L’11 settembre 1869 muore  per i postumi di alcune ferite a Belgirate (Verbania) GIOVANNI CAIROLI  (27 anni) militare e Patriota risorgimentale italiano.

Giovanni nasce a Pavia ultimogenito di CARLO e di ADELAIDE BONO CAIROLI (1806- 1871), grande patriota italiana: per la formazione che essi seppero dare in famiglia i loro cinque figli parteciparono tutti attivamente alle vicende legate al Risorgimento, distinguendosi per l’eroico ardore e per il sacrificio.

Giovanni  animato dal patriottico clima familiare  alla vigilia della seconda guerra d’indipendenza (1859), ancora adolescente, mentre i fratelli si preparavano a combattere, affrontò un ufficiale austriaco: arrestato, venne messo in libertà per l’intervento famigliare  e per le premure della madre, che lo mandò nella loro proprietà di Gropello ( oggi Gropello Cairoli in provincia i Pavia), oltre il confine col Regno del Piemonte.

Nel 1860 venne ammesso all’Accademia militare di Torino e completò nel 1862 gli studi di matematica intrapresi già dal 1858 all’università di Pavia, entrando quindi in servizio attivo nell’esercito, tra le cui file partecipò nel 1866,alla terza guerra d’indipendenza, col grado di capitano e mansioni di genio sui ponti del Po. Nel 1867, venuto a conoscenza dei progetti di una spedizione garibaldina nello Stato pontificio, si coinvolse subito e, unitosi al fratello ENRICO (1840- 1867), si recò nell’agosto a Roma, per studiarvi le possibilità di un’insurrezione popolare ( che doveva essere di appoggio all’intervento militare che GIUSEPPE GARIBALDI avrebbe portato a Mentana e Monterotondo) ma furono giudicate per il momento scarse.

Quando, in settembre, il progetto parve più fattibile, Giovanni col fratello Enrico, tornò a Roma, dove s’impegnò nei preparativi insurrezionali popolari. Espulsi, il 9 ottobre, dalla polizia pontificia, Giovanni ed Enrico si recarono a Firenze dal fratello BENEDETTO ( 1825- 1889), portandosi quindi a Temi, per organizzare di lì un’azione d’appoggio all’insurrezione.

Mentre il fratello raccoglieva notizie al confine,  Giovanni. radunò un drappello di altri settantasei volontari; il fratello ne assunse il comando, mentre Giovanni guidava una delle tre sezioni (la terza) in cui la piccola forza venne articolata. Partiti la sera del 20 ottobre 1867, passarono per la Sabina, donde proseguirono via Tevere, giungendo la sera del 22 a ponte Milvio; ma si resero conto, dalla mancanza di comunicazioni e di segnali, che l’insurrezione del popolo romano era abortita.

Rimasti così isolati, si rifugiarono in un canneto, avanzando poi, verso l’alba del 23, sui monti Parioli, in cerca di posizioni elevate e meglio difendibili per un prevedibile attacco pontificio. Occupato il poggio della villa di proprietà Glori, vi sostennero nel pomeriggio un’irruzione di zuavi e gendarmi pontifici. Nel contrattacco alla baionetta Giovanni venne ferito assieme al fratello Enrico, che morirà poco dopo. Trascinatosi fino a una cascina, accettò che s’inviasse una richiesta di soccorsi. Giunto al crepuscolo un distaccamento di gendarmeria, Giovanni venne fatto prigioniero coi compagni e portato all’ospedale di Santo Spirito  da dove fu poi trasferito alle Carceri Nuove. Veniva intanto concluso un accordo tra il generale pontificio Kanzler e Garibaldi per uno scambio di salme e di prigionieri.

Giovanni potè così evitare il  processo istruito contro i cospiratori che avevano agito all’interno di Roma. La liberazione fu dapprima condizionata all’impegno di non recar più armi contro lo Stato pontificio. Rifiutando però Giovanni tale impegno, le autorità, specialmente per l’intercessione di un cappellano militare inglese, si limitarono a intimargli di non compiere atti ostili contro lo Stato, e il 7 dicembre 1867 lo misero in libertà.

Le vicende dell’impresa furono annotate da Giovanni in un giornaletto da campo, pubblicato nel 1899. Sulla base dei primi appunti Giovanni compose poi l’opuscolo Spedizione dei monti Parioli , pubblicato a Pavia nel 1868. Rientrato nel 1867 a Pavia Giovanni venne eletto  consigliere comunale. Ma non essendosi mai ripreso dai postumi delle ferite della battaglia di Villa Glori, morì a Belgirate,  dove si trovava la villa della famiglia Bono-Cairoli,  l’11 settembre 1869. I resti di Giovanni Cairoli riposano nella tomba di famiglia a Gropello Cairoli (Pavia).

Giosuè Carducci (1835-1907) scriverà il componimento poetico “In morte di Giovanni Cairoli” contenuto nella raccolta Giambi ed Epodi (1867-1879) e ispirato alla vicenda dello scontro di villa Glori.

 

Dopo la morte di Giovanni GIUSEPPE MAZZINI scrisse questa lettera alla madre Adelaide Cairoli:

14 ottobre (1869)

Signora, ho esitato finora ad aggiungere una parola di compianto e di conforto a quelle che vi vennero e vi vengono da tutti i buoni d’Italia. Di fronte a un dolore quale deve essere il vostro, io mi sentiva incapace e quasi indegno di scrivervi: né, se non credessi fermamente in Dio, nell’immortalità della vita e nei fati segnati dalla Provvidenza all’Italia, oserei farlo oggi.

Ma voi non avete, confido, potuto credere un solo momento che io tacessi per colpevole oblio o perché non sentissi tutta quanta la solenne grandezza del sacrificio che s’incarna in Voi e nei nostri.

La vostra famiglia sarà, quando avremo libertà vera, virtù, unità e coscienza di Popolo, una pagina storica della Nazione. Le tombe dei vostri figli saranno altari. I loro nomi staranno fra i primi nella litania dei nostri Santi. E Voi che educaste le anime loro, Voi che li avete veduti sparire a uno a uno patendo ciò che soltanto qualche madre può intendere, ma non disperando, rimarrete simbolo a tutti del dolore che redime e santifica, esempio solenne alle donne italiane e insegnamento del come la famiglia possa essere ciò che deve, e sinora non è, Tempio, Santuario della Patria comune.

Ma a Voi non importa né ad essi importava di fama. Voi non adorate, essi non adoravano che il fine, quel santo ideale d’una Italia redenta, pura di ogni macchia di servitù e di ogni sozzurra d’egoismo e di corruzione, e iniziatrice di forti e grandi pensieri da Roma, che ispirò, attraverso una tradizione di secoli, le nostre migliori anime alla battaglia e al martirio.

E però vi dico: sorridete nel pianto, i vostri hanno, morendo, vinto; hanno affrettato d’assai il momento in cui quell’ideale diverrà fatto sulla nostra terra. Stanco dagli anni, dalle infermità e da altro, io ho sentito, all’annunzio della morte del nostro Giovanni, e delle ultime parole ch’ei proferiva, riardere dentro la fiamma dé miei anni giovanili e riconfermarsi in me il proposito della vita. Migliaia di nostri, non ne dubitate, hanno sentito lo stesso. Una intera famiglia non vive non muore come la vostra senza che tutta una generazione si ritempri in essa e muova innanzi d’un passo.

Giuseppe Mazzini

 

vedi:  La generosità di un giovane (2): ENRICO CAIROLI

Una Madre Patriota: ADELAIDE BONO CAIROLI


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