Ci fu l’intelligenza di un rapporto nuovo tra il cittadino e lo Stato. Ci fu un fattore di saldatura che superò ogni altro valore: il recupero della unità nazionale.

IL 26 ottobre 1945 erano passati appena cinque mesi dal 25 aprile. Ferruccio Parri, il presidente del Consiglio dell’Italia liberata — e anche il capo partigiano che aveva portato a Roma il “vento del Nord” — parlava alla Consulta, la prima provvisoria assemblea di uno Stato rinascente. E, ad un certo punto, avvenne il putiferio. Fu quando Parri disse: «La democrazia è praticamente agli inizi: io non so, non credo che si possano definire regimi democratici quelli che avevamo prima del fascismo». È subito dopo che nei resoconti si legge: “interruzioni, rumori, grida di viva Vittorio Veneto!”. Non c’è nulla di meglio di questa scena “parlamentare” che fissi, come in un flash, i due aspetti della Resistenza. Che fu, allo stesso tempo, rottura e ricongiungimento rispetto alla vicenda nazionale e alla sua storia costituzionale.

Fu rottura di quel che il fascismo aveva introdotto come disciplinamento autoritario di massa. La milizia nel “partito unico”. La soppressione del parlamento “politico”. Lo spegnimento della cittadinanza nelle sue libertà e nel suo nucleo fondamentale del diritto di voto. Ma fu anche rottura di quanto chiuso, incompiuto, escludente aveva il regime pre-fascista nell’organizzazione istituzionale ed elettorale dello Stato. Di quello Stato, appunto, che aveva avuto “bisogno” della strage della Grande Guerra per cementare, con un’avventura di sangue, l’unione nazionale che non era riuscito a conseguire con la normale gestione giuridica ed economica del Paese. E che con le origini antiparlamentari di quella guerra e con gli esiti “mutilanti” di Vittorio Veneto avrebbe dato una assurda “legittimazione di fatto” alla torsione sovversiva. La Resistenza fu anche, però, ricongiungimento storico. Lo fu rispetto alle libertà conquistate nel Risorgimento. Ma non solo per quelle contenute nello Statuto del 1848 ed avvalorate dai governi liberali che lo seguirono. Lo fu anche, e soprattutto rispetto alle idee di democrazia e di partecipazione popolare, proprie della parte minoritaria ed “eretica” del Risorgimento.

Sono questi due aspetti — rottura e ricongiungimento, ribellione e ritorno alle radici — che fanno l’anima peculiare della Resistenza italiana. Quell’anima che così spesso emerge nelle ultime lettere — semplici o colte — dei “suoi” condannati a morte. Al di là degli addii alla vita, ritorna fermissima la sicurezza che la cospirazione e la lotta avrebbero avuto — di per sé — un effetto duraturo di rinascita per l’Italia. Tanto che non è sbagliato pensare che, in fondo, lo stesso “miracolo italiano” della ricostruzione materiale cominciò proprio da questa consapevolezza: che un avvenire fosse possibile solo in quanto una Resistenza ci fosse stata, sia pure di uno solo.

In questo preciso significato l’anima della Resistenza ebbe valore “costituente”. Non ci furono allora particolari elaborazioni giuridicocostituzionali. Ma ci fu nettissima, al di là delle differenze ideologiche (che già seguivano le diverse visioni del mondo) l’intelligenza di un rapporto nuovo tra il cittadino e lo Stato, tra le libertà “di carta” e le libertà concrete. Ci fu, soprattutto, un fattore intensissimo di saldatura che sembrò superare ogni altro valore: il recupero dell’unità nazionale. L’Italia divisa in due non fu solo una insopportabile constatazione territoriale, fu anche una lacerazione psicologica e morale che segnò lo spirito della Resistenza come impegno di recupero di un bene perduto. La cui salvaguardia fu sempre presente anche quando lo spirito “costituente” si fece istituzione, nell’Assemblea Costituente, e divenne “libro” nella Costituzione del 1948.

È in queste realtà concrete che si materializza il principio di non contraddizione tra due formule note e che sembrano, a prima vista distanti. La Resistenza come “secondo Risorgimento”. La Costituzione come “nata dalla Resistenza”. È giusto, tanti decenni dopo quel 25 aprile, interrogarsi su quello che ci fu poi. Ci sono, fra le tante, due vicende che più di tutte pesano, nel bene e nel male. E sembrano cominciare proprio in quel giorno del breve governo Parri. Innanzitutto, le interruzioni dell’aula segnavano la distanza tra concezione “liberale” e concezione ”sociale” della democrazia dei diritti. Presagio della accidentata e non conclusa storia che doveva trovare però nella Corte costituzionale il semaforo di garanzia (alterno, come tutti i semafori) per una rotta che ha seguito comunque l’impulso delle origini.

Ma poi quei ”rumori” segnalavano anche la prima crisi dei partiti: che si ponevano allora come “cartello” istituzionale nel Comitato di Liberazione Nazionale. L’Assemblea Costituente doveva raccogliere il senso di quella critica in due direzioni costituzionali. Garantendo la centralità dell’istituzione parlamento; chiedendo la democratizzazione dei partiti. La prima direzione fu seguita fino in fondo, la seconda non fu neppure iniziata. È così accaduto che lo svuotamento di senso democratico dei partiti, corpi intermedi tra cittadini e parlamento, abbia determinato la crisi profonda della democrazia rappresentativa. Un circolo vizioso sempre più aggravato. Perché gli interventi ortopedici non sono stati mirati sulla vita interna dei partiti e sulle sue garanzie. Ma rivolti alle istituzioni parlamentari, con amputazione di rappresentanza e inaridimento del diritto di voto del cittadino. Non era questo il percorso ”costituente” della Resistenza. Eppure ritrovarne il filo è ancora possibile in una storia nazionale che non può ripetere l’errore di «non volere più saperne della politica». Le estreme parole che Sergio Mattarella ricordava ieri su questo giornale.

 

Andrea Manzella      Repubblica 25.4.15

 

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