Dobbiamo ricominciare. Ancora ricominciare. Ricominciare da Mazzini, da Garibaldi e dalla loro visione d’Italia. Visione che venne rifiutata e ricacciata in un esilio perenne dall’Italia piemontesizzata e opportunistica di Cavour e Vittorio Emanuele II. Ricominciare da Pisacane, Mameli, Filopanti, Saffi, Costa e altri nomi preziosi poi fusi insieme con coloro che fecero un’Unità d’Italia ben lontana dai valori risorgimentali. Una marmellata pseudostorica che segnerà l’ignoranza perenne degli italiani. Dobbiamo ricominciare, 151 anni dopo il 17 marzo del 1861, dall’Italia pensata e agognata nella Repubblica Romana del 1849 o nella Repubblica di Venezia del 1848/49. O dall’idea di Repubblica  sognata dai migliori uomini della Resistenza dal 1943 e della Costituente del 1946 e che, pian piano, saranno emarginati, accantonati. Ricominciare da quando Repubblica significava qualcosa di vero, concretamente vitale e Unità d’Italia era una speranza che faceva allargare i cuori. Dobbiamo ricominciare, tutti. Ri-formarci, ri-pensarci come cittadini, come persone singole e come collettività. C’è tutto il materiale di pensiero e valori che occorre, che ci giunge dal Risorgimento e dalla Resistenza. C’è tutto, già tutto. Dobbiamo solo conoscerlo, farne nutrimento continuo, renderlo indicazione per le nostre scelte quotidiane e sostegno per la vita difficile che attende chi non accetta come l’Italia di oggi è configurata.

E oggi non abbiamo parole diverse da quelle che scrivemmo il 17 marzo del 2011. Non abbiamo parole diverse da quelle di Mazzini che abbiamo proposto pochi giorni fa per il 140 anniversario della sua nascita. Avremmo voluto averle…

Oggi abbiamo soltanto le sofferte parole di Garibaldi e di una poesia drammatica di Pasolini e ve le offriamo. Insieme alla tenue speranza che nasce, che sola può nascere da ciò che siamo disposti a fare ed essere, come diceva anni fa padre Ernesto Balducci.

 

“I Governi sono generalmente cattivi, perchè d’origine pessima e per lo più ladra; essi, con poche eccezioni, hanno le radici del loro albero genealogico nel letamajo della violenza e del delitto. Al loro sorgere – tempi feudali – essi dopo d’aver cacciato l’aquila dal suo nido l’occupavano e da li piombavano sulle inermi popolazioni, rubando quanto a loro conveniva: messe, frutta, donne e sostanze d’ogni specie, per provvederne i loro covili che chiamavan castelli. A’ tempi nostri (1870) non meno feudali di quelli, più potenti i signori, più numerosi i birri e più servili e prostituiti i satelliti, benché i bravi si chiamino “Pubbliche sicurezze” e i Signori Re e Imperatori, credo si stia in peggiori condizioni, essendo gli ultimi più potenti dei primi e con una sequela di legali cortigiani, sempre pronti a sancire, colla maggioranza dei loro voti, ogni più turpe mercato delle genti o delle loro sostanze. Al governo della cosa pubblica poi, giacchè i padroni regnano o imperano e non governano, vi si collocano sempre coloro che ne son meno degni, od i più atti a governare, non volendo i despoti gente onesta a tali uffici, ma disonesti come loro, striscianti e corruttori parassiti, coll’abilità della volpe o del coccodrillo. Ciò non succede soltanto nelle monarchie dispotiche, più o meno mascherate da liberali, ma spesso anche nelle Repubbliche, ove gl’intriganti s’innalzano sovente ai primi posti dello Stato, ingannando tutto il mondo con ipocrisie e dissimulazioni, mentre gli uomini virtuosi e capaci, perché modesti, rimangono confusi nella folla, a detrimento del bene pubblico.”

Giuseppe Garibaldi, da  I MILLE, 1874

 

 

Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico

ma nazione vivente, ma nazione europea:

e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,

governanti impiegati di agrari, prefetti codini,

avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,

funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,

una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci

pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,

tra case coloniali scrostate ormai come chiese.

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,

proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perché sei cattolica, non puoi pensare

che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Pier Paolo Pasolini, da  LA RELIGIONE DEL MIO TEMPO, 1961

vedi:  10 marzo 2012. Mazzini, 140 anni dopo, per celebrare il futuro.

17 marzo 2011. Quale Italia?

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