Dieci anni sono trascorsi da quel 9 gennaio 2004, e mi è accaduto sovente di chiedermi, davanti agli eventi più clamorosi o solo particolarmente interessanti dell’attualità politica: che cosa avrebbe detto Bobbio? La sua voce si era spenta ancor prima della morte, soprattutto dopo la scomparsa di sua moglie Valeria Cova, nel 2001. Il vecchio Maestro aveva smesso di commentare i fatti della politica e della cultura, e si era ritirato in un silenzio quasi assoluto, anche se mai sdegnoso. Le ultime mie visite si svolgevano in un’atmosfera di sobria, composta mestizia, nella penombra del gigantesco appartamento di via Sacchi, vicino alla stazione di Porta Nuova, nella Torino che fu la sua città, dalla nascita avvenuta il 19 ottobre 1909. Ma le origini familiari erano mandrogne, ossia alessandrine, e nel cimitero di Rivalta Bormida fu sepolto, accompagnato da una piccola schiera di allievi, amici e familiari, dopo che una enorme, inattesa folla aveva fatto la fila per rendergli l’estremo saluto in una sala del Rettorato dell’Ateneo torinese.

Negli ultimi tempi non aveva più neppure la forza (né la voglia) di commentare quel che accadeva in una Italia dalla quale aveva dichiarato di volersi dimettere, tanto se ne sentiva estraneo, ogni giorno di più. Se in precedenza, nelle appassionate discussioni, pubbliche e private, prevaleva comunque il suo pessimismo (“non c’è niente da fare: non c’è speranza… l’Italia è un Paese di destra…”), negli ultimissimi anni si percepiva solo il desiderio di chiudere l’esperienza di una vita lunga, quanto operosa. Del resto, era stato il Benedetto Croce del Secondo dopoguerra, e come Croce ha vissuto a lungo e in modo attivo fin quasi alla conclusione. Di quella vita duratura serbava una sorta di senso di colpa, davanti alla scomparsa progressiva di amici e compagni di studio, e di tante battaglie, prima della morte dell’amatissima Valeria, della quale proprio non poteva fare senza. “Mi sento assediato dalla morte”, mi disse un giorno; “rimango sempre più solo”. E ripeteva, quasi con un pizzico di rattenuta autoironia: “ogni giorno un gradino, in giù…”

L’ultimo quindicennio, almeno, di quella esistenza era stato assai penoso per lui, data la passione civica che lo aveva sempre animato. Le incertezze della sinistra, le sue disfatte, la scomparsa del Partito socialista a cui, pur in modo sofferto, si era avvicinato, travolto dagli scandali e dal bonapartismo di facciata di Craxi, erano stati altrettanti colpi che lo avevano disilluso profondamente. Poi, la botta finale: la “discesa in campo” dell’uomo di Arcore. Fu allora definitivamente che Bobbio avvertì come un senso di inutilità della filosofia e della scienza politica, e persino della storia. Era questo l’ideale per cui si era spesa la sua generazione? Era questo l’esito della Resistenza, dell’antifascismo, del CLN? Bobbio era rimasto spiazzato e insieme disgustato.

Non avrebbe immaginato di trascorrere gli ultimi suoi anni con l’acre tormento generato da quell’uomo, portatore dei disvalori di una Italia contro la quale egli si era schierato almeno da mezzo secolo: sicché al peso degli anni (non a caso la sua insistita dolente riflessione sulla vecchiezza, in parte ora ricuperata nel volumetto pubblicato da La Stampa per il decennale) si aggiunse il sentimento di crescente estraneità alla sua patria, che egli, insieme con tanti altri, aveva contribuito a costruire: i sodali della galassia dell’azionismo; ma anche i più occasionali (e politicamente ben più importanti degli eredi di GL), compagni di strada: socialisti e comunisti, innanzi tutto.

 L’Italia animata dal “vento del Nord”, l’Italia della Repubblica, che scopriva il significato della gramsciana “riforma intellettuale e morale”, che nel corso dei decenni, pur tra alti e bassi, tra speranze e disfatte del sogno riformatore, fra le tante sue tragedie e le poche sue gioie nazionali, negli anni Novanta, agli occhi dell’anziano filosofo, si era ormai trasformata in un “Paese senza” (per riprendere la metafora del libro di Guido Crainz). Un Paese innanzi tutto senza speranza, nella lettura di Bobbio, al quale appariva del tutto chiaro che senza rigore intellettuale, senza serietà morale, senza coerenza politica, non si poteva produrre alcun vero e duraturo risultato positivo.  Un declino rapidissimo, era sopraggiunto, dopo la catastrofe del comunismo storico (e Bobbio aveva subito insistito che era il comunismo storico a crollare, non certo l’ansia e il bisogno di liberazione di milioni di esseri umani a cui il comunismo aveva dato appunto una speranza che con il 1989 veniva meno, dolorosamente), e in Italia aveva assunto forme peculiari, plateali e quasi sempre grottesche, con il guitto Berlusconi, il barzellettiere d’Italia .

Eppure costui non appariva a Bobbio come il fungo dopo la notte di pioggia. Era il figlio legittimo dell’Italia della televisione come unico sistema di valori, dell’Italia del marketing come metro universale di giudizio, dell’Italia del malaffare e insieme dell’avanspettacolo: era quella Italia a essere giunta, trionfalmente, al potere. Pensieri che angustiarono l’estrema vecchiaia di Norberto Bobbio, ormai sempre più “straniero in patria”: e in tal senso migliaia di italiani si sentirono suoi concittadini, almeno in negativo, ossia come lui estranei all’Italia del cavalier Berlusconi, lontana sideralmente da quell’“Italia civile”, di cui proprio Bobbio era stato insieme protagonista e storico, con i mirabili ritratti raccolti in una serie di volumi a partire proprio da quello del 1964, così intitolato. Nel disamore di Bobbio per l’Italia di Berlusconi, ci si poteva riconoscere, anche al di là delle differenze e della stesse polemiche che avevano contrapposto alcuni di noi, allievi critici del professore (il titolo che sempre preferì a quello di senatore, dopo il laticlavio concessogli da Sandro Pertini, nel 1984).

 Alla chiassosa, vanamente ottimistica, autocelebratoria, aggressiva e insieme sbracata Italia dei “berluscones”, Bobbio contrapponeva una Italia dimessa, antieroica, e nemica delle luci della ribalta, un Paese serio di gente seria, detto in una frase semplice e persino banale, sotto il segno di amici e compagni quali Leone Ginzburg, Massimo Mila, Piero Calamandrei, Antonio Giuriolo, Eugenio Colorni, Vittorio Foa, Aldo Capitini, Guido Calogero, Alessandro Galante Garrone, ma anche di maestri come Augusto Monti, Umberto Cosmo, Gioele Solari, Piero Martinetti, e l’allievo maestro per antonomasia, di Piero Gobetti.

Il contrasto fra queste due idee d’Italia non potrebbe essere più netto. Nell’Italia di Bobbio non ci sono le folle, non ci sono bocche spalancate nelle ovazioni e sogghignanti in ammiccanti sorrisi di autocompiacimento, non c’è quel facile “guardare avanti” di chi annuncia di voler “cambiare” il Paese, minacciando “riforme” devastanti per l’assetto delle istituzioni nate dal Patto costituzionale del 1945-‘48, non c’è lo stravolgimento degli equilibri tra i poteri dello Stato, non c’è la vanificazione del Legislativo, l’abnorme potere dell’Esecutivo, il controllo della magistratura, l’addomesticamento dell’informazione. Nell’Italia di Bobbio, al contrario, c’è un rispetto quasi sacrale dello Stato di diritto. Insomma, la democrazia come valore in sé è uno dei principi basilari, formali, ma non formalistici, che Bobbio ci ha insegnato e che faremo bene a tenere ben fermo in un’epoca di continuato e più o meno dichiarato attacco alla democrazia da parte proprio dei sedicenti nuovi “liberali” e “democratici”.

La riflessione sulla democrazia, del resto, filo conduttore dell’intero percorso teorico e pratico di Bobbio, lo condusse a comprendere che nella confusione babelica dei linguaggi, nella sbandierata “crisi delle ideologie”, rimaneva un discrimine formidabile tra destra e sinistra: l’uguaglianza, come limpidamente scrisse nel suo fortunato Destra e sinistra. Che, significativamente, usciva in libreria nell’anno stesso dell’ascesa al governo della nazione di Silvio Berlusconi. In fondo, oltre che dai classici del liberalismo (da Locke a Kant), il liberale Bobbio ricevette stimoli da Rousseau e Marx, e dalla stessa, attenta osservazione dello spettacolo della disuguaglianza, al punto da convincersi che la democrazia richiedesse un percorso verso l’uguaglianza. Non era stato lo stesso Tocqueville ad indirizzare il pensiero liberaldemocratico in tale direzione?

Anche al di là di questa progressiva apertura alla dimensione sostanziale della democrazia, ci accorgiamo, davanti ai tentativi quotidiani di scardinare quel sistema, magari in nome della “modernizzazione” e sotto le mentite spoglie delle “riforme”, di quanto fosse giusta la battaglia anche sulle forme: la difesa della democrazia sul piano formale, come base necessaria anche se non sufficiente, per la tutela dei diritti di tutti, a partire dai gruppi sociali più deboli, gli ultimi, i dannati della terra, quelli che egli ebbe a definire “gli schiacciati dai grandi potentati economici”. Insomma, mi pare che, nel corso del suo lungo tempo di vita, il pensiero di Bobbio alla luce delle esperienze storiche del Dopoguerra, abbia manifestato un progressivo interesse per una democrazia provvista di contenuti:  si convinse cioè della necessità del costante accrescimento, all’interno del delicato equilibrio fra libertà ed uguaglianza, del secondo elemento a spese del primo: il Bobbio degli ultimi anni, quello che mi piace ricordare, malgrado tutto, vide nella democrazia un sistema di valori che deve tendere, per sua stessa natura, a una progressiva riduzione delle disuguaglianze, nei tre ambiti fondamentali (economico, politico e culturale).

Certo, la sua biografia, mostra macchie ed egli stesso ebbe a confessare i propri errori, con grande onestà intellettuale, dall’afascismo degli anni Venti-Quaranta (fascista sul piano formale, naturalmente, con tanto di tessera), al privilegiamento su tutto, in quello stesso tempo, della carriera, a cui sacrificò talora i princìpi superiori, come quella triste lettera al duce del 1935, in cui implorava perdono per le “cattive amicizie” che nel maggio ’35 lo avevano condotto per qualche giorno in prigione nel quadro della seconda ondata repressiva contro il Gruppo di GL torinese. Solo dopo il tornante del 1943-‘45, quell’afascismo ambiguo si trasformò in antifascismo e lo studioso incominciò a guardare oltre i confini della città del sapere, verso la polis concreta, fino ad allora studiata solo nelle sue forme ideali. Anche se non entrò nella Resistenza vera e propria, da quella difficile catarsi, nacque l’“intellettuale militante” (il riferimento nobile è al suo diletto Cattaneo), capace di dialogare, spesso dalla parte della ragione, ma talora anche del torto, con chiunque e su ogni questione, fermo nei princìpi, talora rigido, ma tollerante nel dialogo, nemico soprattutto della prepotenza e del fanatismo. Uomo del dubbio, si volle chiamare egli stesso.

A partire dagli anni Cinquanta Bobbio divenne un personaggio pubblico, con una presenza crescente di rilievo nei dibattiti più interessanti: se ne trova traccia in quel prezioso vademecum che è Politica e cultura (1955), dove uno dei suoi interlocutori più attenti, sull’opposta riva del fiume, fu Palmiro Togliatti. Un rapporto complesso, quello di Bobbio con i comunisti, ma sempre all’insegna del motto, tipicamente bobbiano, “Né con loro, né contro di loro”. Dalla fine degli anni Sessanta, Bobbio, grazie anche al suo ruolo di editorialista de La Stampa, assurse al rango di una sorta di papa laico della cultura giuridica, filosofica e politica italiana. Non c’è stato dibattito di qualche rilievo in cui la voce di Bobbio non si sia fatta sentire: limpida, pacata, e illuminante, per la finezza analitica.

Avemmo spesso contrasti, sia sulla interpretazione della cultura del fascismo e delle responsabilità dell’antifascismo, sia sulle “nuove guerre”, davanti alle quali, egli cadde nelle trappole della propaganda bellicista, in modo stupefacente (arrivando a parlare di “guerra giusta”, “guerra etica”, eccetera), salvo rialzarsi e riconoscere ogni volta il proprio errore. Come ebbe a riconoscere, e a censurare pubblicamente, la propria ambiguità tra fascismo e antifascismo, negli anni Trenta fino al 1943. L’onestà intellettuale fu la sua divisa principale. E, del resto, Bobbio non fu un combattente, ma un analista critico, un suscitatore più che un risolutore, un appassionato osservatore partecipe dei diversi tempi storici attraversati.

Ora Berlusconi è caduto, ma sebbene condannato ed escluso dalle cariche pubbliche condiziona ancora la vita politica nazionale, nella quale continua ad agire come se nulla fosse accaduto. Al di là dell’uomo, e del suo ruolo, rimane la pesante eredità del suo devastante passaggio nella scena politica nazionale. I suoi avversari ne sono divenuti alleati, e, più in generale, si sono berlusconizzati, spesso in modo penoso, o addirittura ridicolo. Figure autorevoli, sul piano morale e intellettuale, capaci di dire la verità e farsi ascoltare, in modo da indirizzare il pubblico dibattito non ve ne sono, purtroppo. Gli argini sono rotti, e ci rimane lo ius murmurandi, la satira dei Crozza, degli Albanese, dei Benigni. Che, involontariamente, invece di stimolare la ribellione, ci aiuta nella sopportazione. E certo non ci fornisce gli strumenti per decifrare i nuovi meccanismi del potere, e per attrezzarci a resistere.

Ci manca un Bobbio, insomma; come da decenni ci manca un Pasolini; e, dopo che lo si scoprì, postumo, nel 1947 e seguenti, ci è mancato un Gramsci. Probabilmente occorre rassegnarci all’idea che l’età delle grandi figure è finita per sempre, forse fortunatamente; ma allora occorre, proprio raccogliendo una indicazione gramsciana, adoprarsi in un lungo, diffuso, paziente e tenace lavorio intellettuale, nel quale ciascuno di noi “piccoli” o piccolissimi, porti una pietra per tentare di ricostruire per l’ennesima volta l’etica pubblica di questo Paese, ma, anche, parallelamente, i codici intellettuali e politici di una sinistra degna di questo nome.

 

Angelo D’Orsi         MicroMega   9 gennaio 2014

 

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