Vi è una soglia di diseguaglianza superata la quale le società allontanano le persone tra loro in maniera distruttiva, ne mortificano la dignità, e così negano il loro stesso fondamento che le vuole costituite da “liberi ed eguali”? Evidentemente sì, visto che Barack Obama, abbandonando i passati silenzi, è intervenuto su questo tema, sottolineando che diseguaglianze nei diritti, nel rispetto della razza, nel reddito mettono in pericolo coesione sociale e democrazia. La denuncia riflette preoccupazioni che hanno messo in evidenza come le diseguaglianze siano pure fonte di inefficienza economica. È all’opera una sorta di contro modernità, che contagia un numero crescente di paesi, e vuole cancellare l’“invenzione dell’eguaglianza”. Proprio questo era avvenuto alla fine del Settecento, quando le dichiarazioni dei diritti fecero dell’eguaglianza un principio fondativo dell’ordine giuridico, e non più soltanto un obiettivo da perseguire all’interno di un ordine sociale che trovava nella natura la fonte della solidarietà, affidata ai doveri della ricchezza, alla carità, a un ordine gerarchico intessuto di relazioni spontanee tra superiori e inferiori.

Questo disegno armonico si era rivelato incapace di reggere il peso delle diseguaglianze, e da qui è nata la rivoluzione dell’eguaglianza, che ha abbattuto la società degli status, e dato vita al soggetto libero ed eguale. Da generico dovere morale la lotta alle diseguaglianze diveniva compito pubblico. Passaggio colto con l’abituale nettezza da Montesquieu: «fare l’elemosina a un uomo nudo, per strada, non esaurisce gli obblighi dello Stato, che deve assicurare a tutti i cittadini la sopravvivenza, il nutrimento, un vestire dignitoso, e un modo di vivere che non contrasti con la sua salute». Erano venuti i tempi di quella che Pierre Rosanvallon ha chiamato “l’eguaglianza felice”. Non perché una magia avesse cancellato le diseguaglianze. Ma perché un cammino era tracciato, e l’eguaglianza non era solo una promessa, ma un compito al quale lo Stato non poteva sottrarsi (continua a dircelo l’art. 3 della Costituzione). Questo cammino è stato interrotto, per ragioni diverse. La crisi fiscale dello Stato, con una riduzione delle risorse disponibili per il welfare accentuata nell’ultima fase. La teorizzazione di una eguaglianza sempre più legata alle sole opportunità di partenza e non ai risultati, quasi che diritti come salute e istruzione possano essere svuotati del loro esito concreto. Sullo sfondo, le tragedie del Novecento, con la separazione della libertà da una eguaglianza imposta anche con una violenza che spingeva a rifiutare, insieme all’egualitarisno, forzato, l’eguaglianza stessa. E soprattutto il ritorno del mercato come legge naturale indifferente all’universalismo.

E così il mondo si è fatto sempre più diseguale. Negli anni ’80 Peter Glotz parlò di una società dei due terzi, dove la maggioranza degli abbienti, raggiunto il benessere, abbandonava gli altri al loro destino. Oggi le cifre sono più drammatiche, i meccanismi di esclusione più profondi. Lo slogan estremo – “siamo il 99%” – è stato reso popolare dal movimento Occupy Wall Street e, al di là dell’esattezza della percentuale, fotografa una tendenza al concentrarsi della ricchezza nelle mani di una quota sempre più ristretta di persone (le stime parlano di un 10% della popolazione che possiede tra il 50 e l’85% della ricchezza). Una concentrazione che si è rafforzata nell’ultima fase, e che testimonia una spettacolare inversione di tendenza. Infatti, nel 1913 in Francia l’1% possedeva il 53% della ricchezza, quota scesa al 20% nel 1994; in Svezia, la discesa era stata dal 46% del 1900 al 23% del 1980; negli Stati Uniti, il 10% possedeva il 50% prima della crisi del 1929 e il 35% nel 1980.

Dalla società dell’eguaglianza, che parlava di pieno impiego e di fine delle povertà materiali, si è così passati ad una società della diseguaglianza, dove distanze abissali dividono le persone, come hanno messo in evidenza i dati riguardanti il rapporto tra i redditi dei nostri manager e quelli dei dipendenti (in testa Marchionne con un rapporto 1 a 460). Il mondo solidale si perde nella frammentazione e negli egoismi. Gli effetti si manifestano con il ritorno della povertà, la riduzione dei diritti sociali, la trasformazione del lavoro in precariato o sfruttamento, la violenza dei meccanismi di esclusione e di rifiuto dell’altro, la chiusura nei ghetti. Le diseguaglianze stravolgono la vita delle persone, le condannano al grado zero dell’esistenza, anzi a quella “infelicità” che Wilkinson e Pickett hanno cercato di misurare con indici concreti. Così la diseguaglianza si scompone, va oltre la distanza economica, si alimenta con le tensioni legate alla razza, con le politiche del disgusto per il “diverso”, con le diseguaglianze digitali. E regredisce a cittadinanza censitaria, perché i diritti non sono garantiti dall’eguaglianza, ma dalle risorse per comprarli sul mercato.

Nel mondo diseguale emergono soggetti che incarnano la nuova condizione. La classe precaria, alla quale Guy Standing vorrebbe affidare l’intero compito del rinnovamento. O i migranti, più ragionevolmente ricordati da Gaetano Azzariti come la realtà che meglio descrive la società globale e diseguale. Proprio perché tanto grandi sono gli effetti distruttivi delle diseguaglianze, torna così il bisogno di ripensare l’eguaglianza, quella “società degli eguali” alla quale è dedicato il bel libro di Rosanvallon, che indica di nuovo la via dell’eguaglianza perché la stessa democrazia possa tornare ad essere, o divenire, “integrale”.

 

Stefano Rodotà        Corriere della Sera   1 agosto 2013

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