A 88 anni Adele Corradi, insegnante che negli ultimi anni di vita di don Milani fu sua strettissima collaboratrice a Barbiana, si è decisa finalmente a scrivere le sue memorie di un’amicizia invero straordinaria. Il mito di don Milani è andato crescendo, invece che spegnersi nel tempo trascorso dalla sua morte, nel 1967, prima che la Lettera a una professoressa stesa diventasse uno dei pochissimi testi di riferimento per la generazione degli studenti del ’68. Essi l’ebbero come unico punto di riferimento forte nella loro azione per il rinnovamento della nostra scuola, perché la scuola trattasse i figli dei proletari e dei poveri così come trattava quelli di chi se la passava meglio, prima di scordarsene per passare alla politica con la kappa rinverdendo il mito del leninismo, peggio che defunto. 

Da questi sintetici ricordi, stesi forse al caso della memoria – situazioni, battute, personaggi, incontri… – non esce un don Milani diverso da quello che già conosciamo dai suoi lavori e dalla testimonianza di tanti. La bibliografia sul prete toscano è impressionante, probabilmente più fitta di quella riguardante ogni altro prete o educatore del nostro Novecento, ma il don Lorenzo della Corradi è così vivo e presente in ogni suo gesto o parola da fare di questo libro il resoconto, credo, più complesso e più libero nel raccontare gli ultimi anni del prete toscano, il periodo in cui don Milani era già don Milani, e attirava, ben vivo, grandi simpatie quanto grandi antipatie nella cultura italiana, principalmente nella sua parte cattolica. Non era il solo prete «di frontiera» degli anni Cinquanta e Sessanta: come non ricordare nella stessa Toscana il più dimenticato di tutti, il grande Vannucci, e poi Borghi, il prete-operaio che don Milani considerava un maestro, e lo stesso Balducci? Di essi si parla spesso nel libro, così come si parla di quelli più timorati e meno amici, o delle gerarchie, e don Milani non ha peli sulla lingua (come non ne ha la Corradi, scrupolosamente ma meno aspramente sincera) anche se ribadisce, l’autore di L’obbedienza non è più una virtù, che era una lettera ai cappellani militari che riguardava un altro tipo di obbedienza, l’obbedienza alla Chiesa. (Ed è sempre curioso registrare la sorpresa dei non cattolici di fronte a quella che a loro appare come una contraddizione.)

 Ma Adele Corradi parla soprattutto della vita quotidiana, dei ragazzi e dell’insegnamento, e più di ogni altra cosa, forse, dei rapporti tra don Milani e le donne, le due che gli furono più vicine, la Eda governante contadina e l’autrice, collaboratrice instancabile e amorosa ma – e ci tiene a dirlo – non innamorata, ma anche la madre, e la ‘fidanzata’ di don Milani, la ragazza al cui amore egli aveva rinunciato per seguire la sua vocazione, una donna che, dice la Corradi, ha conosciuto un’altra persona, il Lorenzo Milani di un altro tempo. Forse le notazioni più sorprendenti sono, in questo libro, proprio quelle che gettano luce sul ‘maschilismo’ di cui qualcuno ha accusato don Milani, certamente coerente alla cultura del tempo e della sua in particolare, ma che risulta di una complessità maggiore, e infine più limpida, di quanto altri non ne abbiano detto, per esempio l’amico di gioventù Michele Ranchetti, eccezionale figura di poeta e studioso.

 Ma è soprattutto la figura del don Milani educatore a uscire arricchita da queste pagine, un educatore che si mette decisamente dalla parte dei diseducati dalla scuola e dalla società, dei deboli sottoposti ai ricatti culturali dei potenti, dei ragazzi sottoposti al pregiudizio delle ‘professoresse’ – una categoria a cui la Corradi riesce a sfuggire senza sforzo ponendosi anche lei, con decisa ripulsa delle idee e convenzioni del suo ceto e della sua professione (le «vestali delle classi medie», le chiamò acutamente una celebre inchiesta sugli insegnanti) dalla parte dei ragazzi. Anche se racconta che non sempre condivise certe durezze di un don Milani sempre preoccupato dalle distrazioni devianti dai problemi reali (e ci pare perfino ovvio che egli dicesse, a un certo punto, che di Esperienze pastorali avrebbe salvato soltanto il capitolo, durissimo ma eccezionalmente preveggente, su «La ricreazione»). Poco tempo prima di morire – racconta Adele Corradi in queste memorie di un’onestà e sincerità che ci sembrano assolute e che sono destinate a restare per il loro valore di testimonianza, per il bellissimo ritratto che ne scaturisce di un italiano come non ce ne sono più. ma anche per la loro austera bellezza – don Lorenzo le «fece un discorso che, riassumendo, somigliava a quello di san Paolo quando dice: ‘Ho combattuto la buona battaglia’.

(…) Di esso ricordo solo le ultime parole: ‘Ora tocca a voi!’».

 

Goffredo Fofi       Avvenire  5 febbraio 2012

 

Adele Corradi    ” Non so se don Lorenzo”,  ed. Feltrinelli  2012     € 14

 

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