Il 3 dicembre del 1944 muore fucilato a Centallo (Cuneo) ad opera delle Brigate Nere DUCCIO GALIMBERTI (Tancredi Galimberti detto Duccio, 38 anni)  avvocato, antifascista e capo partigiano delle formazioni  “Giustizia e Libertà”.

Galimberti nacque a Cuneo in una famiglia benestante: suo padre era  un avvocato, politico, parlamentare e ministro fascista e sua madre una studiosa di letteratura inglese di origini austriache. L’ambiente familiare ebbe grande influenza nella formazione culturale di Galimberti che ereditò dal padre la predilezione per gli studi giuridici e dalla madre la passione per la letteratura e le simpatie mazziniane. A soli sedici anni conseguì la maturità liceale e iniziò a collaborare al giornale paterno La Sentinella delle Alpi e nel 1924 scrisse il saggio Mazzini politico: in esso venivano analizzati i valori fondamentali della dottrina politica mazziniana e la  concezione che  MAZZINI aveva dello Stato.

Conseguì la laurea in giurisprudenza a Torino, esercitò l’attività di avvocato e continuò a svolgere studi inerenti a problemi giuridici. Divenne un valente penalista già in giovane età e, nonostante la posizione del padre, non venne mai a compromessi con il fascismo: infatti quando giunse il momento della leva, non poté fare il corso di allievo ufficiale perché per frequentarlo avrebbe dovuto iscriversi al partito fascista; fece così il servizio da soldato semplice.

Galimberti tra il 1940 e il 1942 tentò di organizzare a Cuneo, da fervente mazziniano, uomini di antiche convinzioni democratiche e un gruppo di giovani cresciuti nell’ambito delle organizzazioni universitarie fasciste e maturati agli ideali dell’antifascismo. Anche per questo nel 1942 fu tra gli organizzatori del Partito d’Azione ( appena fondato) nella sua città. Nel marzo 1943 Galimberti diffuse, dattiloscritto, un Appello agli Italiani, redatto in collaborazione con altri, nel quale si stigmatizzavano le tendenze particolaristiche dei partiti e si insisteva sulla necessità di unire tutte le forze dell’antifascismo.

Galimberti durante il discorso a Cuneo

Dopo la caduta di Mussolini Duccio si espone in prima persona: il 26 luglio del 1943 arringò la folla dalla finestra del suo studio che dava sulla Piazza Vittorio a Cuneo e poche ore dopo parlò in un comizio a Torino. Il fondamentale discorso fatto a Cuneo viene ritenuto l’atto di nascita della Resistenza italiana: infatti Galimberti riferendosi al proclama del generale Badoglio del 25 luglio affermò:

“Sì, la guerra continua fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista… “.

Tutto questo causò a Galimberti un mandato di cattura delle autorità badogliane che solo dopo tre settimane sarà revocato.

L’8 settembre lo studio di avvocato di Galimberti a Cuneo si trasformò in centro operativo per l’organizzazione della lotta armata popolare, dopo che Duccio non era riuscito a convincere il Comando militare di Cuneo ad opporsi ai tedeschi. Tre giorni dopo Galimberti, con DANTE LIVIO BIANCO (1909- 1953) ed altri dieci amici si spostò in Val di Gesso e lì costituì il primo nucleo della banda “Italia Libera” (analoga banda venne formata in Valle Grana da GIORGIO BOCCA (1920- 2011), BENEDETTO DALMASTRO (1907- 1975) ed altri amici di Duccio): da queste bande nasceranno le Brigate di Giustizia e Libertà.

Galimberti si occupò tra l’altro del reclutamento di nuovi partigiani vagliando molto severamente la validità “morale” dei nuovi arrivati: infatti era altissimo il rischio che fra loro si annidassero delle spie fasciste o degli avventurieri. Duccio dimostrò sempre una grande cultura politica e progettuale e, soprattutto, una grande umanità che traspariva dal suo tratto gentile e dalla sua saggezza, ed anche dal suo forte disagio di fronte alla durezza delle rappresaglie partigiane, ritenute indispensabili, sui tedeschi e i fascisti che avessero infierito sulla popolazione civile.

Il 13 gennaio 1944 Duccio guidò le sue formazioni contro i tedeschi che avevano investito in forze la posizione di San Matteo e con una abile tattica elastica dei partigiani riuscì a far fallire il loro piano. Ancora nel gennaio del 1944 Duccio, durante un rastrellamento, venne ferito: fu curato sommariamente da una dottoressa, ebrea polacca, sfuggita ai nazisti e riparata tra i partigiani. Ma le ferite erano troppo gravi e Galimberti venne trasportato, su una slitta, sino all’ospedale di Canale.

Dopo essersi ristabilito, Duccio venne nominato comandante di tutte le formazioni Giustizia e Libertà del Piemonte e loro rappresentante nel Comitato militare regionale. Nutrito di spirito europeista e federalista, il 22 maggio 1944 sigla a Barcelonnette (Francia) un patto di collaborazione e di amicizia con i “maquisards“, i partigiani francesi.

Trattò inoltre l’unificazione e il coordinamento delle bande operanti in Valle d’Aosta. Si trasferì poi a Torino dove iniziò ad esercitare l’incarico della direzione militare regionale. Galimberti cominciò in tal modo un’opera incessante e rischiosissima di organizzazione, entrando a far parte dei Comando regionale del Corpo volontari della libertà. Qui a Torino. in seguito ad una delazione, venne arrestato dai fascisti repubblichini il 28 novembre 1944, in una panetteria di Torino che era il recapito del Comando partigiano.

Immediatamente le forze della Resistenza operarono frenetici tentativi con i tedeschi per uno scambio di prigionieri: Galimberti era una figura importantissima per i partigiani resistenti e, per i nazisti e i fascisti, una preda troppo ambita per lasciarla sfuggire tanto che quattro giorni dopo, nel pomeriggio del 2 dicembre, un gruppo di fascisti dell’Ufficio politico di Cuneo arrivò a Torino e lo prelevò dal carcere. Lo trasportarono nella caserma delle Brigate Nere di Cuneo: qui Galimberti venne interrogato e ridotto in fin di vita dalle sevizie, ma non parlò.

Lapide in piazza Galimberti, Cuneo

Il mattino del 4 dicembre, l’eroico comandante di Giustizia e Libertà venne caricato su un camioncino, trasportato nei pressi di Centallo (Cuneo) e abbattuto dai suoi aguzzini con una raffica alla schiena: la sua salma venne abbandonata. In reazione, il 12 dicembre il comando militare partigiano del Piemonte dispose una rappresaglia particolarmente dura  emanando il seguente ordine: “Passare per le armi 50 banditi delle Brigate Nere per vendicare la morte del comandante Tancredi Galimberti

I resti di Duccio sono oggi sepolti nel Santuario Madonna degli Angeli a Cuneo.

Galimberti ebbe una qualità propria del patriottismo risorgimentale italiano: fervente mazziniano operava con uno spirito impregnato di amor di patria e aperto alle rivendicazioni di libertà di tutti i popoli, con uno spirito europeista, libero da odi e ambizioni nazionalistiche.

 

 

 

Discorso di Duccio Galimberti, pronunciato a Cuneo in piazza Vittorio Emanuele II, il mattino del 26 luglio 1943

 

Cittadini di Cuneo, Italiani,

la notizia che da tanto tempo attendevamo è giunta. Mussolini è stato deposto o, come dice l’eufemistico comunicato di Sua Maestà il Re, ha rassegnato le dimissioni. Da giorni aspettavamo qualcosa del genere. La situazione militare e sociale dell’Italia si era fatta insostenibile. Ogni giorno nuove sconfitte si aggiungevano a quelle patite sul fronte africano e su quello russo. Metà della Sicilia è stata occupata dagli Angloamericani. Ogni giorno centinaia di soldati italiani cadono in combattimento e tanti civili muoiono sotto i bombardamenti. Molte città sono colme di macerie. Dove non si muore per armi, si rischia di morire di fame. Manca il pane, manca l’indispensabile per vivere. Siamo arrivati a questo punto per una guerra assurda imposta al paese da una dittatura che ha distrutto non solo la vita pubblica della nostra patria, ma anche la sua dignità e il suo onore.

L’iniziativa del Re è stata accolta con tripudio dal popolo italiano. Ovunque la folla festante invade le piazze, abbatte i simboli del regime, riscopre la gioia del parlare di politica, di lanciare slogan senza il terrore della denuncia e dell’arresto. Tutti noi partecipiamo a questo sentimento. Tutti noi viviamo il senso di liberazione che la caduta della dittatura suscita.

Ma non lasciamoci prendere dall’entusiasmo ingenuo. La deposizione di Mussolini non riporta indietro le lancette della storia, come se vent’anni di regime non fossero mai esistiti e l’Italia potesse riavere di colpo libertà, pace e benessere.

Il Duce non è stato travolto da una rivoluzione popolare, ma da una manovra di palazzo.

Anche noi sentiamo gridare “Viva il Re”, “Viva Badoglio”, sappiamo però che la rottura fra il Re e Mussolini è giunta molto tardi, dopoché tanto sangue italiano è stato vanamente versato per soddisfare le ambizioni sfrenate di un dittatore. Ancor più siamo preoccupati per gli obiettivi che intende perseguire il nuovo Governo e per i metodi con cui vuole agire. Il maresciallo Badoglio, ora primo ministro, nel suo messaggio alla nazione ha dichiarato: “La guerra continua a fianco dell’alleato germanico. L’Italia mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni” e ha aggiunto “chiunque turbi l’ordine pubblico sarà inesorabilmente colpito”.

Ora io mi chiedo: come può continuare la guerra a fianco dei tedeschi e come possono al contempo le millenarie, o anche solo secolari, tradizioni nazionali essere rispettate? Il balcone da cui vi parlo, affiancato da tanti amici, sinceri patrioti, di diverso orientamento politico, è quello stesso dal quale nel novembre 1918 mio padre assieme con voi cuneesi salutò la battaglia di Vittorio Veneto, la sconfitta degli Imperi centrali e, con la liberazione di Trento e Trieste, il compimento del Risorgimento. E’ contro il dominio austrogermanico che il popolo italiano ha dovuto combattere per conquistare la sua indipendenza. E allora, se crediamo nel destino e nel senso della storia dell’Italia, noi ribattiamo che, sì, la guerra continua, ma fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista, fino alla vittoria del popolo italiano che si ribella contro la tirannia mussoliniana.

Ma forse, potrebbe obiettare qualcuno, il Re e Badoglio agiscono in modo contraddittorio e occulto perché pensano di poter gradualmente uscire dal conflitto senza che l’Italia debba patire danni ulteriori.

Come pensano di poter ingannare i tedeschi? Da quando gli Angloamericani sono sbarcati in Sicilia, molte Divisioni tedesche hanno attraversato le Alpi e non tutte si sono dirette in Sicilia a combattere, ma hanno preso posizione in altri punti strategici della penisola. L’invasione dell’Italia da parte germanica è già cominciata. Per questo non possiamo accodarci ad una oligarchia che cerca, buttando a mare Mussolini, di salvare se stessa a spese degli italiani. Il Re e Badoglio con le loro mosse miopi e grette rischiano di consegnarci indifesi e impreparati nelle mani di un feroce occupante. Rischiano anche di far risorgere o lasciar vivere più rigoglioso di prima il fascismo, anche se orfano del Duce. La Milizia è stata messa al sicuro, inserendola nell’Esercito: un riconoscimento mai ottenuto neppure negli anni di maggior forza del regime. I fascisti possono continuare a camminare impettiti per le strade e esibire il loro potere. Gli antifascisti che in questi anni hanno osato sfidare il carcere o il confino, restano in prigione, e molti altri sono destinati a raggiungerli in quei luoghi di sofferenza.

Mentre io parlo, le autorità militari stanno traducendo in bandi le direttive di Badoglio e del generale Roatta, che impongono il coprifuoco, proibiscono ogni manifestazione e minacciano il ricorso alle armi contro i civili. Sono ordini spietati che vengono motivati con le esigenze di guerra.

Ma la loro guerra è incompatibile con la volontà di liberazione e di rinnovamento del paese. L’Italia vuole liberarsi dal giogo della dittatura e vuole anche farla finita con la barbarie nazista che tante rovine ha portato all’Europa. La guerra continuerà, perché i tedeschi e i loro complici fascisti non rinunceranno a perdere le posizioni di forza possedute in Italia. La guerra dovrà quindi continuare, ma non sarà quella di cui parla il maresciallo Badoglio: sarà guerra di Liberazione contro i tedeschi e i fascisti.

Il prezzo da pagare sarà alto e andrà ad aggiungersi a quelli già pagati dall’inizio della guerra, anzi i patrioti saranno costretti a prendere le armi non solo contro i tedeschi, ma anche contro i fascisti. Sarà una pena atroce, combattere contro degli italiani, ma inevitabile. Pensate: come è possibile che una nazione la quale per vent’anni ha sopportato le continue violazioni dei diritti e della dignità umana da parte di una dittatura, fino alla proclamazione delle guerre di aggressione, in poche ore ne venga liberata dall’alto da chi fino a ieri spartiva il potere con Mussolini oppure da un esercito straniero, sia pure inviato da paesi democratici?

No, il Risorgimento non sarebbe stato possibile senza il sangue versato dai cospiratori di Mazzini, senza l’eroismo e l’audacia di Garibaldi. Solo una libera scelta, compiuta dal basso, di massa, può riscattare gli Italiani dalla vergogna di vent’anni di fascismo.

Sarà una guerra popolare e nazionale; dunque, combattuta volontariamente dal popolo preparato e guidato da chi è consapevole della gravità del momento storico. Una guerra che esige, accetta ed anzi cerca, il sacrificio non mai è sterile, mai. Soltanto essa, tramontate le menzogne e le illusioni del regime, può creare i nuovi valori morali di cui l’Italia ha bisogno. Soltanto essa può garantire all’Italia quella vera pace a cui aneliamo, contribuendo alla costruzione di un nuovo ordine europeo democratico e confederale.

Non potrà essere una parte politica sola a costruire o ricostruire quei valori. Proprio qui nel mio studio, si sono or ora incontrati esponenti dei Partiti liberale, socialista e comunista, della Democrazia Cristiana e del Partito d’Azione. Assieme abbiamo costituito un Comitato provinciale provvisorio che lancerà un appello alla popolazione. Chiediamo giustizia, non vendetta. Vogliamo che le insegne fasciste siano rimosse anche dai luoghi presidiati dalle forze militari, al gen. Vasarri comandante di zona avanzeremo questa richiesta e inoltre chiederemo che le direttive sull’ordine pubblico siano applicate con prudenza e buon senso.

Dodici ore fa, dopo vent’anni di oppressione, abbiamo riconquistato la libertà. Non vogliamo separarcene mai più.

W l’Italia, W la libertà

 


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