Il 19 aprile del 65 d.C. muore nella sua villa al quarto miglio dell’Appia Antica, suicidandosi per ordine dell’imperatore Nerone,

LUCIO ANNEO SENECA

( 4 a.C.- 65 d.C.)

Oggi, 1947 anni fa, uno dei più grandi pensatori della storia dell’umanità accetta di morire per ordine della violenza oscura del Potere. Come Socrate, come Catone Uticense, come altri grandi testimoni decide che la sua dignità di uomo libero, di uomo morale è più importante di continuare a vivere in maniera servile e complice del sistema dittatoriale e idiota del suo tempo. La data del 19 aprile ( che molti storici ritengono probabile, comunque nella seconda metà del mese) è un punto di riferimento per i Resistenti di ogni tempo, per tutti coloro che ritengono che supremo bene è vivere con dignità e saggezza e non solo sopravvivere.

Così Publio Cornelio Tacito (55- 120) racconta nel 15° libro dei suoi Annales la morte di Seneca:

62. Senza scomporsi Seneca chiede le tavole del testamento; di fronte al rifiuto del centurione, rivolto agli amici, dichiara che, poiché gli si impediva di dimostrare a essi la propria gratitudine come meritavano, lasciava loro l’unico bene che possedeva, che era anche il più bello, l’immagine della propria vita, della quale, se avessero conservato ricordo, avrebbero raggiunto la gloria di una condotta onesta e di un’amicizia incontaminata. Frena intanto le loro lacrime, ora con le parole ora, con maggiore energia, in tono autorevole, richiamandoli alla fermezza e chiedendo dove mai fossero gli insegnamenti della filosofia, dove la consapevolezza della ragione, affinata in tanti anni, contro i mali incombenti. Tutti ben conoscevano infatti la crudeltà di Nerone. Al quale non restava altro, dopo l’uccisione della madre e del fratello, che di ordinare anche l’assassinio del suo educatore e maestro.

63. Dopo riflessioni di tal genere, che sembravano rivolte a tutti indistintamente, stringe fra le braccia la moglie e, inteneritosi alquanto, malgrado la forza d’animo di cui dava prova in quel momento, la prega e la scongiura di contenere il suo dolore e di non renderlo eterno, ma di trovare, nella meditazione di una vita tutta vissuta nella virtù, un decoroso aiuto a reggere il rimpianto del marito perduto. Paolina invece afferma che la morte è destinata anche a sé e chiede la mano del carnefice. Seneca allora, per non opporsi alla gloria della moglie, e anche per amore, non volendo lasciare esposta alle offese di Nerone la donna che unicamente amava: «Ti avevo indicato» le disse «come alleviare il dolore della vita, ma tu preferisci l’onore della morte: non mi opporrò a questo gesto esemplare. Possa la fermezza di una morte così intrepida essere pari in te e in me, ma sia più luminosa la tua fine.» Dopo di che il ferro recide, con un colpo solo, le vene delle loro braccia. Seneca, poiché il corpo vecchio e indebolito dal poco cibo lasciava fuoruscire lentamente il sangue, taglia anche le vene delle gambe e dei polpacci; e, stremato dalla intensa sofferenza, per non fiaccare col proprio dolore l’animo della moglie, e per non essere indotto a cedere, di fronte ai tormenti di lei, la induce a passare in un’altra stanza. E, non venendogli meno l’eloquenza anche negli ultimi momenti, fece venire degli scrivani, cui dettò molte pagine che, divulgate nella loro forma testuale, evito qui di riferire con parole mie.

64. Nerone però, non avendo motivi di odio personale contro Paolina, e per non rendere ancora più impopolare la propria crudeltà, ordina di impedirne la morte. Così, sollecitati dai soldati, schiavi e liberti le legano le braccia e le tamponano il sangue; e, se ne avesse coscienza, è incerto. Non mancarono, infatti, perché il volgo inclina sempre alle versioni deteriori, persone convinte che Paolina abbia ricercato la gloria di morire insieme al marito, finché ebbe a temere l’implacabilità di Nerone, ma che poi, al dischiudersi di una speranza migliore, sia stata vinta dalla lusinga della vita. Dopo il marito, visse ancora pochi anni, conservandone memoria degnissima e con impressi sul volto bianco e nelle membra i segni di un pallore attestante che molto del suo spirito vitale se n’era andato con lui. Seneca intanto, protraendosi la vita in un lento avvicinarsi della morte, prega Anneo Stazio, da tempo suo amico provato e competente nell’arte medica, di somministrargli quel veleno, già pronto da molto, con cui si facevano morire ad Atene le persone condannate da sentenza popolare. Avutolo, lo bevve, ma senza effetto, per essere già fredde le membra e insensibile il corpo all’azione del veleno. Da ultimo, entrò in una vasca d’acqua calda, ne asperse gli schiavi più vicini e aggiunse che, con quel liquido, libava a Giove liberatore. Portato poi in un bagno caldissimo, spirò a causa del vapore e venne cremato senza cerimonia alcuna. Così aveva già indicato nel suo testamento, quando, nel pieno della ricchezza e del potere, volgeva il pensiero al momento della fine.

Seneca prima di essere un filosofo, fondatore di saggezza, è un esploratore, come egli stesso si definisce: “ io passo nell’accampamento del nemico non come transfuga ma come esploratore“. Egli va in cerca di anime da salvare, da guarire, da consolare per renderle più forti degli stravolgimenti causati da Fortuna. La sua filosofia morale è una guida a riappropriarsi di se stessi, del proprio intimo, della propria dignità per essere realmente liberi e poter essere utili agli altri. Infatti un aspetto fondamentale della cura di sé è la riappropriazione di tutto ciò che si è perduto, prima di tutto il tempo. Come spiega con chiarezza Seneca: “Tutto appartiene ad altri, solo il tempo è nostro” (epistola 1, 3).

Il tempo riconquistato deve essere utilizzato per le più nobili attività: Seneca, infatti, parla a lungo della brevità della vita,  distinguendo tra diu vivere e non diu esse, ossia vivere a lungo e non stare al mondo a lungo: in parole povere vuole significare che è la qualità e non la quantità della vita quello che realmente conta. La vita deve essere vissuta intensamente, con serietà e passione e il presente è il momento irripetibile del destino dell’uomo, è l’unico mezzo per non dipendere dal futuro per conquistare ciò che conta cioè “le buone arti, l’amore e la pratica della virtù, la liberazione dalle passioni, la scienza del vivere e del morire, una pace profonda”(De brevitate vita, 19). Protinus vive, carpe diem…” vivi adesso e cogli l’attimo: una sintesi di straordinaria saggezza che ci proviene dal mondo antico, necessaria per noi che viviamo oggi un correre affannoso e disumanizzante verso un futuro nebuloso e inquietante. L’insegnamento di Seneca è, quindi, quello di un uomo che si adopera per salvaguardare quel margine di libertà interiore affinché la macchina della storia e la stupidità non travolgano la nostra dignità personale. Un messaggio per resistere, per migliorarsi continuamente.

Per questo la Nostra Associazione ha iniziato, da tempo, un percorso di formazione e miglioramento morale attraverso l’insegnamento di Seneca ( come con le testimonianze di Mazzini, Pasolini, della Resistenza, della Repubblica Romana del 1849 e del pensiero ebraico antico).  Come lui stesso ci indica in questo testo fondamentale:

 

Da “EPISTOLAE MORALES AD LUCILIUM” di Seneca  ( 62-65 d.C.)

11

… 8 Ma è ormai tempo di concludere. Eccoti una massima utile e salutare che voglio tu ti imprima bene nell’animo: “Dobbiamo indirizzare la nostra stima verso un uomo onesto e averlo sempre davanti agli occhi per vivere come se lui ci guardasse, e agire sempre come se ci vedesse.” 9 Questo Lucilio mio, è un insegnamento di Epicuro; egli ci ha dato, e a ragione, un custode e un maestro: si evitano molti errori, se è presente un testimone quando si sta per commetterli. È bene provare rispetto e riverenza per una persona che possa rendere più puro ogni nostro segreto sentimento con la sua autorevolezza. Beato chi con la sua presenza fisica, o anche solo spirituale, ci aiuta a emendarci! Beato chi rispetta un uomo al punto di correggersi e migliorarsi anche solo ricordandolo! Se uno può rispettare tanto una persona, presto sarà anch’egli oggetto di rispetto. 10 Scegli, dunque, Catone; e se ti sembra troppo intransigente, scegli Lelio più mite di carattere. Scegli un uomo di cui approvi la vita, le parole e il volto stesso, specchio dell’anima. Tienilo sempre davanti agli occhi come guida e come esempio. È necessario, ti dico, regolare su qualcuno la nostra condotta: non si possono correggere i difetti senza una norma cui fare riferimento. Stammi bene.

 

Ci lasciamo, in questo giorno, anche questo straordinario testo che apre l’opera più importante di Seneca e racchiude uno degli insegnamenti  più  necessari e urgenti: l’uso sapiente del tempo. Facciamone buon uso per noi…

 

Da “EPISTOLAE MORALES AD LUCILIUM” di Seneca  ( 62-65 d.C.)

1

1 Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell’agire diversamente dal dovuto. 2 Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l’altro la vita se ne va. 3 Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l’unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire. 4 Ti chiederai forse come mi comporti io che ti do questi consigli. Te lo dirò francamente: tengo il conto delle mie spese da persona prodiga, ma attenta. Non posso dire che non perdo niente, ma posso dire che cosa perdo e perché e come. Sono in grado di riferirti le ragioni della mia povertà. Purtroppo mi accade come alla maggior parte di quegli uomini caduti in miseria non per colpa loro: tutti sono pronti a scusarli, nessuno a dar loro una mano. 5 E allora? Una persona alla quale basta quel poco che le rimane, non la stimo povera; ma è meglio che tu conservi tutti i tuoi averi e comincerai a tempo utile. Perché, come dice un vecchio adagio: “È troppo tardi essere sobri quando ormai si è al fondo.” Al fondo non resta solo il meno, ma il peggio. Stammi bene.

Per tutto questo e molto altro il grande Erasmo da Rotterdam (1466- 1536) usava pregare, tutte le sere,  con una sua giaculatoria: ” Santo Seneca prega per noi!”.

 

vedi:  L’inquietudine dello stoico Seneca che ci mette di fronte a noi stessi.

 

 

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