colpa nostra se qualcuno non lo arriva a capire: non arrivi a capire, cioè, che ci sia, ogni tanto, qualcuno disposto anche a morire per gli altri, per la verità per la giustizia. Attento però a questo qualcuno che da sprovveduto e morto non diventi un simbolo molto ma molto più grande e pericoloso.“


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