Intervista ad Ermanno Rea a cura di Paolo Di Paolo

«L’Italia sta vivendo un processo di retrocessione etica, oltreché economica e sociale». Ermanno Rea si dice amareggiato, deluso. Non disperato, però: «L’intelligenza non è mai disperata. È interrogazione continua, dubbio sistematico, ricerca. La disperazione prevede la resa, le braccia alzate. Invece io mi sento, almeno spiritualmente, un combattente». Molto combattivo in effetti è il suo ultimo libro, La fabbrica dell’obbedienza (Feltrinelli, pp. 223, euro 16).

Sospeso volutamente tra saggio, narrazione, pamphlet, va in cerca delle ragioni del «lato oscuro e complice degli italiani» evocato nel sottotitolo. Una secolare e inquietante vocazione alla non-scelta (la decisione è sempre demandata al più potente fra i potenti di turno), al servilismo, alla sudditanza. Una malattia nazionale: «quel divieto di pensare in proprio, che si trasformerà ben presto in conformismo coatto e cortigianeria». Volando sopra le epoche della storia, richiamando libri e autori, mettendo in gioco esperienze personali e ricordi, Rea costruisce un anomalo, vibrante, imprevedibile atto d’accusa. L’imputato? Ha a che fare con la figura di Giordano Bruno, che appare in apertura di libro: è appunto l’istituzione che condannò il filosofo al rogo per la sua «maladetta ostinatione» – la libertà. «Siamo tutti figli della Controriforma», scrive Rea: «Io penso che gli eventi di quel concilio ci abbiano plasmati molto al di là di quanto sia comunemente riconosciuto perfino dalle voci più critiche nei confronti di santa romana Chiesa. Quegli eventi continuano a vivere dentro di noi più condizionanti che mai».

Scherzando, chiedo allo scrittore se abitare a un passo da piazza San Pietro c’entra qualcosa con la sua invettiva. Sorride con i suoi vivaci occhi celesti. «In questo stesso palazzo abitano personaggi eminenti del clero con cui intrattengo rapporti perfino cordiali. Ciò che ha agito di più in me è un moto di ribellione alla pervasività dell’istituzione Chiesa cattolica. Tende a occupare ogni angolo della vita pubblica e della vita privata. Una presenza indiscreta che pesa sulle nostre esistenze con la pretesa di guidarle, di avocare a sé il senso di responsabilità individuale, il potere della scelta del singolo.

Che cosa difende la Chiesa cattolica? Dal Padreterno al padre spirituale, al padre politico, l’ossequioso e ossequiato Cesare di turno, giù fino al padre carnale, difende un principio granitico di autorità piramidale. Principio davanti al quale, dalla Controriforma in poi, la maggioranza degli italiani si è genuflessa».

A quella che nel titolo del suo libro è chiamata «fabbrica dell’obbedienza», lei addebita la responsabilità di un germe servile annidato nella coscienza degli italiani.«Tutti noi, anche i migliori fra noi, proveniamo da un certo clima culturale. Per quanto si possa compiere un’opera di revisione e depurazione di sé stessi, è quasi impossibile essere totalmente indenni dal germe dell’obbedienza.

È un “modo” di essere italiani che permane, scavalca i secoli, penetra ovunque, regola i rapporti sociali. Si alternano, nella nostra storia, momenti in cui questa malattia è più evidente e altri in cui lo è meno. Il berlusconismo sembra avere risvegliato parecchie cattive abitudini. Abbiamo davanti agli occhi esempi addirittura clamorosi di gente disposta a qualunque gesto di subordinazione nei confronti del Cesare. È qualcosa che allarma, preoccupa, fa pensare».

Non esistono anticorpi? «Perfino l’immenso, lucidissimo Leopardi ha un suo momento di debolezza: una lettera inviata a un cardinale per chiedere un aiuto pratico. Si firma “umilissimo, devotissimo, obbligatissimo”. Anch’io nel libro confesso un mio peccato simile. Ma lungi da me dare una visione tutta negativa della società italiana, ieri come oggi. Non ci sono solo l’arci-comunista Guttuso che si converte in punto di morte, o il governatore della regione Lazio che ha bisogno di scrivere al papa pubblicamente in segno di pentimento per le sue abitudini sessuali.

C’è una parte dell’opinione pubblica che pensa in proprio, che rifiuta certe ingerenze e disprezza certi inginocchiamenti più o meno sospetti. In questo senso credo di aver scritto per un pubblico, sentivo di parlare a persone che mi comprendono. Non è il libro solitario della voce nel deserto, è a suo modo corale: raccolgo le tracce di un sentire diffuso anche se non prevalente».

Non prevalente è anche il giudizio che lei dà del Risorgimento come «realizzazione funesta del sogno unitario». «Parlo da napoletano. Due più due fa quattro. Nessuno ha creduto tanto nell’unificazione quanto il popolo meridionale e nessuno ne ha patito tanto la delusione. L’unificazione italiana è fatta di buchi e ombre che non hanno avuto accorti e documentati cronisti. Su molti aspetti è calato il silenzio».

«Progetto» è una parola chiave nelle pagine che dedica alla situazione del Mezzogiorno.«Il Mezzogiorno è una specie di Italia al quadrato, un Sud nel Sud. Mentre l’Europa cresceva, si  arricchiva, il nostro Paese restava indietro. Nell’Ottocento era poco più che il deposito di rovine del Grand Tour, un luogo di meraviglie senza capacità propulsiva. E il Sud era già l’isola addormentata e negletta che vediamo oggi.

La macchina della speranza si è fermata: si vive nemmeno più anno per anno, ma ora per ora. Nel libro parlo della necessità di fare leva su una pluralità di intelligenze che si occupano di economia alternativa; di mobilitare le coscienze; di progettare – magari sulla scia di alcune riflessioni di Giorgio Ruffolo sulla divisione dell’Italia in macroregioni – una concreta autonomia del Mezzogiorno. Non è possibile continuare ad affidarsi all’elemosina dello Stato per prolungare quella che a tutti gli effetti è un’agonia. E mi auguro che il Sud possa finalmente liquidare il sogno industrialista che chiaramente ha fallito. Scrivendo La dismissione, ne ho sentito lo sfarinamento. Si può cessare di essere candidati a una catena di montaggio che non arriva mai e finalmente volgere lo sguardo altrove?»

in  l’Unità    27 febbraio 2011


vedi:  Democrazia e Disobbedienza, una sfida su cui riflettere

La fabbrica dell'obbedienza. Il lato oscuro e complice degli italiani.

Mi raccomando


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