Il rogo di Michele Berti. Inc XIV sec.

Il 30 aprile del 1389 muore a Firenze bruciato vivo sul rogo come eretico MICHELE BERTI DA CALCI (al secolo Giovanni Berti, forse di circa 40 anni) religioso e predicatore francescano.

Michele Berti è un’alta espressione della religiosità del Trecento che fu caratterizzata da numerosi movimenti religiosi e popolari che volevano rifarsi all’originario ideale di povertà evangelica ed anche di opposizione ad una gerarchia ecclesiastica, potente e ricca, che voleva primeggiare sul potere imperiale.

Soprattutto nei vari ordini francescani nacquero dei movimenti che univano religiosi e laici per cercare di ritrovare l’ideale puro di San FRANCESCO. Uno di questi fu il movimento dei Fraticelli della Vita Povera che, condannati da vari papi, acuirono maggiormente l’opposizione al potere temporale della Chiesa. La corrente pauperistica ( di cui i Fraticelli facevano parte) con i suoi appelli indiretti ad un rinnovamento etico-sociale ebbe vasto seguito e risonanza popolare tanto da allarmare le gerarchie ecclesiastiche che la giudicarono da condannare come eretica, tanto più che i Fraticelli avevano cercato ed ottenuto, in nome dell’autonomia del potere temporale da quello papale, la protezione dell’imperatore Ludovico il Barbaro.

Morto il fondatore dei fraticelli Angelo Clareno da Cingoli nel 1337 i suoi seguaci ebbero un vasto seguito in alcune città e in particolare a Firenze dove cercarono di sfidare più volte i teologi della Chiesa in un pubblico dibattito che non fu accettato. Le gerarchie reagirono con editti di espulsione mentre il frate minore Michele Berti ( originario di Calci vicino a Pisa) divenne il punto di riferimento dell’azione dei Fraticelli e fin dal gennaio 1389 ( dopo aver lasciato Ancona dove molto aveva operato) portò avanti la sua predicazione di sfida delle autorità religiose, in particolare a Firenze, fino a quando nell’aprile del 1389 il vescovo di Firenze (francescano!) lo fece arrestare insieme ai suoi compagni.

Il frate fu sottoposto ad interrogatorio e torture per 10 giorni di seguito ma egli pervicacemente e coraggiosamente continuava a professare che papa Giovanni XXII ( uno dei papi che negli anni precedenti era stato oggetto delle critiche dei Fraticelli) era stato un eretico e quindi illegittimi tutti i suoi successori e i preti che li avessero riconosciuti come veri pontefici. Inevitabile fu la sentenza di morte sul rogo per eresia.

Mentre veniva condotto al supplizio i fiorentini gridavano al frate di ritrattare e di riconoscere la legittimità del papa, come aveva fatto il suo compagno che ebbe salva la vita, ma egli cantando il Te Deum preferì affrontare la morte piuttosto che ripudiare le sue convinzioni. Il rogo avvenne fuori dalle mura cittadine di Firenze. Uno dei suoi compagni, che si salvò la vita con la ritrattazione, scriverà un’anonima Storia di Fra Michele minorita che racconta la vita e l’opera predicatoria  di Michele Berti.

 

PIERO CALAMANDREI (1889- 1956), nell’arringa difensiva nel processo a DANILO DOLCI (1924- 1997) ( 30 marzo 1956 Tribunale penale di Palermo), citò lungamente Michele Berti come esempio di coraggio, coerenza e Resistenza all’oppressione del potere:

“La voce del buonsenso, la voce dei benpensanti; ma Danilo non è un benpensante, non segue la rassegnata è soddisfatta voce del buonsenso.

Danilo mi fa venire in mente la storia di fra Michele Minorita. È un’antica cronaca fiorentina, rievoca anche la figura di un monaco, appartenente all’ordine dei “fraticelli della povera vita” che praticavano la povertà assoluta e che predicavano che nel Vangelo Cristo e gli apostoli non avevano mai riconosciuto la proprietà privata. Il Papa Giovanni XXII condannò questa affermazione come eresia: e fra Michele per averla predicata fu condannato, nel 1389, al rogo.

La cronaca racconta la prigionia e il processo e descrive il corteo che accompagnò dalla prigione al supplizio il condannato e le sue soste lungo la strada, come se fossero le stazioni della Via Crucis. Dal carcere del Bargello per arrivare al rogo egli passa, scalzo e vestito di pochi cenci, in mezzo agli armigeri, per le vie di Firenze. Due ali di popolo lo stanno a vedere: e gli lanciano al passaggio frasi di incitamento e di scherno, invocazioni esaltate o beffardi consigli. I più lo consigliano all’abiura: “sciocco, pentiti, pèntiti, non voler morire, campa la vita!”. Ed egli risponde, mentre passa, senza voltarsi: “pentitevi voi de’ peccati, pentitevi delle usure, delle false mercanzie”. (Forse tra quel pubblico che lo incitava a pentirsi e a non voler morire c’era anche, pieno di buone intenzioni, il commissario Di Giorgi: “Illusioni, utopie, chi te lo fa fare?”.)

A un certo punto, quando ormai è vicino al rogo, poiché ancora uno dei presenti torna a gridargli: “Ma perché ti ostini a voler morire?”, egli risponde: “Io voglio morire per la verità: questa è una verità, ch’io ho albergata in me, della quale non se ne può dare testimonio se non morti”. E con queste parole sale sul rogo; ma proprio mentre stanno per dar fuoco, ecco che arriva un messo dei Priori a fare un ultimo tentativo, per persuaderlo a smentirsi e così salvargli la vita. Ma egli dice di no. E uno degli armigeri, di fronte a questa fermezza, domanda: “ma dunque costui ha il diavolo addosso?”; al che l’altro armigero, nel dar fuoco, risponde (e par di sentire la sua voce strozzata dal pianto): “Forse ci ha Cristo”.”

 

vedi: L'eretico che faceva paura: MICHELE SERVETO

Un uomo solidale: DANILO DOLCI

 



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