Una scultura rappresentante un uomo seduto su una panchina con la testa china e, al posto del petto, un grande vuoto, un buco.

E’ Melancolía, una celebre scultura realizzata dallo scultore rumeno-svizzero Albert György (1949). La scultura originale si trova in Svizzera, a Ginevra. È collocata all’aperto, in un piccolo parco lungo la passeggiata del Quai du Mont-Blanc, sulle rive del Lago di Ginevra.

Questa scultura, bellissima e drammatica, rappresenta il buco che ormai è nel cuore-petto dell’italia e probabilmente nel cuore-petto di quasi tutti noi. Il vuoto interiore lasciato dall’assenza di Memoria, di approfondimento storico, di fatica di comprensione, di riflessione su sè stessi e su ciò che accade.

Una figura sconsolata che non conosce più i perchè, i come, i quando, i dove. La testa è reclinata a cercare un senso dentro di sè dove c’è solo un buco e le braccia cadono debolmente verso il basso e  sottolineano solitudine e sfinimento.

L’opera di György simboleggia così l’esperienza di chi si sente ridotto a un guscio vuoto dopo aver perso qualcosa o qualcuno di immensamente prezioso. Rappresenta, diciamo noi, anche una nazione come l’italia che ha perso la Memoria immensamente preziosa della sua storia Risorgimentale e Resistenziale e dei suoi Uomini/Donne migliori.

Una statua chiara nel suo messaggio, nel suo mostrare isolamento e sofferenza morale profonda.

Un busto, un corpo completamente svuotati da un potere elitario che proprio a questo voleva arrivare: al vuoto dentro ognuno di noi.

La statua si chiama melancolia ( o malinconia) riferendosi ad uno stato d’animo di profonda tristezza e nostalgia. Appunto.

Se con profonda tristezza guardiamo il nostro “buco dentro”, se proviamo finalmente una profonda nostalgia dentro il chiasso inutile dei nostri giorni forse, chissà, potremo rifare qualcosa di noi e dell’italia. E alzarci da quella panchina. Pian piano. (GLR)

 

Ri-leggi qui: 

Teniamo stretti i valori! (se li abbiamo…).

Sotto il vestito niente.

 

 

 

 

Un Paese senza passato: come l’Italia ha smesso di capire se stessa.

L’Italia conserva solo una memoria emotiva dei suoi traumi storici: anni di piombo, Tangentopoli, emergenze e crisi vengono ricordati senza comprenderne le cause. Senza questa consapevolezza, ogni cambiamento resta impossibile.

L’Italia ha smesso di capire se stessa

C’è una domanda che l’Italia evita con la stessa cura con cui evita i bilanci seri: è possibile cambiare rotta senza sapere davvero da dove si è partiti? La risposta implicita, osservando il dibattito pubblico, è un no piuttosto evidente. Eppure si insiste nel fingere il contrario. Il Paese discute di riforme, emergenze, sacrifici e “modernizzazioni” senza mai interrogarsi sul terreno storico su cui poggiano. O meglio: senza ricordarlo davvero.

La memoria collettiva italiana non è assente. È peggio: è spettrale.

Rimangono immagini, slogan, emozioni residue, ma manca la comprensione dei processi. I fatti traumatici vengono ricordati come episodi isolati, mai come passaggi concatenati di una trasformazione profonda, soprattutto sul piano della sovranità politica, economica e cognitiva. Dal secondo dopoguerra in poi, l’Italia ha vissuto una progressiva erosione del proprio margine decisionale. Ma questa traiettoria non è mai diventata patrimonio comune.

Traumi senza spiegazione

Gli anni Settanta ne sono l’esempio più evidente. Il periodo della violenza politica è oggi ridotto a una caricatura morale: buoni contro cattivi, Stato contro terrorismo, senza alcuna analisi strutturale del contesto internazionale, delle strategie di tensione, delle interferenze esterne, delle ambiguità istituzionali. La complessità viene rimossa perché disturba. Meglio l’indignazione retroattiva che la comprensione.

Lo stesso schema si ripete con Tangentopoli. Un evento che ha ridisegnato l’architettura politica del Paese viene ancora celebrato come una catarsi etica. Eppure, a distanza di trent’anni, il risultato è sotto gli occhi di tutti: scomparsa delle forze che avevano scritto la Costituzione, dissoluzione dei partiti di massa, apertura totale ai vincoli esterni. Ma guai a dirlo. La narrazione eroica resiste, impermeabile ai dati.

La cosiddetta Seconda Repubblica nasce così: non come progetto condiviso, ma come conseguenza. Privatizzazioni, smantellamento del lavoro tutelato, riduzione del Parlamento a funzione notarile. Il tutto accompagnato dall’idea che “non ci fossero alternative”. Un mantra che ha giustificato trent’anni di trasferimento di potere lontano dagli elettori. Il paradosso è che, nonostante l’aumento della povertà, la crisi industriale e l’astensione di massa, una parte dell’opinione pubblica continua a credere che il problema sia stato non aver spinto abbastanza.

Emergenze come metodo

L’11 settembre 2001 segna un cambio di fase globale. Al di là delle interpretazioni — che restano oggetto di dibattito e controversia — è innegabile che quell’evento abbia inaugurato uno stato di emergenza permanente. La sicurezza sostituisce la politica, l’eccezione diventa norma.

Da lì in poi, il concetto stesso di verità si frantuma: versioni ufficiali, contro-narrazioni, sfiducia generalizzata. Il risultato non è spirito critico, ma paralisi cognitiva.

In Italia, questo schema si ripete nel 2011. La caduta del governo Berlusconi avviene in un clima di pressione finanziaria internazionale, con un intreccio evidente tra media, istituzioni e attori esterni. Anche qui, il giudizio morale ha sostituito l’analisi politica. Il passaggio cruciale — la modifica delle regole economiche sottraendole al controllo democratico — è stato accettato come necessità tecnica.

La pandemia ha rappresentato l’apice di questo processo. Stato d’emergenza, sospensione di diritti, sorveglianza digitale, condizionamento della vita sociale. Tutto giustificato dalla sicurezza sanitaria e approvato da una maggioranza che ha scambiato l’obbedienza per responsabilità. Il fatto che molti sarebbero pronti a ripetere quell’esperienza dovrebbe far riflettere più di qualsiasi polemica.

A completare il quadro arrivano l’emergenza climatica e quella bellica. La prima costruita comunicativamente come minaccia indistinta e permanente; la seconda come orizzonte inevitabile. Il risultato è una società che teme il presente e non riesce più a immaginare il futuro.

Chi non comprende il proprio passato non è semplicemente ignorante: è disponibile. Disponibile a qualsiasi nuova emergenza, a qualsiasi nuova rinuncia. La memoria spettrale non è un difetto culturale. È una risorsa politica. Per altri.

Un Paese che ricorda senza capire non è smemorato: è bloccato. Vive di riflessi, reagisce agli stimoli, accetta le narrazioni che gli vengono offerte perché non possiede più gli strumenti per verificarle. In questo vuoto, ogni emergenza trova spazio e ogni rinuncia appare ragionevole. Recuperare la storia non serve a consolarsi, ma a interrompere la ripetizione.

Alex Marquex,  https://www.kulturjam.it/  23/6/2026

Corsivista indipendente

 

 

Trent’anni di dogmi liberisti: il golpe silenzioso delle élite.

Tre decenni di ultraliberismo hanno favorito oligarchie capaci di svuotare la democrazia. La sinistra, dissolvendo la propria forza sociale, ha aperto la strada a disuguaglianze estreme e destre radicali. Senza una critica socialista radicale, il liberalismo resta terreno fertile per il dominio oligarchico.

Oligarchie 2.0: l’eredità di un trentennio di fede ultraliberista

La storia recente ha iniziato a perdere lucidità da quando si è deciso che il mercato, da strumento, potesse assurgere a divinità civica. Da allora, tre decenni di devozione ultraliberista hanno generato ciò che era ampiamente prevedibile, ma che molti fingono ancora di non vedere: un’aristocrazia globale fatta di finanzieri senza volto, apparati tecno-industriali che legiferano più dei parlamenti e un sottobosco di interessi illeciti che prospera nei vuoti creati da istituzioni sempre più fragili. Il risultato è l’assalto ordinato, metodico, a ciò che resta delle democrazie occidentali.

La narrazione dominante continua a ripetere che siamo nel migliore dei mondi possibili, mentre le stesse élite che hanno beneficiato dell’esproprio politico degli ultimi decenni agiscono indisturbate per ridurre la sfera pubblica a un perimetro residuale.

E se qualcuno trova il quadro eccessivo, può sempre rifugiarsi nell’idea consolatoria secondo cui “la storia è fatta di cicli”. Certo: cicli che però hanno sempre la stessa direzione quando a governarli sono oligarchie che non rispondono a nessuno.

È curioso osservare come ogni volta che emergono segnali di deterioramento democratico, si invochi l’arrivo di qualche riforma tecnica, qualche modernizzazione, qualche aggiustamento amministrativo. Come se il problema fosse una vite allentata e non il motore progettato per servire un’unica classe sociale.

La sinistra smarrita e il bambino gettato via

Quando il PCI decise di congedarsi da sé stesso in nome di una modernizzazione che voleva apparire come l’ingresso definitivo nella “normalità europea”, non mancarono avvertimenti — allora accolti con sufficienza — sul fatto che si stesse smantellando, insieme all’apparato ideologico, anche una funzione storica.

Il partito che era stato capace di combinare la lezione togliattiana dell’“intelaiatura democratica” con l’intransigenza operaia delle lotte degli anni Settanta, pur con tutti i suoi errori strategici (dal compromesso storico accettato come necessità morale fino alla rinuncia a una critica sistemica dell’economia di mercato), aveva rappresentato un fattore di equilibrio nel conflitto sociale.

Il punto non era difendere il socialismo reale — il PCI stesso ne aveva riconosciuto i limiti, fino alle condanne esplicite dell’ultimo Berlinguer verso l’URSS post-praghese — bensì comprendere che la sua semplice esistenza, in Occidente, costringeva le democrazie liberali a misurarsi con istanze di eguaglianza.

La pressione di un grande partito comunista radicato nelle fabbriche, nelle associazioni, nelle amministrazioni locali, aveva reso possibile l’estensione dei diritti sociali, dei salari reali e di un’idea robusta di cittadinanza. Era un vincolo politico, non un dogma ideologico.

Quando il PCI si trasformò in una forza post-socialista desiderosa di rassicurare il capitale internazionale più che di incalzarlo, molti temettero che sarebbe venuta meno la dialettica che aveva reso praticabile la socialdemocrazia europea. Non semplicemente una dialettica parlamentare, ma quella dinamica di tensione costante che impediva alle élite economiche di occupare ogni spazio decisionale. Il dibattito interno di allora — tra chi sosteneva una continuità critica e chi predicava una rottura totale con il passato — venne derubricato come anacronismo da museo del Novecento.

Trent’anni più tardi, gli esiti sono sotto gli occhi di chiunque abbia uno sguardo minimamente attento: la scomparsa di una forza capace di rappresentare il lavoro come soggetto politico ha consegnato alle oligarchie un campo quasi sgombro.

Hanno imparato a esercitare una forma di dominio che non richiede la spettacolarità delle dittature del Novecento: bastano la governance finanziaria, la mediazione degli algoritmi, l’influenza dei consigli di amministrazione e delle centrali di investimento.

È una “dittatura di classe” che non si presenta come tale, ma che opera attraverso strumenti che la tradizionale cultura marxista avrebbe compreso perfettamente, pur non avendoli previsti nella loro versione digitale.

La crisi delle democrazie liberali — quella autentica, fatta di rappresentanza svuotata e disuguaglianze crescenti — non è dunque un fenomeno improvviso, ma il risultato di una lunga decostruzione del conflitto sociale.

Mentre la distanza tra ricchi e poveri assume dimensioni antisistemiche, i partiti eredi della sinistra storica, amputati del loro retroterra culturale, inseguono l’agenda economica scritta da organismi che non rispondono ad alcun mandato popolare.

È il capovolgimento di ciò che il PCI, nei suoi momenti migliori, aveva tentato di difendere: l’idea che la democrazia non possa sopravvivere se non è sostenuta da un equilibrio di forze reali nella società.

Il liberalismo politico — senza accorgersene o fingendo di non farlo — si trasforma nel brodo di coltura ideale per l’estrema destra e per le oligarchie economiche. Quando il sistema smette di distribuire potere e ricchezza verso il basso, la destra radicale arriva puntuale a raccogliere il rancore, mentre i ceti dominanti consolidano il proprio dominio dietro l’alibi del “realismo”.

E qui si torna al punto: senza una critica radicale, senza una rinascita culturale e politica della tradizione socialista, il terreno resta scoperto. È come lasciare le chiavi di casa nella serratura e poi stupirsi se qualcuno entra.

Il problema non è l’assenza di alternative, ma l’incapacità di immaginarle dopo trent’anni di catechismo liberista che ha convinto molti che l’ingiustizia sia una forma della natura.

Forse è tempo di dire che non era inevitabile. Lo abbiamo permesso noi. E continuiamo a farlo.

Alex Marquex,  https://www.kulturjam.it/  25/6/2026

 

 

Melancolia I, (1514) di Albrecht Durer, pittore ed incisore tedesco (1471-1528)

 

 

ANNO VII DEL REGIME SANITARIO- ECOLOGICO- DIGITALE

 

 

CIELI BLU. L’italia può dire no alla geoingegneria: firmate!

 

 

INCONTRI DEL GRUPPO LAICO DI RICERCA

vedi QUI

 

IL DOVERE DELLA MEMORIA

Gli stolti di Dio

Dizionario biografico laico dei Santi

vedi qui:  il-libro-del-gruppo-laico-di-ricerca

 

Canale Telegram del “Gruppo Laico di Ricerca

https://t.me/gruppolaico

Vedete ed ascoltate anche qui:

Nella Poesia e Nella Memoria

 

 

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