Se ci fosse Gaber. Quante volte l’ho pensato. Cosa direbbe Gaber. In qualche modo lo ha già detto. Ha già descritto venti anni fa quello che succede oggi. Nulla di profetico. Solo rapporto causa e effetto. L’aria pesante, che in una delle sue ultime canzoni veniva a mancare, sta finendo. Viviamo in apnea. E quel suo “far finta di essere sani”è diventato un “far finta di essere ancora vivi”. Il teatro-canzone del grande cantante e critico del costume italiano è finito con lui. Ma prosegue il teatro: sempre meno canzone, sempre più falsato.

Chissà cosa direbbe Gaber nel 2016, del significato dei termini “destra” e “sinistra” che una delle sue più pungenti, ultime produzioni metteva alla berlina. Destra e sinistra è del 1994. Anno esiziale. Archiviata la Prima Repubblica, Tangentopoli per nulla finita (né mai finirà: finirà solo l’illusione che qualcosa potesse cambiare) e primo governo Berlusconi. Tutto incominciava a diventare estremamente confuso.

Gaber giocava con feroce ironia sugli scampoli di una differenza di ideologia che si faceva sempre più sottile e impercettibile. Ci ricordava “che la doccia è di sinistra” mentre “il bagno è di destra”, come di destra era il culatello (mentre la mortadella si collocava saldamente a sinistra). Alla morte delle ideologie (che poi significava la prepotente permanenza di un’unica, divorante, annichilente forma di dominio finanziario quindi psicologico e culturale) Gaber contrapponeva quanto restava di un pauperismo berlingueriano contrapposto al montante edonismo berlusconiano.

Come a dire che a sinistra rimaneva lo spettro di un’etica sociale, mentre a destra si consolidava “l’edonismoreaganiano”, felice definizione di un giovane Roberto D’Agostino. Questo nel 1994 (guarda un po’, Orwell). Venti e passa anni dopo la confusione rimane, ma ha raggiunto dimensioni che superano qualunque immaginazione. Per questo ci si interessa sempre più blandamente di politica. Perché non ha più alcun sogno.

I sogni si possono deridere, così come Cervantes derideva l’idealista pasticcione Don Chisciotte. Il sonno senza sogni non può essere deriso e tantomeno criticato. È una forma di non essere che pure, in pieno paradosso, sussiste. La massima espressione di tutto ciò è oggi rappresentata proprio da quello che sarebbe, in Italia, il più grande partito di centro-sinistra, dove il prefisso (“centro”, seguito dal trattino) indica la contraddizione del termine che segue.

Oggi, la sinistra è proprio la destra. Il Vangelo della sinistra secondo Matteo (Renzi) è riformista. E ha riscritto interamente il senso di quella che fino a Bobbio (il suo classico “Destra e sinistra“basterebbe a tracciare una linea di demarcazione, una differenza e la produzione di un senso di una normale contrapposizione di valori) era il sale della democrazia. Oggi non più. Dicevamo che Renzi è “riformista”. Lo è innanzitutto. “Bisogna fare le riforme” è lo slogan della nuova sinistra. E non importa se siano di destra e di sinistra. L’importante è che siano riforme. Bravo Renzi e i suoi coriacei alleati nonché i suoi corifei come i giornalisti de l’Unità, giornale fondato da un certo Antonio Gramsci che vorrei vedere, a leggere gli articoli di Rondolino e compagnia “riformante”.

Il vangelo della sinistra secondo Matteo (Renzi) sta sempre dalla parte dei più potenti, dei più ricchi, delle lobby. Perché creano posti di lavoro, dice. Il vangelo della sinistra secondo Matteo (Renzi) odia i sindacati perché vorrebbero tutelare i lavoratori, e fanno casino. Mentre nel Vangelo secondo Matteo (Renzi) è di sinistra Marchionne. Continuando il parallelo con il cristianesimo, potremmo dire che, rovesciandosi qui tutto, che quello di Renzi è una forma di satanismo. Falce e martello all’incontrario. Immaginatevi (questo sforzo si può fare) cosa direbbero Togliatti o Berlinguer dell’idea di sinistra di Matteo Renzi. Oppure Gramsci, che abbiamo già mestamente tirato in ballo. Ma io sogno ancora le parole di Gaber. E se avrebbe nel 2016 avuto ancora la forza di indurre al sorriso e alla riflessione, in quel margine di ambiguità ormai perduto.

Aldo Nove       Il Fatto 14/4/2016

 

vedi: 1 gennaio 2013. Grazie Gaber!

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