No. Non può essere solo una sera. Non si possono vivere certi momenti e poi passare ad altro come consumatori banali, vittime dell’ideologia consumistica. Non si può aprire una sera il mondo del pensiero di Pasolini, ascoltare come Gaber ha raccolto il suo grido e lo ha espresso in un meraviglioso brano e poi cercare altre novità, novità proprio come vittime di un’epoca che ha provocato in noi una “degenerazione antropologica”.

Dobbiamo riscoprire la bellezza del “ruminare”, dell’entrare in certi temi e ritornarci continuamente per scoprirne sempre nuovi aspetti, nuovi elementi per la nostra crescita. Crescita, si. Perché questa sera abbiamo ribadito che è saggezza parlare di “formazione permanente degli adulti” e non ritenere in maniera suicida che questo valeva per quando eravamo bambini, mentre ora… siamo adulti.

E proprio di ciò che Pasolini, il Pasolini Corsaro degli anni ’70, voleva avvertire: il Potere Consumistico ci sta devastando non solo nel borsellino ma soprattutto nell’animo presentandoci uno sviluppo che non è progredire umano ma un degradarci dentro e fuori di noi. Di fronte a questo e alla banalità di troppe persone che ci circondano, come resistere senza esserne schiacciati e banalizzati a nostra volta?

Come provare ad impegnarsi per dare il nostro contributo per salvare qualcosa dell’ambito civile, senza rischiare di essere abbrutiti dalla volgarità e dall’idiozia che ci circonda e perdere voglia d’impegno e ideali come a molti è accaduto? Mazzini, uomo di cui nessuno può dubitare dell’assoluto impegno storico, parlava appunto di PENSIERO E AZIONE nella “Giovine Italia”. Un’AZIONE di liberazione ma sostenuta da una forte cura del PENSIERO, dell’animo per non cedere come a troppi è accaduto. Perché ormai l’impegno, l’azione non deve, non può durare la spazio di un anno, di una giovinezza, ma tutta la vita. E quanto dobbiamo essere forti dentro per non farci triturare dall’idiozia che ci circonda?

Mazzini, Pasolini, Gaber e altri di cui ci occupiamo questo c’insegnano: non vivere di “scoop”, di momenti “spettacolo” ma di dedizione e offerta di noi stessi. Per amore, se questa parola ancora ha un senso.

Questa sera abbiamo percorso alcuni tratti del Pasolini Corsaro che tra il 1973 e il 1975 con i suoi aricoli sul Corriere della Sera ed altri giornali cercava di avvertire gli italiani verso quale baratro si andava incontro. Oggi lo sappiamo quanto aveva ragione nella sua profezia laica. Era capace di questo non perché fosse un illuminato divino ma “semplicemente” perchè era un intellettuale ( come disse di se in un articolo del 14 novembre del 1974 sul Corriere, “ Cos’è questo golpe”, quello che inizia con il famoso “IO SO” e  che trovate anche nel nostro sito) che metteva insieme “ i pezzi” di ciò che vedeva e ne traeva conclusioni precise. Ma soprattutto perché amava, si amava, quella stessa gente che nella gran parte non lo capiva o accettava.

E’ l’amore ( quello vero non smielato) che ti può portare a sentire tutto il dolore del degrado generale che avverti e voler aprire i tuoi occhi e quelli degli altri. Amore e coraggio: Pasolini è un poeta ( sempre e prima di tutto un poeta come ci ha continuamente ricordato Moravia) che si espone ( com’è poi nel significato originario della parola profeta), che si mette in gioco: usava la televisione tanto odiata ( non in sè ma per come era usata dai Potenti) o i giornali proprio per farsi vedere nel suo protendersi, nel suo cercare di aiutarci, nel denunciare. Un’esposizione a tutto tondo che gli costerà la vita, come sappiamo.

Nello stesso periodo “corsaro” porterà avanti un romanzo che non potrà completare, Petrolio, e realizzerà un film che non potrà vedere, Salò: due opere che nella loro drammaticità e differenza di stile vogliono rafforzare il discorso del suo giornalismo corsaro, attraverso le metafore potenti e tragiche presenti nelle due opere. Disegnare la violenza che il Potere opera sugli italiani, il massacrò delle loro identità, la distruzione attraverso l’ideologia dei consumi di ogni altro orizzonte di vita.

La sua fragile nave da corsa percorreva ogni via, ogni rotta sul mare inquieto dell’attualità di quel momento. Cercava di scandalizzare, come diceva, per muovere le coscienze sempre più addormentate e far cogliere possibili contraddizioni anche nelle scelte più progressiste e condivisibile. Incompreso da destra e sinistra.

Offrì temi sconcertanti e, in molti casi, inediti: Il ruolo devastante del Palazzo ( così chiamava la casta politica), del suo potere e i suoi reati politici ( articolo del 24 agosto 1975 sul Corriere); il genocidio culturale in corso, la mutazione antropologica che ne derivava con susseguente degradazione antropologica. La riflessione straordinaria sullo sviluppo che vivevamo ma che non era reale progresso. Il consumismo come ideologia, il potere della civiltà dei consumi come neofascismo e come religione, si la religione dei consumi… L’orrenda omologazione in corso, la fine delle realtà particolari e diverse. L’orrore della cultura media che fornivano la nuova scuola dell’obbligo e la televisione e che voleva fossero abolite. E tante altre provocazioni e intuizioni drammatiche.

Tutto questo come un cancro che ci divora senza che ce ne accorgiamo: così si espresse Giorgio Gaber in uno straordinario brano dello spettacolo “ Libertà obbligatoria” del 1976, il “Cancro” appunto, che abbiamo ascoltato con partecipazione mentre guardavamo il volto appassionato e sudato di Gaber che cantava: nei suoi occhi e nel suo grido provavamo a riconoscere gli stessi occhi e lo stesso grido di Pasolini, ucciso l’anno prima. Gli occhi e il grido di chi vuole renderci consapevoli perché ci vuole bene.

Riportiamo il testo parziale di un intervento di Pasolini ad una Festa dell’Unità a Milano nell’estate del 1974. Lo abbiamo letto nel nostro incontro e vale più di mille spiegazioni.

Questo solo per dare un breve riassunto della mia visione infernale, che purtroppo io vivo esistenzialmente. Perché questa tragedia in almeno due terzi dell’Italia? Perché questo genocidio dovuto all’acculturazione imposta subdolamente dalle classi dominanti? Ma perché la classe dominante ha scisso nettamente «progresso» e «sviluppo». Ad essa interessa solo lo sviluppo, perché solo da lì trae i suoi profitti. Bisogna farla una buona volta una distinzione drastica tra i due termini: «progresso» e «sviluppo». Si può concepire uno sviluppo senza progresso, cosa mostruosa che è quella che viviamo in circa due terzi dell’Italia; ma in fondo si può concepire anche un progresso senza sviluppo, come accadrebbe se in certe zone contadine si applicassero nuovi modi di vita culturale e civile anche senza, o con un minimo di sviluppo materiale. Quello che occorre – ed è qui a mio parere il ruolo del partito comunista e degli intellettuali progressisti – è prendere coscienza di questa dissociazione atroce e renderne coscienti le masse popolari perché appunto essa scompaia, e sviluppo e progresso coincidano.

Qual è invece lo sviluppo che questo potere vuole? Se volete capirlo meglio, leggete quel discorso di Cefis agli allievi di Modena che citavo prima, e vi troverete una nozione di sviluppo come potere multinazionale – o transnazionale come dicono i sociologhi – fondato fra l’altro su un esercito non più nazionale, tecnologicamente avanzatissimo, ma estraneo alla realtà del proprio paese. Tutto questo dà un colpo di spugna al fascismo tradizionale, che si fondava sul nazionalismo o sul clericalismo, vecchi ideali, naturalmente falsi; ma in realtà si sta assestando una forma di fascismo completamente nuova e ancora più pericolosa. Mi spiego meglio. È in corso nel nostro paese, come ho detto, una sostituzione di valori e di modelli, sulla quale hanno avuto grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione.

Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sé negativi: sono anzi d’accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale; ma finora sono stati, così come li hanno usati, un mezzo di spaventoso regresso, di sviluppo appunto senza progresso, di genocidio culturale per due terzi almeno degli italiani. Visti in questa luce, anche i risultati del 12 maggio contengono un elemento di ambiguità. Secondo me ai «no» ha contribuito potentemente anche la televisione, che, ad esempio, in questi vent’anni ha nettamente svalutato ogni contenuto religioso: oh sì, abbiamo visto spesso il Papa benedire, i cardinali inaugurare, abbiamo visto processioni e funerali, ma erano fatti controproducenti ai fini della coscienza religiosa. Di fatto, avveniva invece, almeno a livello inconscio, un profondo processo di laicizzazione, che consegnava le masse del centro-sud al potere dei mass-media e attraverso questi al’ideologia reale del potere: all’edonismo del potere consumistico.

Per questo mi è accaduto di dire – in maniera troppo violenta ed esagitata, forse – che nel «no» vi è una doppia anima: da una parte un progresso reale e cosciente, in cui i comunisti e la sinistra hanno avuto un grande ruolo; dall’altra un progresso falso, per cui l’italiano accetta il divorzio per le esigenze laicizzanti del potere borghese: perché chi accetta il divorzio è un buon consumatore. Ecco perché, per amore di Verità e per senso dolorosamente critico, io posso giungere anche a una previsione di tipo apocalittico, ed è questa: se dovesse prevalere, nella massa dei «no», la parte che vi ha avuto il potere, sarebbe la fine della nostra società. Non accadrà, perché appunto in Italia ‘è un forte Partito comunista, c‘è una intelligencjia abbastanza avanzata e progressista; ma il pericolo c’è. La distruzione di valori in corso non implica una immediata sostituzione di altri valori, col loro bene e il loro male, col necessario miglioramento del tenore di vita e insieme con un reale progresso culturale…

Ecco l’angoscia di un uomo della mia generazione, che ha visto la guerra, i nazisti, le ss, che ne ha subito un trauma mai totalmente vinto. Quando vedo intorno a me i giovani che stanno perdendo gli antichi valori popolari e assorbono i nuovi modelli imposti dal capitalismo, rischiando così una forma di disumanità, una forma di atroce afasia, una brutale assenza di capacità critiche, una faziosa passività, ricordo che queste erano appunto le forme tipiche delle ss: e vedo così stendersi sulle nostre città l’ombra orrenda della croce uncinata. Una visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare.

Grazie al corsaro Pasolini. Grazie a Gaber che continuerà per anni a sviluppare le sue intuizioni sul nostro degrado.


vedi:  

PASOLINI CORSARO

5 novembre 2010. All'Idroscalo di Ostia

PASOLINI 35 ANNI DOPO...

COS'E' QUESTO GOLPE. IO SO.

IL CANCRO

Pensiero Urgente n.267)

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