Piero Calamandrei    Il Ponte, settembre 1952

Alla vigilia della chiusura della prima legislatura (1948- 1953 n.d.r.), il popolo italiano ha diritto di chiedere al Parlamento (che poi vuol dire al governo) che cosa ha fatto, in questi cinque anni, della Costituzione repubblicana: di questa Costituzione che ebbe in custodia cinque anni fa, e che oggi dovrebbe restituire in buono stato, al momento delle nuove elezioni, al popolo che gliela affidò.

Cinque anni fa, appena chiusi i lavori dell’Assemblea costituente, la Costituzione era come un edificio monumentale (in materia costituzionale i paragoni edilizi sono di stile) tirato su nelle mura maestre, ma ancora mancante di qualche parete divisoria, di qualche scala interna e della cuspide. L’imprenditore, nonostante la sua buona volontà, non era riuscito, in un anno di lavoro intenso, a consegnare la costruzione finita;  ma tutti sapevano che il suo successore, che trovava i materiali già ammassati nel cantiere, avrebbe potuto agevolmente, in pochi mesi, portare a compimento l’impresa secondo i disegni già approvati dal progettista. Sono passati cinque anni, e tutto è allo stesso punto.

Incompiuta era, e incompiuta è.

Ma limitarsi a osservare che tutto in questi cinque anni è rimasto immutato, è forse peccare di ottimismo:   non si lascia una muratura a mezzo per cinque anni senza che essa cominci a andare in rovina: sotto i venti che soffiano dalle aperture del tetto, la calcina comincia a sgretolarsi; e le impalcature, abbandonate sul posto, imputridiscono sotto la pioggia. Se invece che in tema di mandato parlamentare si fosse veramente in tema di contratto d’appalto, questo imprenditore scervellato o disonesto, che per cinque anni avesse lasciato andare in malora così il lavoro affidatogli, andrebbe incontro a brutti guai.  Nessuno lo salverebbe da una condanna ai danni: e forse, poiché i muri lasciati a mezzo costituiscono un continuo pericolo di crollo, rischierebbe di andare a finire in prigione.

La Costituzione, come ognuno sa, è divisa in due parti: la prima tratta dei diritti e doveri dei cittadini; la seconda dell’ordinamento della repubblica, cioè della struttura degli organi con cui si esercita il potere. Per ora il bilancio del costruttore si può limitare alla seconda parte, quella più propriamente architettonica.  Della prima è meglio tacere.

È inutile infatti parlare delle norme contenute nella prima parte, quelle che si riferiscono ai diritti individuali dei cittadini, civili, politici e sociali. Esse sono lì da cinque anni, chiuse nelle loro scatole, come misteriosi ordigni di cui si ignora l’uso (e speriamo che non s’arrugginiscano).  Fanno venire in mente l’avventura di certi ospedali di provincia che, per la munificenza di un benefattore locale, hanno potuto acquistare un armamentario chirurgico ultramoderno:  ma gli strumenti rimangono lì, nelle vetrine, ognuno nel suo astuccio, perché non si trova il chirurgo che li sappia adoperare.

Così è accaduto, finora, delle norme “programmatiche”, che dovevano servire a iniziare le tanto vantate “riforme di struttura economica”: quelle che promettevano ai poveri non la ricchezza, ma un po’ meno di miseria, ai disoccupati non l’elemosina, ma un po’ di lavoro.  Forse in avvenire si troverà chi saprà adoprarle; ma per oggi è meglio pensare al riarmo, che è una medicina un po’ antica, ma sempre (al dir dei vecchi pratici) di sicuro effetto pacificatore. E così è meglio non parlare di quelle norme che dovevano garantire ai cittadini i diritti di libertà.

Anche queste sono sempre nuove ed intatte nelle loro custodie di velluto, perché il governo, per non consumarle, ha preferito non adoprarle.  Per amministrare la libertà di opinione, o la libertà della cultura, o la libertà delle confessioni religiose non c’è stato bisogno di scomodare la Costituzione: bastano le elastiche disposizioni della benemerita legge di pubblica sicurezza, che da vent’anni ha reso, senza discontinuità, tanti servizi. Limitiamoci a guardare il bilancio relativo ai lavori di architettura costituzionale.

Da quelli doveva cominciare l’opera del nuovo Parlamento; prima di cominciare a servirsi del potere, bisognava mettere a punto gli organi indispensabili per esercitarlo in modo legittimo. Ora proprio qui le cose sono allo stesso punto a cui si erano fermate cinque anni fa: lì restarono ferme, e di lì non si sono mosse. È ormai diventata una specie di filastrocca, che si canta a veglia in tutte le buone famiglie, la enumerazione dei vuoti che ancora crivellano la nostra Costituzione e aspettano invano di esser riempiti:

la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura, il referendum, il Consiglio dell’Economia e del lavoro, l’ordinamento regionale, l’abolizione delle giurisdizioni speciali, il riordinamento del Tribunale supremo militare, la revisione delle leggi costituzionali del precedente regime…  È una noiosa tiritera che potrebbe continuare. Di chi è la colpa?

Nei primi anni di questa legislatura qualche ingenuo poté credere che la lentezza colla quale il governo si accingeva a sbrigare questa eredità di lavoro lasciata dalla Costituente derivasse dalla difficoltà di certi problemi tecnici ed anche dalla necessità di dare la precedenza a leggi ordinarie di carattere urgente. Ma oggi, a distanza di cinque anni, la ingenuità diventerebbe dabbenaggine. La verità è che nel piano politico della maggioranza parlamentare e del suo governo vi è stata non tanto mancanza di volontà di compiere la Costituzione, quanto deliberata volontà di lasciarla incompiuta.

Chi si prendesse la cura di rifare giorno per giorno la storia dei lavori parlamentari di questo quinquennio, non durerebbe molta fatica a ricostruire il piano di espedienti rallentatori con cui la maggioranza è riuscita ad impedire che le leggi integrative della Costituzione fossero approvate.  Per salvar le apparenze si è lasciato che si svolgessero i lavori preparatori, che le commissioni discutessero a lungo in sede referente; certe proposte di legge sono state fatte arrivare fino all’assemblea.  Ma quando pareva che si fosse alla vigilia dell’approvazione, ecco che all’ultimo momento, dai banchi della maggioranza o da quelli dei fiancheggiatori, è venuto fuori un piccolo innocente emendamento, che proponeva di fare attenzione, di ripensarci su, di studiare meglio…

È bastato questo provvido granellino di sabbia a bloccare gli ingranaggi parlamentari: la maggioranza ha subito accolto l’invito di ripensarci, e, infatti, ci sta ripensando ancora. Questo spiega certi dissidi, subito sopiti tra il governo deciso a temporeggiare, e le presidenze delle due Camere, preoccupate di salvare almeno le apparenze della serietà costituzionale.

Ma ormai, a cinque mesi dalla chiusura, quel che non è stato fatto, non si farà più. Questi cinque mesi che rimangono basteranno appena per fabbricar la nuova legge elettorale che servirà a questa maggioranza per rimaner maggioranza. Rimaner maggioranza: perché qui è, in sostanza, il segreto di questa quinquennale inadempienza costituzionale.Così finirà, con una dichiarazione di inadempienza, questa prima legislatura repubblicana, che doveva essere la prima prova di costume costituzionale della nuova democrazia italiana.

Sui programmi politici i partiti potevano esser discordi; ma sull’ossequio alla Costituzione pareva che non vi fosse possibilità di dissenso.  Era un impegno non solo di legalità ma di onore, che la Costituente (e attraverso la Costituente tutta l’Italia uscita rinnovata dalla guerra di liberazione) aveva trasmesso al nuovo Parlamento: un impegno sacro, tanto che un deputato cattolico aveva proposto di intitolare la Costituzione repubblicana al nome di Dio.

Nella piattaforma elettorale su cui si fecero le elezioni del 18 aprile, l’immediata integrazione della Costituzione era, per tutti i partiti, un punto fuori di discussione:  non era neppure pensabile che un Parlamento nato dalla Costituente potesse tradire l’impegno costituzionale che la Costituente gli aveva trasmesso. La Costituzione, per il Parlamento democratico, doveva essere un prius, una premessa che si rispetta e non si discute: qualcosa che stava al disopra dei partiti, che era un limite per la stessa maggioranza.

E invece la maggioranza democristiana, magnitudine sua laborans, è stata portata dalla sua stessa onnipotenza schiacciante a identificare la Costituzione con sé medesima; le sorti della Costituzione colle sue proprie sorti elettorali.

Padrona del governo, si è accorta che chi governa può benissimo fare a meno di tutti quei controlli costituzionali che lo spirito romantico dell’Assemblea costituente aveva sognato.  La Corte costituzionale, l’indipendenza della magistratura, il referendum popolare, bellissimi temi per conferenzieri da circoli rionali;  ma in pratica, intralci micidiali per chi è al potere e vuol rimanerci.

E allora la conclusione, prima appena sussurrata, poi in questi ultimi tempi apertamente proclamata, è venuta da sé: non è il governo che deve adattarsi alle esigenze della Costituzione, è la Costituzione che deve conformarsi alle esigenze di questo governo. Se questo governo la preferisce così, non c’è proprio ragione di complicare con intralci costituzionali, per fortuna rimasti soltanto sulla carta, questo ingranaggio che va da sé così liscio.

Questa non è la Costituzione fatta dal popolo italiano per il popolo italiano: questa, è la Costituzione fatta perché la maggioranza democristiana possa continuare per omnia saecula a rimaner maggioranza. La constitution, c’est moi“: il programma fu già enunciato trent’anni fa, si riassunse fin da allora in un motto: “DURARE”.

È stato detto che la schiettezza di una democrazia è data dalla lealtà con cui il partito che è al potere è disposto a lasciarlo: la lealtà del giuoco democratico è soprattutto nel “saper perdere”. Ma la democrazia diventa una vuota parola quando il partito che si è servito dei metodi democratici per salire al potere è disposto a violarli pur di rimanervi:  il che può farsi, anche senza bisogno di mettere “fuori legge” gli oppositori, con qualche ben studiata revisione costituzionale, od anche semplicemente con qualche trucco elettorale che permetta al partito che è al potere di rimanervi anche quando nel Paese sia diventato minoranza.

Un sintomo preoccupante di una siffatta tendenza potrebbe ravvisarsi nella leggerezza con cui in questi ultimi tempi, da portavoce del governo autorevoli e qualificati, si è parlato di “revisione costituzionale”, come di una faccenda di ordinaria amministrazione.  È vero che nella nostra Costituzione è previsto uno speciale procedimento per rivederla; ma è anche vero che, nello spirito dell’Assemblea costituente questo procedimento, particolarmente lento e solenne, è stato dettato non per invogliare i posteri alle revisioni costituzionali, ma al contrario per ammonirli a non dimenticare che la nostra è una costituzione “rigida”,  le cui modificazioni saranno sempre da considerarsi come una extrema ratio straordinaria ed eccezionale, da affrontarsi con prudente diffidenza e solo dopo lunghi periodi di esperienza politica.

Le leggi istituzionali – ha scritto recentemente sulla Stampa Luigi Sturzo – son leggi per sé perpetue. I cambiamenti (anche costituzionali) devono avvenire “per esigenze obiettive maturate dopo la formazione e la esperienza della legge stessa”.

Fa pena sentire autorevoli parlamentari della maggioranza parlare con sì scarso senso di responsabilità della opportunità di rivedere la Costituzione per comodità del loro partito: neanche negli Stati retti da una costituzione “elastica” (cioè modificabile con legge ordinaria, com’era lo Statuto albertino) si è mai sentito dichiarare con altrettanta imprudenza che la Costituzione si deve ridurre ad essere una polizza d’assicurazione sulla vita ministeriale del governo uscente.Ma forse dissertare sulla distinzione tra costituzioni rigide e costituzioni elastiche può ridursi a un vuoto esercizio scolastico. Le costituzioni, elastiche o rigide, valgono non per quello che c’è scritto, ma per quello che i governanti vogliono leggervi.

Gli articoli delle costituzioni sono come membra di un corpo vivo: vivono finché vi circola dentro il sangue che le alimenta.  Il sangue, in questo caso, si chiama correttezza politica, lealtà costituzionale: se questo manca, le disposizioni scritte sulla carta rischiano di atrofizzarsi e di cadere da sé come membra in cancrena. Ora quello che più sorprende ed offende, in alcune recenti manifestazioni della maggioranza che è al potere, è l’assoluto e quasi ostentato dispregio di questa lealtà, che è il sangue della Costituzione: quasi si direbbe che prendano gusto a screditarla, a metterne in evidenza la provvisorietà, a ripetere a destra e a sinistra (ma specialmente a destra) che tutto si può ridiscutere, che nulla c’è, nel loro mondo costituzionale, di definitivo e di sacro.

Se il governo si fosse proposto di preparare in questo quinquennio la morte lenta, per anemia e per atrofia, di tutte quelle disposizioni per le quali la Costituzione repubblicana si voleva differenziare dallo Statuto albertino, non si sarebbe comportato altrimenti. Di questo dichiarato dispregio della “santità” della Costituzione, di questa ostentazione di miscredenza in quella “religione senza dogmi” che è il fondamento non scritto dei governi veramente democratici,  ci sembra di poter indicare in questi ultimi tempi tre manifestazioni tipiche, dalle quali si potrebbe dedurre che gli organi responsabili abbiano perduto (o non abbiano mai acquisito) il senso del limite che separa il lecito costituzionale da quel delitto costituzionale che l’art. 138 chiama “attentato alla Costituzione”.

La prima manifestazione di questo dispregio è data dalla (come dire?) impudica naturalezza con cui qualcuno ha sostenuto che la Costituzione si potrebbe senz’altro sottoporre a revisione ancor prima che essa sia stata integrata coll’effettiva entrata in vigore di quegli istituti,  che essa stessa ha prescritto come garanzie indispensabili ed essenziali del procedimento di revisione costituzionale:  e che anzi la revisione costituzionale si potrebbe senz’altro cominciare, per far prima, dall’abolire le disposizioni che prescrivono la instaurazione di tali istituti.

È noto che la nostra Costituzione, pur prevedendo che le sue norme possano essere, di regola, oggetto di revisione, stabilisce, proprio per evitare i colpi di maggioranza, che le leggi di revisione costituzionale possano sempre essere sottoposte a referendum popolare (art. 138); e stabilisce altresì, come garanzia ancor più generale, che tutte le leggi possano esser sottoposte al controllo della Corte costituzionale, per evitare che sotto l’apparenza di leggi ordinarie siano fatte passare di contrabbando leggi che violano la Costituzione,  o che il procedimento di revisione costituzionale avvenga senza l’osservanza delle garanzie volute dalla Costituzione.  Ora i nuovi costituzionalisti del partito di maggioranza proprio questo hanno osato sostenere: che siccome la maggioranza può tutto, essa potrebbe intanto cominciare a “smobilitare” dalla Costituzione queste, fastidiose garanzie di controllo costituzionale che sono il referendum e la Corte costituzionale, e (perché no?) la indipendenza della Magistratura.

Secondo la Costituzione il Parlamento non ha il potere di rivedere le norme costituzionali fino a che non siano in vigore gli istituti di controllo previsti come indispensabili per l’esercizio di questo potere:  è chiaro che coll’abolire le norme costituzionali che prescrivono l’istituzione di tali garanzie, il Parlamento verrebbe ad esercitare un potere di revisione costituzionale che ancora esso non ha. Non ci vuol molto acume giuridico per capire che questo tentativo di mutilare in bozzolo la Costituzione prima che essa abbia finito di uscire dal suo involucro, questa specie di procurato aborto costituzionale, ha già un nome nella prassi costituzionale: si può chiamare, secondo i gusti, “alto tradimento” o anche “colpo di Stato”.

La seconda manifestazione di questa incoscienza dei limiti costituzionali è data dalla indifferenza colla quale i nostri governanti ammettono che sia possibile domani tornare a ridiscutere, “in via legalitaria”, la forma istituzionale dello Stato. È vero, essi dicono, che l’art. 139 della Costituzione stabilisce che “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”; ma nessun articolo della Costituzione vieta di sottoporre a revisione costituzionale l’art. 139.  Così l’operazione “legalitaria” potrebbe avvenire in due tempi: in un primo tempo si abolirà, in via di revisione costituzionale, l’art. 139;  rimosso questo ostacolo, si passerà al secondo tempo, consistente nell’approvare una legge costituzionale che sottoponga la forma istituzionale a nuovo referendum: e poi, quando il nuovo referendum sarà indetto, alla pasta (dicono i “legalitari”) ci penseremo noi…

Ora, che questo discorso lo facciano i monarchici niente di strano: nella propaganda politica ogni pruno fa siepe.  Ma quel che si stenta a credere è che autorevoli esponenti di quel governo al quale è affidata la salute della Repubblica abbiano mostrato una aperta e compiacente benevolenza verso questo modo di argomentare,  facendo distinzione tra i neofascisti, che sarebbero da considerarsi violenti sovvertitori della democrazia, e i monarchici storici, che sarebbero, democratici “legalitari”, rispettosi della Costituzione al par dei più ortodossi repubblicani. Contro siffatte distinzioni ogni sincero democratico dovrebbe insorgere: sotto l’aspetto politico, e sotto l’aspetto giuridico.

Sotto l’aspetto politico prima di tutto, perché i monarchici cosiddetti “legalitari” non sono i sostenitori teorici di un’astratta idealità monarchica, innocua e rispettabile come tutte le idealità sinceramente professate;  ma sono i fautori in concreto di quella dinastia che fu tutt’uno col fascismo, e che quindi, sotto la bandiera del “legalitarismo” sabaudo, tenterebbero di cancellare dalla storia d’Italia il 25 aprile e di riportare il nostro Paese alla guerra civile.

Ma anche sotto l’aspetto strettamente giuridico: perché, se è vero che tutte le leggi, anche quelle costituzionali (ed anche quella supercostituzionale dell’art. 139) vivono finché siano appoggiate a una forza politica capace di farle vivere,  è anche vero che il giorno in cui si abolisse in via di revisione costituzionale l’art. 139, non si abolirebbe soltanto l’art. 139, ma si annullerebbe tutta intera la Costituzione, di cui quell’articolo costituisce la chiave di volta.

Ogni Costituzione ha la sua fisionomia giuridica, composta di elementi caratteristici che servono a individuarla:  se nella Costituzione italiana si volesse cambiare alcuno di questi elementi identificatori, o abolire l’articolo che sbarra la porta a questi cambiamenti, la Costituzione perderebbe la sua identità.

Questo non sarebbe un cambiamento giuridico: questo vorrebbe dire far crollare tutta la Costituzione e ricominciare da capo: tornare dal piano della legalità al piano della forza. Questi monarchici che vaneggiano di un nuovo referendum, attraverso il quale la Costituzione dovrebbe morir d’eutanasia con metodi costituzionali (come in certe malattie avviene che lo stomaco si metta a digerire se stesso), non si possono chiamare “legalitari”:  essi aspirano a provocare una nuova vacanza costituzionale, in cui la sorte del Paese sarebbe di nuovo riportata dalle aule parlamentari sulle piazze e sulle montagne.

Si dice questo non perché da questi nostalgici della dinastia fascista la Repubblica abbia oggi molto da temere:  ma perché non si può sopportare senza protesta che un governo repubblicano continui per fini elettorali a blandire, come fedeli servitori della costituzione repubblicana, coloro che mirano semplicemente, attraverso la restaurazione sabauda, ad annullarla.

E finalmente la terza manifestazione di insensibilità costituzionale (che è anche la più inquietante, perché è anche la più concreta ed urgente) è quella della leggerezza con cui il partito di maggioranza ed i suoi fiancheggiatori si apprestano alla riforma della legge elettorale politica; cioè alla abolizione di quel sistema proporzionale dal quale l’attuale Parlamento ha tratto i suoi poteri. Perché il governo di maggioranza sia democrazia è necessario che alla formazione di questa maggioranza abbiano potuto concorrere in condizioni di uguaglianza tutti i cittadini: per distinguere tra più e meno bisogna che gli elementi del calcolo siano omogenei: tutti i cittadini, al momento del voto, debbon contare per uno.

Questo ha voluto dire l’art. 48 della Costituzione, quando ha stabilito che il voto “è personale ed eguale, libero e segreto”; in questa norma è l’essenza ed il fulcro della democrazia: perché si abbia democrazia occorre che il voto di ogni cittadino abbia lo stesso peso. Il sistema che meglio risponde a questa istituzionale uguaglianza di voto elettorale è il sistema proporzionale;  ma, forse sotto l’aspetto strettamente giuridico, anche il sistema del collegio uninominale rispetta questa esigenza.

Tutti gli altri sistemi, dei premi di maggioranza o degli imparentamenti più o meno dissimulati, mirano, in sostanza, a distruggere questa eguaglianza di peso:  mirano, attraverso ingegnosi espedienti, ad ottenere che il voto degli elettori appartenenti a un certo partito o a una certa coalizione di partiti abbia un peso individuale superiore a quello dei voti raccolti dagli altri partiti. Ma così il preteso ossequio al principio di maggioranza diventa un trucco volgare: un trucco legalizzato, ma sempre un trucco.

Tra una maggioranza ottenuta col dare a ciascun voto del partito vincente un valore legale doppio di quello attribuito ai voti del partito avversario, e una maggioranza ottenuta col consentire agli elettori di quel partito, come un tempo si praticava, di introdurre nell’urna due schede invece di una, non esiste differenza di sostanza: si tratta ugualmente di frodi elettorali, colla sola differenza che chi la compie col primo sistema non rischia di andare in prigione.

Non c’è dubbio che l’abolizione del sistema proporzionale, e la introduzione in luogo di esso di un sistema elettorale che, abolendo la uguaglianza di voto, distruggesse, coll’inquinar la genuinità del calcolo, la stessa ragion d’essere del principio di maggioranza, costituirebbe un fondamentale sovvertimento del nostro sistema costituzionale.

Tale sovvertimento non potrebbe operarsi che con una legge di revisione costituzionale.  Si può anche ammettere che una riforma elettorale possa farsi con legge ordinaria, quando si tratti di modificazioni tecniche che non alterino i principi fondamentali della democrazia;  ma qui, quando si parla dei cosiddetti “premi” che trasformano gli elettori “premiati” in elettori autorizzati a votare due volte invece di una, è in giuoco il principio dell’uguaglianza politica dei cittadini, che è il fulcro della Costituzione.

Ora proprio a questo si assiste: che, alla vigilia della chiusura della legislatura, il partito che è al potere si appresta ad abolire, attraverso il trucco della legge elettorale, il principio più importante della Costituzione democratica: e potrà farlo impunemente con legge ordinaria, perché non esiste ancora la Corte costituzionale, che avrebbe potuto, se fosse stata istituita, rilevare la flagrante incostituzionalità di questa legge sovvertitrice.

La gravità costituzionale di questa minaccia consiste sopratutto in questo: che questa maggioranza parlamentare, eletta in base al sistema proporzionale, provveda a distruggere colle sue mani il meccanismo che le servì a farsi eleggere,  perché si è avvista che, se le nuove elezioni si facessero collo stesso meccanismo, essa, nella nuova Camera, non rientrerebbe più come maggioranza.

La lealtà democratica vorrebbe che la legge elettorale servisse unicamente a questo: ad accertare, col concorso uguale di tutti i cittadini, qual è al momento delle elezioni la maggioranza politica che ha diritto di governare:  le elezioni dovrebbero essere un prius e la maggioranza un posterius, cioè un dato desunto da queste: e ogni nuova consultazione elettorale dovrebbe poter costituire una salutare rinnovazione e circolazione di maggioranze al potere. Oggi invece si vorrebbe capovolgere il rapporto: la maggioranza uscita il 18 aprile dal sistema proporzionale dovrebbe rimanere per sempre immutata, creando da sé, a proprio vantaggio, un sistema elettorale che le permetta di restar maggioranza anche quando nel Paese essa sia diventata, per avventura, minoranza.

Nelle nuove elezioni, dunque, il potere di designare quale sarà la maggioranza della nuova Camera, non dovrebbero averlo più gli elettori: dovrebbero averlo, fino da oggi, gli eletti del 18 aprile, che, alla vigilia della scadenza, provvedono da sé a fabbricarsi la legge per esser rieletti!

Certo, anche le leggi elettorali si possono mutare: e ammettiamo anche che si possa, prima o poi, abolire il sistema proporzionale.  Ma questo deve esser voluto dagli elettori: sono gli elettori che devono stabilire, prima che il giuoco parlamentare cominci, le regole del giuoco. Le regole del giuoco non le possono mutare i giuocatori mentre la partita è ancora in corso, e si sta per vedere, di fronte al pubblico degli elettori, chi ha vinto e chi ha perduto.

Il sistema elettorale va preso nella sua obiettiva struttura come un istituto permanente. È vero che si può cambiare, ma quel nuovo sistema deve nascere per sempre, non può essere un ripiego del momento; se così fosse, perderebbe tutta la sua efficacia di appello al Paese”: anche queste sono parole recenti di Luigi Sturzo.

Se c’è oggi un partito che crede di dover proporre, nell’interesse del Paese, una riforma elettorale, ne faccia uno dei caposaldi dei suo programma elettorale alle prossime elezioni:  la correttezza parlamentare, che è soprattutto di principi non scritti, richiede che se un partito, anche il partito che ha avuto finora il potere, intende assumersi la responsabilità di proporre riforme del sistema costituzionale (di cui il sistema elettorale è parte integrante),  ne faccia oggetto di discussione nella piattaforma programmatica delle nuove elezioni: in modo che gli elettori possano, se vogliono, riconfermargli la loro fiducia per attuare quel programma nella nuova legislatura. Queste sono, presso i popoli veramente democratici, le regole del giuoco: non seguirle, vuol dire imbrogliare le carte e apprestarsi a barare.

Questo è, alla vigilia della resa dei conti, il bilancio costituzionale del partito che da cinque anni è al potere. Non è un bilancio brillante: qualcuno, più pessimista, potrebbe anche parlare di inadempienza dolosa e di bancarotta fraudolenta. Ma anche chi non si senta di dare un giudizio così severo, rimane perplesso.

Attenzione, attenzione! Qui è in giuoco – l’ha ammonito di recente un autorevolissimo senatore liberale, Pasquale Jannaccone “ben altro che la scelta di un sistema elettorale!”

Quando la democrazia cristiana, alla vigilia delle nuove elezioni, chiama intorno a se ad aiutarla tutti coloro che voglion salvare la democrazia, i chiamati faranno bene a domandarsi se essa li convochi veramente a salvare la democrazia (cioè prima di tutto la Costituzione e la Repubblica),  o non piuttosto li recluti come salariati, per aiutarla, in cambio di quel premio che troppo somiglia alla mancia che si dà ai servitori, a instaurare in Italia, invece della democrazia, una dittatura dì minoranza, che faccia a meno della Costituzione e magari, occorrendo, della Repubblica.

Piero Calamandrei ,  1 settembre 1952

 

vedi:  La maturità a prova di costituzione

Discorso sulla Costituzione

Il compito degli uomini della Resistenza non è ancora finito

Una democrazia che ragiona sui suoi principi


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