Il 1 gennaio 2003  muore a Montemagno di Camaiore (Lucca) dopo una lunga malattia GIORGIO GABER (64 anni, nome d’arte di Giorgio Gaberscik) cantautore civile, commediografo, regista, attore teatrale e autore del Teatro Canzone.

“Secondo me gli italiani e l’Italia hanno sempre avuto un rapporto conflittuale, ma la colpa non è certo dell’Italia, ma degli italiani, che sono sempre stati un popolo indisciplinato, individualista, se vogliamo un po’ anarchico e ribelle, e troppo spesso cialtrone.”

Giorgio Gaber, da Quando parla Gaber, 2012

 

Gaber, nato a Milano da una famiglia piccolo borghese di origini slovene, dal 1960 al 1970 divenne un cantante e showmen televisivo di grande successo popolare e commerciale: spesso, insieme con Mina, era protagonista degli spettacoli di varietà del sabato sera.

Ma Gaber, al culmine del suo successo ma stanco dell’ipocrisia del mondo televisivo, dal 1971 abbandona gli schermi e il grande pubblico e inizia un nuovo percorso artistico teatrale inventando il Teatro Canzone (con il suo amico fraterno Sandro Luporini) attraverso il quale veicolare messaggi di grande valore civile sociale e umano che, come dichiarò, la televisione censurava rendendo la sua opera di artista dequalificante.

Gaber durante un suo spettacolo

Nei suoi spettacoli Gaber, attraverso un sapiente intreccio di canzoni e recitazione, pone problemi sulla concezione della libertà e sulle sue mistificazioni, su come si va riducendo l’individuo nell’epoca del consumismo globale, su “un’idiozia” generale che si vuole conquistare a tutti i costi ( facendo “finta di essere sani”), sul coraggio di opporsi per recuperare l’integrità della propria personalità. Gaber propone messaggi provenienti dalla letteratura più impegnata ( che è alla base dei suoi testi) e con il suo stile artistico prosegue la denuncia morale e civile di PIER PAOLO PASOLINI.

Incontra, fin dal 1971, moltissimi giovani nei suoi spettacoli a cui consegna riflessioni di grande impegno morale e civile e lo farà fino al 2000 quando la malattia lo costringerà all’abbandono delle scene. A questo impegno teatrale accompagna l’incisione di molti dischi che propongono le riflessioni degli spettacoli anche con brani musicali inediti. Escluso e censurato dalla televisione di stato ( proprio per i suoi messaggi provocatori) vi ritornerà solo per brevi momenti poco prima della morte. Il corpo riposa nella Cripta del Famedio del Cimitero Monumentale di Milano.

Nel 1997 Gaber iniziò ad avere seri problemi di salute e fu costretto a un lungo ricovero. Una volta dimesso si mise al lavoro per preparare il nuovo spettacolo ( che sarà l’ultimo) che debuttò a Lucca il 2 gennaio 1998: Un’idiozia conquistata a fatica. Lo spettacolo si concludeva con un brano ( composto di canzone e prosa) che s’intitola: Una nuova coscienza. Forse il testamento spirituale di Gaber per noi tutti.


Una Nuova Coscienza

Io come uomo io vedo il mondo
come un deserto di antiche rovine.
Io vedo un uomo che tocca il fondo
ma forse al peggio non c’è mai una fine.

Nel frattempo la vita non si arrende
e la gente si dà un gran da fare
tanti impegni tante storie
con l’inutile idea di colmare
la mancanza di una nuova coscienza
di una vera coscienza.

E’ come se dovessimo riempire, un vuoto profondo. E allora ci mettiamo dentro rimasugli di cattolicesimo, pezzetti di sociale, brandelli di antichi ideali, un po’ di antirazzismo, e qualche alberello qua e là.

La decadenza che viviamo
è un malessere
che ci prende pian piano.

E’ una specie di assenza
che prevede una sosta obbligata
è la storia che medita ma si è come assopita.

Siamo vivi malgrado la nostra apparenza
come uomini al minimo storico di coscienza.
Come uomini al minimo storico di coscienza.

E’ come se la vecchia morale non ci bastasse più. In compenso se ne sta diffondendo una nuova, che consiste nel prendere in considerazione più che altro, i doveri degli altri, verso di noi. Sembrerà strano, ma sta diventando fortemente morale, tutto ciò che ci conviene. Praticamente un affare.

La decadenza che subiamo
è uno scivolo
che va giù piano piano.

E’ una nuova esperienza
che ti toglie qualsiasi entusiasmo
e alla lunga modifica il tuo metabolismo.

Siam qui fermi
malgrado la grave emergenza
come uomini al minimo storico di coscienza.
Come uomini al minimo storico di coscienza.

E pensare che basterebbe pochissimo. Basterebbe spostare a stacco, la nostra angolazione visiva. Guardare le cose come fosse la prima volta. Lasciare fuori campo tutto il conformismo di cui è permeata la nostra esistenza. Dubitare delle risposte già pronte. Dubitare dei nostri pensieri fermi sicuri, inamovibili. Dubitare delle nostre convinzioni, presuntuose e saccenti.

Basterebbe smettere una volta per tutte, di sentirsi sempre delle brave persone. Smettere di sentirsi vittime delle madri, dei padri, dei figli, mariti, mogli… quando forse siamo vittime soltanto, della mancanza di potere su noi stessi.

Basterebbe smascherare, smascherare tutto. Smascherare l’amore, il riso, il pianto, il cuore, il cervello. Smascherare la nostra falsa coscienza individuale. Subito. Qui e ora.

Sì basterebbe pochissimo. Non è poi così difficile. Basterebbe smettere di piagnucolare criticare affermare fare il tifo, e leggere i giornali. Essere certi solo di ciò che noi viviamo direttamente. Rendersi conto che anche l’uomo più mediocre, diventa geniale se guarda il mondo con i suoi occhi.

Basterebbe smascherare qualsiasi falsa partecipazione. Rendersi conto che l’unico obiettivo non può essere il miglioramento delle nostre condizioni economiche, perché la vera posta in gioco, è la nostra vita.

Basterebbe smettere di sentirsi vittime del denaro, del destino del lavoro, e persino della politica, perché anche i cattivi governi sono la conseguenza della stupidità degli uomini.

Basterebbe rifiutare, rifiutare la libertà di calpestare gli altri, ma anche la finta uguaglianza. Smascherare le nostre presunte sicurezze. Smascherare la nostra falsa coscienza sociale. Subito. Qui e ora.

Basterebbe pochissimo. Basterebbe capire che un uomo non può essere veramente vitale, se non si sente parte di qualche cosa.

Basterebbe smettere di credere di poter salvare il mondo, con l’illusione della cosiddetta solidarietà. Rendersi conto che la crescita del mercato, può anche essere indispensabile alla nostra sopravvivenza, ma che la sua inarrestabile espansione, ci rende sempre più egoisti, e più volgari.

Basterebbe abbandonare l’idea di qualsiasi facile soluzione, ma abbandonare anche il nostro appassionato pessimismo e trovare finalmente l’audacia, di frequentare il futuro, con gioia.

Perché la spinta utopistica, non è mai accorata o piangente. La spinta utopistica non ha memoria, e non si cura di dolorose attese. La spinta utopistica è, subito. Qui e ora.

Io come uomo io vedo il mondo
come un deserto di antiche rovine.
Io vedo un uomo che tocca il fondo
ma forse al peggio non c’è mai una fine.

Perché non c’è nessuno che dia un senso
alle cose più semplici e vere
alla vita di ogni giorno
all’urgenza di un uomo migliore.

Io vedo un uomo solo e smarrito
come accecato da false paure
ma la vita non muore nelle guerre
nelle acque inquinate del mare

E i timori anche giusti
son pretesti per non affrontare
la mancanza di una vera coscienza
che è la sola ragione
della fine di qualsiasi civiltà.

 

vedi: 1 gennaio 2013. Grazie Gaber!

IL CANCRO


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