Il 30 dicembre 1997 muore a Trappeto (PA) dopo una breve malattia DANILO DOLCI (73 anni) sociologo, educatore e attivista sociale e della non violenza come logica dell’impegno politico.

Dolci nacque a Sesana, paese oggi in Slovenia, nella famiglia di un ferroviere siciliano e compie i primi studi in Lombardia diventando geometra nel 1943 e insieme acquisisce la maturità artistica: Dolci era attratto dalla musica classica e da autori impegnati moralmente come Tolstoj, Voltaire e Seneca. Durante gli anni del fascismo sviluppò presto una decisa avversione alla dittatura: durante una sua breve residenza a Tortona strappò manifesti propagandistici del regime e nel 1943, dopo aver rifiutato la divisa della RSI, tentò di attraversare il fronte ma venne arrestato a Genova dai fascisti. Riuscì a fuggire e si rifugio in Abruzzo.

Subito dopo la guerra studiò a Roma architettura seguendo anche  le lezioni di ERNESTO BUONAIUTI (1881- 1946) poi tornò a Milano dove s’impegnò nell’insegnamento in una scuola serale per operai. Proseguì gli studi di architettura a Milano ma nel 1950, poco prima della tesi, decise di abbandonare tutto e vivere l’esperienza di Nomadelfia, comunità animata da don Zeno Saltini a Fossoli (MO).

Nel 1952 Dolci decise di andare a Trappeto (PA), dove il padre era stato capostazione, per le immagini di estrema miseria del paese che gli erano rimaste in mente fin da bambino. In quel paesino cominciò a tentare percorsi per creare occasioni di lavoro e superare lo stato di disoccupazione della zona cominciando anche a  promuovere lotte nonviolente contro la mafia. Intanto sposò Vincenzina, una vedova povera con cinque figli, e da lei ne avrà altrettanti.

Nell’area dei comuni che si affacciano sul Golfo di Castellamare, vicino a Palermo, nel corso degli anni ’50 e ’60, svolge un’attiva opera di intervento sociale per il riscatto delle società locali dalle condizioni di miseria e l’avvio di un’esperienza di sviluppo locale orientata verso forme di auto-organizzazione.

Come capitò in quegli anni anche ad ALDO CAPITINI questo impegno sociale gli varrà il soprannome  di “Gandhi italiano”proprio perché, nella sua ricca attività di animazione sociale e di lotta politica, Dolci impiegò sempre con coerenza e coraggio gli strumenti della nonviolenza rifacendosi all’esperienza gandhiana. I principi che informano la sua azione sono sostanzialmente quello della nonviolenza attiva – digiuni, scioperi alla rovescia, “pressioni” sociali etc. – e quello educativo, teso a innalzare il tenore di vita della comunità e a favorire lo sviluppo della cooperazione e di azioni di solidarietà, attraverso la ricerca di un dialogo costante con la società locale.

Il 14 ottobre del 1952 a Trappeto Dolci dà inizio alla prima delle sue numerose proteste nonviolente: il digiuno sul letto di Benedetto Barretta, un bambino morto per la denutrizione. Se anche Dolci fosse morto di fame lo avrebbero sostituito in accordo con lui altre persone fino a quando le istituzioni italiane non si fossero interessate alla povertà della zona. La protesta dopo aver attirato l’attenzione della stampa viene interrotta quando le autorità si impegnano pubblicamente ad eseguire alcuni interventi urgenti come la costruzione di un impianto fognario. Ma gli interventi saranno, comunque, molto limitati.

Danilo Dolci con Peppino Impastato

Portò avanti con grande impegno scuole popolari per l’educazione dei figli dei contadini poveri e indisse molte manifestazioni pubbliche marce e forme di protesta basate sull’occupazione di un’area allo scopo di attirare l’attenzione sulle istanze degli abitanti e dei lavoratori della Sicilia occidentale, zona tra le più povere d’Italia. A queste forme di lotta partecipò molto spesso anche un giovanissimo PEPPINO IMPASTATO (1948- 1978) e il suo incontro con Dolci sarà molto importante per la sua formazione.

Intanto scrive libri, per illustrare la situazione sociale e umana di quella zona della Sicilia, e articoli d’inchiesta su varie riviste. Importante è la sua prima inchiesta sociologica nella zona di Palermo, ripresa poi nel libro Fare presto (e bene) perché si muore (1954), per denunciare la condizione di diffusa miseria.

Il 2 febbraio 1956 ha luogo a Partinico lo sciopero alla rovescia.  Alla base c’è l’idea che se un operaio per protestare si astiene dal lavoro un disoccupato può scioperare invece lavorando. Così centinaia di disoccupati si organizzano per riattivare pacificamente una strada comunale di campagna abbandonata; ma i lavori vengono fermati dalla polizia e Dolci con alcuni suoi collaboratori vengono arrestati. L’episodio suscita indignazione nel Paese e provoca numerose interrogazioni parlamentari. Dolci viene successivamente scagionato dopo un processo che ha enorme risalto sulla stampa: a difenderlo è il grande giurista PIERO CALAMANDREI.

Tutto l’iter processuale consumato dal 24 al 30 marzo a Palermo (vi intervengono, tra gli altri, in qualità di testimoni a difesa CARLO LEVI, Elio Vittorini, Lucio Lombardo Radice) confluisce in un altro libro, Processo all’articolo 4, pubblicato da Einaudi nel 1956.

Dopo le azioni di lotta per la diga sul Belice (digiuno a Roccamena del 29 ottobre 1963 e occupazione nonviolenta della piazza municipale), il 7 marzo dello stesso anno, Dolci dette vita alla sua espressa opera di denuncia delle connivenze politico-mafiose offrendo precisi documenti in un Convegno di Studi organizzato a Roma al Circolo della Stampa. Questa denuncia porterà a numerose minacce mafiose. Nel 1967 propose duecento chilometri di marcia “per la Sicilia Occidentale e per un mondo nuovo”; la protesta antimafia davanti al Parlamento a Roma e alla sede della Commissione antimafia; la “Marcia per la Pace nel Vietnam” con oltre mille chilometri da Milano a Roma e da Napoli a Roma.

Dolci durante una marcia

Nel ‘68 venne fondato a Trappeto il Centro di formazione per la Pianificazione Organica che si mobilitò per prestare soccorsi nella zona terremotata dal Belice e progettò, inviandolo alle autorità, un piano di ricostruzione e sviluppo della zona disastrata. Dolci, per conto del giornale di Palermo L’Ora, viaggiò anche in vari paesi d’Europa e nell’Est, studiando forme di programmazione sociale e le relative problematiche scrivendo molti articoli su questo argomento.

Dal 1970 Dolci si dedicò più a fondo sul versante dell’impegno educativo, che si esprimerà concretamente nel Centro sperimentale di Mirto, nato nel 1974. Dolci orientò la propria azione sulla costruzione di un sistema educativo ispirato ai principi dell’attivismo pedagogico, alternativo a quello tradizionale e in questa direzione proseguì la propria esperienza di “valorizzatore” sociale.

Il 27 marzo del 1970 fondò la prima radio libera d’Italia: Radio Sicilia Libera che trasmetterà solo per 27 ore prima di essere chiusa dalla polizia. Verrà definita: “ La radio dei poveri cristi”. Mentre continuano minacce mafiose e critiche del mondo benpensante italiano in Svezia, nel 1981, viene proposto per il premio Nobel alla pace.

Nel 1988 lanciò un’iniziativa per la costituzione di un Manifesto sulla comunicazione.  Dolci avverte i pericoli connessi alla cosiddetta “comunicazione di massa”, ossia al dilagare della televisione e degli altri mass-media che non creano un vero contesto comunicativo, ma soltanto trasmissivo e unilaterale. Al Manifesto sulla comunicazione presero parte molti suoi amici di tutto il mondo e grandi personaggi della cultura internazionale tra i quali Galtung, Chomski, Freire, scienziati come Rubbia, Levi Montalcini, Cavalli Sforza, protagonisti della cultura della solidarietà come don Ciotti e monsignor Bello in Italia e Ernesto Cardenal in Sudamerica. Nel 1991 contribuì alla fondazione della Associazione per l’identificazione e lo sviluppo nonviolento della Calabria.

Dolci durante il processo a Palermo. A sinistra Piero Calamandrei

La salute di Dolci cominciò a peggiorare  per problemi di diabete ma questo fatto non gli impedì di continuare la sua intensa attività fino alla fine. Morirà il 30 dicembre del 1997 nel suo “Centro Borgo di Dio”, creato a Trappeto nel 1958 come segno per quel territorio di un riscatto morale e tangibile contro l’oppressione della mafia e dove abitava. Qui è sepolto per suo espresso desiderio.

Tra i molti riconoscimenti Dolci ha ricevuto la Medaglia d’oro per aver tenuto alti gli ideali della Resistenza (1956).

Un passaggio della splendida arringa difensiva di Calamandrei, nel processo a Palermo il 30 marzo 1956, così dice:

“Il carattere singolare ed esemplare di Danilo Dolci è proprio qui: di questo uomo di cultura che per manifestare la sua solidarietà ai poveri non si è accontentato della parola parlata o scritta dei comizi degli ordini del giorno e dei messaggi; ma ha voluto vivere la loro vita, soffrire la loro fame, dividere il loro giaciglio, scendere nella loro forzata abiezione per aiutarli a ritrovare e a reclamare la loro dignità e la loro redenzione. Questa è la singolarità di Danilo: qualcuno potrebbe dire l’eroismo; qualcun altro potrebbe anche essere tentato di dire la santità.”

 

Vedi:  Il disobbediente civile visionario


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