A dispetto della retorica con la quale si invoca un confronto di merito sulla riforma costituzionale, la comunicazione molto si affida agli slogan accattivanti. Del resto, che abbiano o meno fondamento le obiezioni alla formulazione del quesito referendario in punto di diritto, è di tutta evidenza il carattere selettivo, demagogico e tendenzioso di esso: a fronte di 47 articoli, nel quesito figurano cinque titoli, dei quali ben tre alludono alla casta. A cominciare dalla (giusta e condivisa) soppressione del CNEL, che pure sta in un solo articolo.

Ma esaminiamo qualche slogan che va per la maggiore.

1) L’importante è cambiare. Meglio poco di niente. Tesi francamente curiosa con riguardo alla Costituzione. Si deve essere sicuri di cambiare in meglio. Perché mai i Costituenti hanno stabilito, con l’art. 138, una cosiddetta “procedura aggravata” per la revisione costituzionale? Esattamente perché, trattandosi della Legge fondamentale, il legislatore ci pensasse su bene, non operasse con superficialità e leggerezza.

2) Innovatori (virtuosi)-conservatori (censurabili).Tale binomio-polarità si può forse ragionevolmente applicare all’azione politica e di governo, non alla materia costituzionale. Conservare non è male e cambiare non è bene, per definizione. Dipende dal come e dal che cosa. Anzi: la Costituzione ha da essere un fattore di stabilità, la madre di tutte le regole di garanzia di una comunità politica nel mentre si avvicendano i cicli e le maggioranze politiche. Quelle che resistono nel tempo – tipico il caso della Costituzione Usa che data oltre due secoli orsono – di norma sono le buone Costituzioni. Custodire non è ottuso conservatorismo.

3) Cambiare è di sinistra. Non è necessario scomodare Bobbio. Basta il buon senso. Di sinistra non è il cambiamento per il cambiamento o, come oggi usa dire, con parola abusata ed enfatica, l’ “innovazione”. Dipende dalla direzione del cambiamento. Di sinistra è il cambiamento che realizza più uguaglianza e partecipazione. Nel caso nostro, a mio avviso, la cifra sintetica della riforma sta in una certa verticalizzazione/centralizzazione del sistema politico-istituzionale. In nome della “democrazia decidente” necessaria – si dice – alla nostra società frammentata e dinamica. Non è una bestemmia. È legittimo sostenerlo, non però raccontare che ciò è di sinistra, non negare che tale evoluzione non comporti un prezzo sul piano della rappresentanza, della partecipazione, della valorizzazione delle autonomie sociali e territoriali. Non a caso da più parti (compreso il sito “Bastaunsì”) si sono rimarcate le non poche consonanze con la riforma del 2005 varata dal centrodestra. Così pure è significativo che esponenti della maggioranza PD di estrazione Ds abbiano costituito un comitato denominato “a sinistra per il sì”. Con il proposito di smentire che la riforma sia più congeniale alla destra. Indirettamente avallando la plausibilità dell’interrogativo, corroborato dal sostegno di Confindustria, Marchionne e di tutto l’establishment economico-finanziario.

4) Ora o mai più, dopo cinquant’anni di inerzia. Premesso che dal 1963 si è emendata la Carta 18 volte, perché tanto scetticismo? Di più: a sostenerlo sono gli stessi che ammettono che la riforma non è perfetta ma che la si potrà integrare e correggere. Autorizzando così a rovesciare l’interrogativo: una volta varata, quella sarà, e sarà difficilissimo rimettervi mano. E comunque riforme di questa portata si fanno per le generazioni, non con il retropensiero che poi le si corregge.

Infine, lo slogan principe: “Bastaunsì”. Al quale io, che sto sul fronte del no, mi sento di opporre lo slogan “Nonbastaunno”. In tre sensi:

1) spiegando come si potrebbe fare una riforma più circoscritta e persuasiva da affidare alla prossima legislatura e cioè a un parlamento che abbia più autorevolezza (non dico legittimazione) di questo, minato alla radice da una legge elettorale giudicata incostituzionale;

2) un parlamento che abbia altresì un preciso mandato a valle di una campagna elettorale nella quale le forze politiche sottopongano ai cittadini non generici titoli, ma un proprio preciso progetto;

3) impegnandosi in una azione educativa di lunga lena di quella che Dossetti chiamava la “coscienza costituzionale”, cioè il senso/valore della Legge fondamentale che presiede alla “casa comune”. Se tale coscienza fosse viva e diffusa mai ci si sarebbe azzardati a varare una sorta di nuova Costituzione espressione del governo. Con le lacerazioni che stiamo ora scontando. Un prezzo francamente troppo alto, trattandosi appunto del patto che ci tiene insieme.

Franco Monaco, senatore PD               Il Fatto  17 novembre 2016

 

vedi:  Motivazioni per un No

Un posto al volante solo per chi vota Sì

Costituzione, ecco perché bisogna salvarla

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