1805- 1872

Questo brano è tratto dall’articolo intitolato “COSTITUENTE E PATTO NAZIONALE” pubblicato nell’ultimo giornale politico fondato da Giuseppe Mazzini: La Roma del Popolo ( N. 47  18 gennaio 1872). Il giornale iniziò le sue pubblicazioni a Roma nel 1871 e venne diretto da Giuseppe Petroni, patriota e difensore della Repubblica Romana. Le pubblicazioni durarono dal 9 febbraio 1871 al 21 marzo 1872, poco dopo la morte di Mazzini avvenuta a Pisa il 10 marzo. Petroni figurava come direttore in nome di Mazzini, costretto all’esilio permanente tra Lugano, Londra e brevi viaggi in Italia sotto falso nome. Gli articoli di fondo del giornale, tutti firmati da Mazzini, sono la summa del suo pensiero politico, sociale e umano più alto e affascinante, Ma soprattutto colpisce la preveggenza che Mazzini esprime sul futuro di un’Italia da lui sempre amatissima ma che non accettava per come si andava configurando politicamente e, soprattutto, moralmente. La sua drammatica riflessione sull’indifferenza, in questo articolo, anticipa di decenni quella di un altro grande italiano, Antonio Gramsci ( vedi il link a piè di pagina), che scrisse un accorato testo contro gli indifferenti nel 1917. I due Maestri ci aiutano a capire ( se lo vogliamo) che il vero devastante pericolo per la nostra società prima della corruzione, dell’incapacità dei politici, delle forme di “democratura” ritornante è la massa d’indifferenti che ci abitano intorno, che forse vivono con noi, che forse siamo noi stessi.

 

Due morti hanno i popoli: l’anarchia e l’indifferenza. Conseguenza l’una e l’altra del materialismo che sopprime ogni vincolo di fede comune, conducono ambe infallibilmente alla negazione di ogni iniziativa e alla schiavitù. Della prima e dei suoi risultati ci porge tale esempio la Francia, che dovrebbe, se pensassero, far rinsavire quanti imprudenti giovani s’affaticano oggi tra noi a risuscitare le vecchie ammirazioni e le vecchie speranze che ci indugiarono mezzo secolo sulla via. La seconda minaccia di soffocare, in Italia, sul nascere della Nazione, ogni coscienza di missione nel mondo, ogni virtù d’idea collettiva, ogni culto di tradizione d’avvenire e ridurci alla condizione d’una gente che produce e consuma, e vive di vita puramente materiale, senza individualità morale, senza fine comune da raggiungere, senza comunione di vita operosa spirituale colle altre Nazioni di Europa.

Indifferenza negli elettori provata, generalmente parlando, dalla cifra dei votanti nei collegi: indifferenza nei deputati provata ogni giorno dalla difficoltà di raccogliere il numero voluto per le sedute, dalla frequenza dei congedi chiesti e concessi, dall’affrettarsi dei rappresentanti alle loro città sull’accostarsi dalla menoma solennità che dia pretesto di vacanza prolungata sempre oltre i limiti voluti, dai voti dati senza discussione o quasi intorno a questioni di grave importanza: indifferenza negli uomini di governo che vivono d’espedienti, senza disegno premeditato, senza tradizioni politiche, senza quella tranquilla, tenace persistenza di concetti che dà in oggi lento ma continuo progressivo incremento alla Russia e agli Stati Uniti, e son paghi di superare le difficoltà della giornata senza guardare al futuro: indifferenza nei governati che biasimano e non combattono, presentano mali e non preparano i rimedî, pensano e non dichiarano ad alta voce il pensiero, e sembra accettino, regnante un sistema di semi-libertà, la vecchia formula dei tempi dispotici: non tocca a noi: indifferenza nei capitalisti che hanno innanzi, in Sicilia, nel mezzogiorno continentale, in Sardegna, nell’Agro Romano, nelle terre incolte d’Italia, una serie di nobili imprese da compiersi con giovamento proprio e del paese e le lasciano intentate o preda di speculatori stranieri. I lagni contro l’esagerazione e il pessimo assetto dei tributi prorompono da ogni lato e ad ogni ora; ma nessuno tenta contro un intero sistema una di quelle potenti agitazioni che in Inghilterra sorgono ordinate, pertinaci, sicure in ultima analisi di trionfo contro ogni atto o progetto economico non consentito dall’opinione.

Le ire contro le giornaliere violazioni delle libertà individuali, gli arbitrî degli impiegati subalterni, la tristissima amministrazione delle leggi buone o cattive esistenti sono, più che frequenti, continui e suonano minacciose; ma da queste ire non è mai escito l’impianto d’una Associazione che, fornita di mezzi, s’assuma di rivendicare l’esercizio del diritto violato chiamando davanti ai tribunali i violatori, dall’addetto alla questura fino al ministro. Gli assennati si stringono nelle spalle come pensando: non gioverebbe; e i più frementi fra i giovani accennano a un giorno nel quale s’avrà da rifare l’intero edifizio: perchè affronterebbero noje e pericoli per correggere questo o quest’altro particolare?

Indifferenza alle cose dell’oggi e inerte presentimento d’inevitabili mutamenti; è questa la condizione generale delle menti in Italia. Un non so quale senso di provvisorio in tutto ciò che è, svoglia gli animi dal fare. Diresti che il paese, visitato da una grande, recente delusione, avesse smarrito la coscienza della propria forza e dei proprî fati e aspettasse rassegnato dai casi un incerto futuro.

Giuseppe Mazzini    18 gennaio 1872

 

VEDI: GLI INDIFFERENTI E GLI UOMINI MEDI

Pensiero Urgente n.227)

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