Il 28 novembre 1946 muore a Calabricata (Catanzaro)  uccisa da un colpo di fucile GIUDITTA LEVATO ( 31 anni) contadina.

Giuditta nacque in una frazione di Albi (Catanzaro) in una semplice famiglia contadina e crebbe dividendosi tra il lavoro nei campi e le faccende domestiche con pochissimi studi. A 21 anni si sposò e divenne madre di due figli, ma ben presto fu costretta a prendersi totalmente cura della famiglia perché il marito fu chiamato alle armi. Giuditta coltivò la terra, raccolse il grano e diede il pane ai propri figli in modo tale da sopperire all’ assenza del padre. Dopo la guerra il marito tornò a casa ma la serenità familiare venne presto sconvolta dalle lotte per le rivendicazioni delle terre.

Fausto Gullo

Nell’ottobre del 1944 il ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo ( 1887 – 1974) emanò dei decreti fondamentali per il mondo dei lavoratori della terra:  riforma dei patti agrari, in modo da garantire ai contadini almeno il 50 per cento della produzione che andava divisa; permesso di occupazione dei terreni incolti o mal coltivati rilasciato alle cooperative agricole di produzione; indennità ai contadini per incoraggiarli a consegnare i loro prodotti ai magazzini statali, ribattezzati granai del popolo; proroga di tutti i patti agrari per impedire ai proprietari di sbarazzarsi nell’anno successivo dei loro fittavoli; proibizione per legge di ogni intermediario tra contadini e proprietari, così da eliminare nel Mezzogiorno agricolo figure di mediazione.

Questi provvedimenti furono fortemente ostacolati dai latifondisti calabresi ( come quelli siciliani e pugliesi) che vedevano nei nuovi proprietari contadini degli usurpatori. Questa situazione causò diversi scontri violenti in quasi tutto il meridione e i primi conflitti calabresi tra contadini e i latifondisti, sostenuti dai loro inservienti e dalle forze dell’ordine, avvennero a Calabricata nel 1946.

Intanto Giuditta si era iscritta al PCI dove, grazie al suo duro lavoro militante, nacquero proprio a Calabricata la prima sezione del partito, una cooperativa ed infine la Lega. Con estrema semplicità di linguaggio, riusciva a parlare ai braccianti del pensiero comunista come mezzo di liberazione degli uomini dal bisogno, dalle guerre e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Stele a Sellia Marina (Catanzaro)

Il 28 novembre del 1946 Giuditta si unì a un gruppo di persone che si scontrò con Pietro Mazza, latifondista del luogo. La contesa era stata causata da una mandria di buoi che il Mazza aveva lasciato pascolare nei campi assegnati ai contadini, impedendone quindi la coltivazione. Durante la protesta, in circostanze mai del tutto chiarite, dal fucile di una persona al servizio del Mazza partì un colpo che raggiunse la donna all’addome. Fu trasportata prima a casa e subito dopo in ospedale, ma inutilmente. Morì all’età di 31 anni, mentre era incinta di sette mesi del suo terzo figlio.

Ma Giuditta fu solo la prima vittima della lotta alla repressione agraria; poi la violenza dei padroni si estese nel ’47 a Petilia Policastro e nel ’49 a Melissa (oggi tutti e due i paesi in provincia di Crotone).

Al capezzale della giovane contadina di Calabricata arrivò il senatore calabrese comunista Pasquale Poerio (1921- 2002) al quale Giuditta rivolse le sue ultime parole:

“Compagno, dillo, dillo a tutti i capi, e agli altri compagni che io sono morta per loro, che io sono morta per tutti. Ho tutto dato io alla nostra causa, per i contadini, per la nostra idea; ho dato me stessa, la mia giovinezza; ho sacrificato la mia felicità di giovane sposa e di giovane mamma. Ai miei figli, essi sono piccoli e non capiscono ancora, dirai che sono partita per un lungo viaggio ma ritornerò certamente, sicuramente. A mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle, dirai che non voglio che mi piangano, voglio che combattano, combattano con me, più di me per vendicarmi. A mio marito dirai che l’ho amato, e perciò muoio perché volevo un libero cittadino e non un reduce umiliato e offeso da quegli stessi agrari per cui hai tanto combattuto e sofferto. Ma tu, o compagno, vai al mio paesello e ai miei contadini, ai compagni, dì che tornerò al villaggio nel giorno in cui suoneranno le campane a stormo in tutta la vallata”.


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