Monumento ai Martiri di Belfiore, Mantova

Il 7 dicembre 1852 nella valletta di Belfiore, località all’entrata occidentale di Mantova, vennero impiccati dagli austriaci il sacerdote ENRICO TAZZOLI (40 anni), il medico mantovano CARLO POMA (29 anni), il pittore ritrattista GIOVANNI ZAMBELLI ( 28 anni) ed altri due patrioti veneziani ANGELO SCARSELLINI ( 29 anni) e BERNARDO  DE CANAL (28 anni).

Tra il novembre 1851 e il luglio 1855 undici patrioti italiani furono giustiziati nella valletta di Belfiore. Di questi, nove appartenevano a comitati rivoluzionari di ispirazione mazziniana formatisi nel Lombardo-Veneto a partire dal 1850.

Il Comitato più importante fu quello mantovano le cui basi vennero poste in una riunione del 2 novembre 1850 e che ruotava intorno alla figura di don Enrico Tazzoli, sacerdote di orientamento mazziniano che teneva contatti con le cellule rivoluzionarie di Verona, Brescia, Venezia, Milano e Padova.

Don Tazzoli, pur non condividendo la visione religiosa di MAZZINI, si convinse che il movimento della Giovine Italia era l’unico che avesse organizzazione e adesioni sufficienti ad assicurare concretezza d’azione. Il sacerdote era molto impegnato nell’assistenza dei poveri e nell’educazione popolare e visse con passione i principi di un  cristianesimo “illuminato” e lo spirito umanitario e “democratico” delle lotte risorgimentali, tanto da definire il suo forte amor di patria la sua “seconda religione”. Don Tazzoli nel Libro del popolo che scrisse nel 1844, affermò:

“Finché il sapere formi la proprietà esclusiva di alcuni esseri privilegiati in una nazione, questa è ben lontana dallo stato di civiltà e quindi dal suo vero benessere, moralità ed agiatezza.“

Don Enrico Tazzoli

Impegnato nella vendita delle cartelle del prestito interprovinciale organizzato da Mazzini per finanziarie imprese rivoluzionarie, don Tazzoli fu arrestato il 27 gennaio 1852, dopo che la polizia ebbe scoperto la congiura in circostanze fortuite.

Don Tazzoli non rivelò la chiave di lettura del quaderno su cui annotava, con un codice segreto, i nomi degli altri affiliati ma gli austriaci riuscirono a decifrare le informazioni in esso contenute e procedettero all’arresto di 110 patrioti appartenenti ai comitati delle varie province lombardo-venete, tra cui spiccavano TITO SPERI (28 anni, protagonista delle Dieci Giornate di Brescia (23/3- 2/4 1849)), Angelo Scarsellini di Venezia e il conte CARLO MONTANARI (43 anni, scienziato).

Rinchiusi e sottoposti a torture morali e fisiche nel carcere del Castello mantovano di S. Giorgio o in quello della Mainolda, quasi tutti i prigionieri confessarono, decretando inconsapevolmente la loro fine, dal momento che il codice penale austriaco prevedeva la condanna a morte nei casi di alto tradimento solo per chi si dichiarava colpevole.

Il vescovo di Mantova, monsignor Giovanni Corti (1797- 1868), tentò una mediazione attraverso la Santa Sede, contando soprattutto sulla presenza di sacerdoti tra i condannati. Ma il Segretario di Stato vaticano si rifiutò di intervenire per ordine diretto di Pio IX, ed inoltre ordinò al vescovo di procedere, prima dell’esecuzione, alla riduzione allo stato laicale di don Tazzoli.

Il 7 dicembre 1852 furono eseguite le prime condanne per impiccagione di Giovanni Zambelli, Angelo Scarsellini, don Enrico Tazzoli, Bernardo De Canal e Carlo Poma. Nel marzo 1853 altri quattro cospiratori vennero impiccati a Belfiore: il 3 fu la volta di Carlo Montanari, Tito Speri, e don BARTOLOMEO GRAZIOLI ( 49 anni, arciprete di Revere (Mantova); il 19, poche ore prima che fosse notificato un decreto di amnistia a tutti i condannati emesso dal feldmaresciallo Radetzky per l’onomastico dell’imperatore, venne infine impiccato PIETRO FRATTINI (19 Marzo 1853, 32 anni))

Altri due italiani, estranei alla congiura, furono giustiziati a Belfiore: il sacerdote don GIOVANNI GRIOLI (30 anni), condannato a morte il 5 novembre 1851 perché accusato falsamente di aver tentato di indurre alla diserzione due soldati ungheresi, e PIER FORTUNATO CALVI (38 anni), il capo della resistenza del Cadore (Belluno) del 1848, arrestato dagli austriaci in Trentino e giustiziato il 4 luglio del 1855.

Altre condanne a morte vennero invece commutate in lunghe pene detentive. Nei vari processi finirono sul tavolo degli imputati ben 110 cittadini di Mantova e di altre città del Lombardo-Veneto.

Come monito a monsignor Corti e a tutti coloro che avevano atteggiamenti più tolleranti nella Chiesa locale (non a Roma), gli austriaci impedirono il seppellimento dei condannati in terra consacrata ma in fosse comuni.

Il rinvenimento dei  corpi dei Patrioti avvenne anni dopo, nel Giugno del 1866, alla vigilia della Terza Guerra di Indipendenza fra il Piemonte e l’Impero Austro-Ungarico. Mantova si trovava ancora sotto il dominio asburgico, in una posizione strategica di estrema importanza militare. Il comando austriaco ordinò così lavori di rafforzamento delle fortificazioni della città, lavori che riguardarono anche la zona di Belfiore. Fu proprio durante gli scavi che furono rinvenute le salme dei condannati. Gli operai non rivelarono agli austriaci il loro ritrovamento e chiesero di poter effettuare lavori anche di notte per accelerare i tempi dello scavo. In questo modo poterono riesumare le salme e trasportarle in gran segreto in un cimitero cittadino. Salme che vennero onorate ufficialmente non appena Mantova entrò a far parte del Regno d’Italia, pochi mesi dopo.

Questi 11 Patrioti giustiziati in tempi diversi per volontà del governatore generale austriaco del Lombardo-Veneto, il feldmaresciallo Josef Radetzky, verranno chiamati “Martiri di Belfiore” e  rappresentarono il culmine della repressione seguita alla prima guerra d’indipendenza ( 1848-49) e segnarono il conseguente fallimento di ogni politica di riappacificazione. Per tutti l’accusa che li aveva portati al patibolo era di cospirazione segreta di stampo mazziniano e fra le accuse emerse nell’istruttoria del processo vennero elencati anche piani per rapire l’imperatore Francesco Giuseppe durante una sua visita in Veneto, e per uccidere il feldmaresciallo Radetzky.

I condannati sono vittime di una brutale e violenta politica poliziesca di cui fu responsabile il feldmresciallo Radetzky che impose ai tribunali la massima ferocia repressiva fino al 1856, con l’avallo dell’imperatore asburgico Francesco Giuseppe, che si guadagnerà, proprio a partire dalle esecuzioni di Belfiore a Mantova, l’appellativo di “Impiccatore”.

Durante i vari processi fu fatto largo uso della tortura per estorcere nomi e confessioni e in un solo anno, dall’agosto del 1848 allo stesso mese del 1849, nel Lombardo Veneto, posto sotto la dominazione austriaca, vennero eseguite ben 961 condanne a morte, per impiccagione e fucilazione, e comminate oltre 4mila condanne al carcere duro per imputazioni politiche.

Anche Papa Pio IX si può ritenere responsabile dell’eccidio di Belfiore del 1953: egli non esitò a sconfessare il suo stesso vescovo di Mantova, il benevolo e coraggioso monsignor Giovanni Corti, che aveva rifiutato il proprio assenso alla riduzione allo stato laicale di don Tazzoli, sacerdote ritenuto il tesoriere e coordinatore dell’intera cospirazione mantovana.

In una lettera, scritta il 6 dicembre 1852, poche ore prima di essere giustiziato, così scrisse don Enrico Tazzoli:

“…E mi perdonino i sofferenti tutti gli effetti della mia imprudenza nel tenere un registro, che mi parea voluta dalla mia delicatezza, e giustificato dall’arte con che il registro era tenuto. Io perdono di cuore a chiunque poté in queste faccende o in altro danneggiarmi. Così Dio mi perdoni. E mi perdonino tutti quelli che in qualunque modo fossero o si credessero stati danneggiati ed offesi da me.”

Un giorno prima così aveva scritto Carlo Poma:

“Se io sono carcerato, e condannato, lo sono per il grande amore che posi alla libertà, all’uguaglianza e quindi all’indipendenza del nostro paese.“

Effigi dei Martiri alla base del monumento a Mantova


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