“Dio mio, ma allora cos’ha lei all’attivo?…
“Io? (un balbettio, nefando non ho preso l’optalidon, mi trema la voce di ragazzo malato)
“Io? Una disperata vitalità”

Pier Paolo Pasolini, “Una disperata vitalità” da “Poesia in forma di rosa” – 1964



Pasolini è uno degli intellettuali italiani più brillanti del Novecento: poeta, scrittore, pittore, autore di testi teatrali, saggista, polemista e famosissimo come regista cinematografico: non c’è mezzo espressivo che non abbia usato per manifestare quella che lui chiamava la sua “disperata vitalità”. Artista e intellettuale sì, ma soprattutto personaggio “scomodo”.  Certamente comunista, ma espulso dal partito; “cattolico laico”, ma non accettato dalla Chiesa anche per la sua omosessualità; e poi provocatore acutissimo (scandalo  provocavano i suoi romanzi, i suoi film, ma anche i suoi scritti polemici sul Corriere della Sera). Nei suoi 20-25  anni di produzione è stato sottoposto a decine e decine di processi penali per i motivi più diversi dal “vilipendio della religione” all’ “offesa al comune senso del pudore”. Sono pochissimi i suoi film che non siano stati censurati. Il 2 novembre del 1975 il corpo di Pasolini è stato ritrovato all’Idroscalo di Ostia: che l’assassino sia stato Pino Pelosi, un “ragazzo di vita” simile ai protagonisti di tante storie di Pasolini, è una cosa stabilita dal tribunale ma mai accettata da parte dell’opinione pubblica: ormai si pensa a un omicidio fatto per eliminare il personaggio scomodo e mascherato da questa morte così “pasoliniana”. Diciamo subito, che Una disperata vitalità è al centro della poetica pasoliniana. Ne è il paradigma. Dall’opposizione assoluta con il proprio tempo nasce una tonalità profetica e disperata: davanti al piatto potere neocapitalista Pasolini può farsi profeta di una nuova epoca possibile radicata nei valori del Passato. Se tutto è diventato merce la sua poesia esibisce la mistificazione nella quale viviamo e di fronte alla “vittoria neofascista” può ribadire solo una “disperata vitalità”. Per denunciare che viviamo uno “sviluppo senza progresso”, un crescere economico e tecnologico in cui perdiamo anima ed identità.

Più che mai la sua “disperata vitalità” è necessaria per l’Italia perduta di oggi. 35 anni dopo…

 

 

“ Da cosa è stata caratterizzata tutta questa mia produzione,
in maniera assolutamente schematica e semplicistica?
È stata caratterizzata prima di tutto da un mio istintivo e profondo odio
contro lo stato in cui vivo.
Dico proprio “stato”: E intendo dire “stato di cose”
e “Stato”  nel senso proprio politico della parola.
Lo stato capitalistico piccolo-borghese
che io ho cominciato a odiare fin dall’infanzia.
Naturalmente con l’odio non si può nulla…
Infatti non son riuscito a scrivere mai una sola parola
che descrivesse, si occupasse o denunciasse
il tipo umano piccolo-borghese italiano.
Il senso di repulsione è così forte che non riesco a scriverne.
Quindi ho scritto nei miei romanzi
soltanto di personaggi appartenenti al popolo.
Io vivo cioè senza rapporti con la piccola borghesia italiana.
Ho rapporti o con il popolo o con gli intellettuali.
La piccola borghesia sì però è riuscita ad avere rapporti con me.
E li ha avuti attraverso i mezzi che ha in mano
ossia la magistratura e la polizia.
E ha intentato una serie di processi alla mia opera.”
( P.P. Pasolini, 1969)



vedi:  30 gennaio 2011. Un pomeriggio con un corsaro


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