Orlandini nel 1943

Il 18 ottobre del 1977 muore a Pianzano di Carpineti (RE) dopo una breve malattia DOMENICO ORLANDINI (64 anni, nome di battaglia Carlo))  presbitero, partigiano e antifascista.

Don Orlandini nacque a Poiano, piccola frazione di Villa Minozzo (RE) e dopo il Seminario venne ordinato sacerdote il 9 giugno 1940. Nel settembre dello stesso anno fu inviato come viceparroco a Montecchio Emilia (RE) dove maturò definitivamente un deciso antifascismo che espresse continuamente anche quando divenne parroco nel 1941 ( dopo essere stato arruolato come cappellano negli Alpini) nel paese natale. Amico di un altro grande prete antifascista, don PASQUINO BORGHI (1903- fucilato il 30 gennaio 1944 a Reggio Emilia) venne proposto dai fascisti per il confino ma riuscì ad evitarlo con la caduta del fascismo, il 25 luglio.

Dopo l’8 settembre 1943 don Orlandini entrò decisamente nella vicenda resistenziale con grande spirito di carità. La sua casa di Poiano si trasformò in un posto di raccolta e ristoro per sbandati italiani e soprattutto per i prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento tedeschi. Per questo compie due missioni al Sud, dal 27 novembre 1943 al 12 aprile 1944, come Agente dell’A’ Force inglese, finalizzata al ricupero di ex prigionieri alleati dispersi nei territori occupati dai Tedeschi. Riesce nell’impresa liberando circa 2700 prigionieri, tra i quali il figlio del generale inglese Montgomery.

Ma sempre più si avvicina anche alla lotta resistenziale: questo fatto lo mette in difficoltà con il vescovo della diocesi di Reggio Emilia, Eduardo Brettoni, perché il diritto canonico vieta ai sacerdoti la partecipazione a movimenti armati. Comunque don Orlanidini entra nel movimento partigiano e prende il nome di battaglia “Carlo“: il vescovo pubblicamente lo difende dalla Guardia Nazionale Repubblicana  ma privatamente lo critica, in quanto il suo comportamento è canonicamente errato e lo esorta a fare soltanto il prete.

Ma don Orlandini sente che “fare il prete” in quei momenti significa anche assumersi la responsabilità della lotta armata.

Don Orlandini (a cavallo) con alcuni ufficiali inglesi. Inverno 1944-45.

Nella primavera del 1944, paracadutato sull’Appennino reggiano, organizzò i collegamenti tra partigiani e Alleati. Nel mese di giugno “Carlo” partecipò ai combattimenti che, il giorno 8, portarono alla liberazione di Ligonchio, alla creazione della “Repubblica partigiana di Montefiorino” e poi all’amministrazione della “Zona libera”, nella quale don Orlandini operò come intendente delle formazioni partigiane reggiane.

Su consiglio dell’amico partigiano GIORGIO MORELLI ( 1926- 1947)  il 15 settembre 1944 fonda la brigata partigiana Fiamme Verdi, unite alle brigate comuniste Garibaldi dal punto di vista militare attraverso il comando unico di zona. All’interno del comando ci sono attriti, forse inevitabili, ma nonostante questa situazione di difficoltà, il comando resta unito fino alla liberazione.

Don Orlandini rimase sempre anzitutto sacerdote, ribelle non per egoismo, ma per amore degli oppressi. Come comandante partigiano sentì il dovere di non essere uomo di partito, ma di rispettare le scelte partitiche e ideologiche diverse dalle sue se costantemente rivolte al progetto di liberazione e pacificazione.

Dopo le sconfitte che i partigiani subirono nell’estate 1944, fu don Orlandini a riproporre con forza la riorganizzazione dell’azione militare partigiana, affidata al CLN e non a singoli capi e la sua opera fu decisiva per tenere i collegamenti tra partigiani e forze alleate. Il CLN, poi, fece confluire nelle “Fiamme Verdi” (che divennero così 284a Brigata Fiamme Verdi) forti contingenti di combattenti, senza discriminazioni partitiche.

Gli uomini di “Carlo” si distinsero in molti combattimenti tra il gennaio e l’aprile del 1945 e saranno quattro partigiani delle Fiamme Verdi di “Carlo” a issare il tricolore il 24 aprile 1945 al balcone del Municipio di Reggio Emilia.  Don Orlandini venne, infine, decorato dagli inglesi con la “Victoria Cross“, la più alta onorificenza militare. Subito dopo la Liberazione, le Fiamme Verdi riconsegnarono immediatamente le armi e nessun uomo della Brigata verrà coinvolto nei fatti di sangue del dopo guerra. Questo fu l’ordine di “Carlo”:

“Deponiamo le armi, ognuno di noi riprenda il suo posto nella vita e, con lo stesso entusiasmo col quale abbiamo distrutto uno stato imbelle, ricostruiamolo solido e presente al servizio di tutti, ma in modo particolare della povera gente. Arrivederci”

Anche don Orlandini rientra nella “normalità” ma la sua figura verrà sempre vista come “scomoda” negli ambienti ecclesiastici. Farà brevemente il cappellano militare, scriverà sull’Avvenire e farà il viceparroco (!) in vari paesi, sempre apprezzato per il suo carattere schietto, aperto, risoluto, energico ed esuberante. Nell’agosto 1949 va parroco a Talada (RE). Ha in valigia la Victoria Cross che restituisce agli Inglesi quando questi, a Trieste nel 1953, sparano sugli Italiani. Poi farà il parroco in altri paesi, perché “Carlo” si è sempre sentito, prima di tutto, in ogni circostanza, prete, fedele alla sua vocazione giovanile e al servizio, sempre e solo dei poveri e degli oppressi.

Nel 1971 gli viene assegnata la parrocchia, piuttosto malmessa, di Pianzano di Carpineti. La prende volentieri, in onorata povertà, iniziando a sistemare la canonica con le sue stesse mani e con l’aiuto di sempre nuovi amici. Poi, dopo una breve malattia, muore il 13 ottobre 1977. Solo quattro mesi prima lo Stato italiano si era ricordato dei servizi ricevuti da lui e lo aveva nominato Cavaliere al merito della Repubblica. Solo all’ultimo… I resti di don Orlandini riposano nel cimitero di Pianzano di Carpineti.

 

vedi:  Un prete nella Resistenza: don PASQUINO BORGHI

La Resistenza di Fieramosca: GASTONE FRANCHETTI


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