I 117 sono i 117 “Titani” cioè i manager e consiglieri d’amministrazione dei 10 massimi colossi mondiali della gestione patrimoniale che amministrano oltre 50 mila miliardi di dollari (questa cifra supera il PIL combinato di Stati Uniti e Cina), detenendo il controllo maggioritario della finanza mondiale e delle multinazionali.
L’elenco completo dei 117 nomi si basa sugli studi del sociologo statunitense Peter Phillips che li ha, appunto, chiamati “Titani” per il loro potere enorme. 117 “Titani” del capitale, della finanza globale, i veri padroni del mondo. Una super-classe di oligarchi predoni. L’aristocrazia finanziario-usuraia che decide nella sua follia i destini di tutti noi.
Questa inchiesta è stata pubblicata dalla rivista Millennium di Il Fatto Quotidiano, riprendendo un lavoro d’analisi sui vertici della finanza internazionale.
Le 10 Entità Chiave, massimi colossi mondiali della gestione patrimoniale e di cui i 117 sono i gestori:
• BlackRock (guidata da Larry Fink)
• Vanguard
• State Street
• JPMorgan Chase
• Morgan Stanley
• Fidelity Investments
• UBS
• Amundi
• Allianz
• Capital Group
Composizione: 65% uomini, 86% bianchi e 56% di origine statunitense. 66 sono statunitensi, 17 sono francesi, 5 inglesi, 5 tedeschi, 3 italiani.
Potere: Controllano partecipazioni incrociate nei settori chiave dell’economia globale
Ruoli: Siedono nei consigli di amministrazione di grandi banche, fondi d’investimento, multinazionali, fondazioni e organizzazioni internazionali.
Oggi è chiaro che questi 117 dialogano a viso aperto con i governanti del Mondo e fanno valere continuamente il proprio potere finanziario assoluto, decidendo di fatto anche il futuro dell’intero Pianeta e di ognuno di noi.
Un governo mondiale controllato dai super-miliardari, dai super-banchieri, dalla mega-finanza e dagli iper-tecnocrati con l’ausilio dell’intelligenza artificiale in piena espansione. Questo perchè i governi cosiddetti democratici occidentali (corrotti e ricattati) sono dei paraventi dietro i quali i poteri finanziari muovono le loro pedine, democrazie ormai totalmente in mano dell’oligarchia finanziaria, nelle mani dei 117 “Titani” del capitale.
E c’è anche chi pensa, nella massa di indifferenti, dormienti e ignoranti ( la vera disgrazia del mondo), che siamo… in buone mani. (GLR)
V’invitiamo a rileggere:
Un mostro che possiede il mondo e il nostro futuro.
Governo invisibile del mondo, manipolazione occulta di massa e… democrazia

I Padroni Universali
……
Il compianto giornalista, ed amico, Giulietto Chiesa (1940-2020), li chiamava Padroni Universali. In un suo intervento all’incontro-seminario “Sovranità/Mondializzazione” del 31 gennaio 2018, li aveva descritti in questi termini:
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“La categoria dei padroni universali è una categoria concreta: esistono, sono un gruppo di persone straordinariamente potenti, più potenti di ogni altra classe dominante mai stata prodotta dal genere umano, mille volte più potenti dei faraoni. Sono loro che determinano l’andamento degli Stati. Gli Stati come istituzioni sono un’altra categoria che andrebbe sottoposta a una revisione concettuale radicale. Si continua a ragionare in termini di Stati Uniti, Germania, Francia etc., come fossero i protagonisti, quando invece, a loro volta, sono dominati da entità molto più potenti. Coloro che passano sulla scena dei media non sono altro che maggiordomi ed esecutori di decisioni prese altrove, nei luoghi dove c’è il vero potere”.
E poi ancora aggiungeva:
“I veri legislatori sono così divenuti i banchieri, in senso letterale e non lato: i banchieri hanno scritto le nuove leggi europee, stabilendo un nuovo ordine di pensiero in linea con la loro mondializzazione. In questo modo il popolo è stato privato della propria sovranità e la sovranità è stata trasferita altrove, con le nuove leggi dettate al mercato dalla finanza e dalla tecno-burocrazia, prodotta dalla stessa finanza”. Quindi in definiva l’Italia una “colonia” esecutrice “delle decisioni e delle regole della finanza internazionale”
…..
Tornano nuovamente in mente le parole di Giulietto Chiesa: nell’intervista a noi rilasciata nel 2019 aveva sviluppato un’analisi spietata di come i Potenti del Mondo, pazzi e privi di ogni scrupolo, ci stanno portando verso il baratro.
“Il mondo contemporaneo è prigioniero di una macchina economica gigantesca planetaria la quale sta producendo una polarizzazione estrema tra i ricchi e i poveri – spiegava – Com’è possibile che noi abbiamo una situazione in cui un piccolissimo gruppo di persone si impadronisce delle risorse vitali del resto della popolazione del pianeta? Perché se queste persone, supponiamo che siano anche un milione su 7 miliardi, diventano così potenti da poter dominare e decidere se devono vivere o morire, e magari anche come, allora noi siamo in pericolo. Perché questa gente non ha più limiti”.
da https://antimafiaduemila.com/ Giorgio Bongiovanni 14/10/2024
I 117 padroni del pianeta: chi comanda davvero, mentre noi votiamo
Non li avete mai votati. Molto probabilmente non li avete mai sentiti nominare, a parte forse uno: Larry Fink, il patron di BlackRock, quello che ogni anno scrive una lettera agli azionisti che le Borse di mezzo mondo aspettano come fosse un oracolo.
Eppure Fink non è solo: fa parte di un club ristrettissimo di 117 persone che, sommando le poltrone occupate nei consigli di amministrazione dei dieci maggiori colossi mondiali della gestione del risparmio, tengono in mano qualcosa come 50mila miliardi di dollari. Per capirci: più del PIL degli Stati Uniti e della Cina messi insieme.
Il nome del gioco è “asset management”, gestione patrimoniale. BlackRock, Vanguard, State Street, JP Morgan, Morgan Stanley, Fidelity, UBS, Amundi, Allianz, Capital Group: dieci sigle che i più conoscono appena, ma che sono tra i primi azionisti di praticamente ogni grande impresa quotata dell’Occidente.
Dal 2017 a oggi il loro patrimonio è quasi raddoppiato, passando da 26mila a quasi 50mila miliardi. Una crescita silenziosa, senza slogan né comizi, che ha spostato il vero potere economico globale fuori dai Parlamenti e dentro le sale riunioni di Manhattan.
E qui arriva il punto che nessun talk show vi racconterà con questa chiarezza: questi dieci giganti, tramite i loro fondi indicizzati, sono contemporaneamente azionisti l’uno dell’altro.
Nel 2022 le partecipazioni incrociate tra i dieci valevano circa 320 miliardi di dollari: BlackRock dentro Vanguard, JP Morgan dentro Vanguard, Vanguard dentro JP Morgan, e così via, in un intreccio che rende quasi impossibile dire dove finisce un fondo e dove comincia l’altro. Sono anche, insieme, i principali soci delle due agenzie che decidono il voto in pagella di Stati e imprese: Moody’s e Standard & Poor’s. Chi controlla chi, alla fine, lo sanno solo loro.
Il portafoglio di questi signori tocca ogni angolo della vostra vita quotidiana, spesso senza che ve ne accorgiate: il petrolio che mettete in auto (Shell, BP), le medicine in farmacia (Merck, Roche, Johnson & Johnson), l’auto che guidate (Volkswagen, Mercedes, General Motors), la banca dove avete il conto (in Italia, UniCredit), il computer su cui state leggendo questo articolo, e, non è un dettaglio da poco, i produttori di armi che riforniscono mezzo mondo, Lockheed Martin, Northrop Grumman, Raytheon.
Chi sono, in concreto, questi 117 “Titani”? Il quadro che emerge dallo studio è quello di un’élite tutt’altro che rappresentativa del pianeta che governa nei fatti: sei su dieci sono uomini, l’86% è bianco, oltre la metà è statunitense. Un club chiuso, che si autoperpetua per cooptazione, ed è la fotografia perfetta di quella “cabina di comando” transnazionale che tanti cittadini, a destra come a sinistra, percepiscono ormai lontanissima dalla propria vita reale, dal proprio lavoro, dalla propria fabbrica.
Ma il dato più interessante, forse, è la doppia vita di questi manager. Non passano le giornate solo a spostare miliardi: sono anche consiglieri della Federal Reserve, siedono ai tavoli del Fondo Monetario Internazionale e della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, fanno parte del Consiglio Atlantico della NATO, popolano il World Economic Forum di Davos e la Trilateral Commission.
E poi, per bilanciare l’immagine, eccoli filantropi: nei board della Croce Rossa americana, di Oxfam, di Save the Children, di ospedali e università come il MIT. Un piede nella finanza che muove il mondo, l’altro nella beneficenza che ne lava la reputazione.
Il punto non è gridare al complotto: nessuno si riunisce di notte per decidere le sorti dell’umanità. Il punto, molto più prosaico e molto più serio, è che un pugno di persone non elette, senza alcun mandato popolare, orienta con il proprio voto in assemblea le strategie ambientali, industriali e persino politiche delle più grandi aziende del mondo, spesso in nome di un’agenda “ESG” decisa a tavolino a New York o Boston, non nelle urne di nessun paese.
Mentre i cittadini discutono di bollette, salari e sovranità nazionale, altrove si decide, con un clic su un terminale Bloomberg, chi produrrà cosa e con quali regole.
Sapere chi sono questi 117 nomi, e cosa fanno davvero nelle loro doppie vite, non è curiosità da inchiesta: è l’unico modo per ricordarci chi comanda, e chiedergli, finalmente, di renderne conto a qualcuno.
Francesco Palmieri, https://www.2duerighe.com/ 3/10/2026

I 117 “Titani” della finanza globale: ecco chi sono i veri padroni del mondo
Chi sono davvero i “padroni del mondo”? È la domanda da cui prende le mosse l’inchiesta firmata da Mauro Del Corno per Millennium, il mensile de Il Fatto Quotidiano, oggi ripubblicata a un anno dalla scomparsa del giornalista.
Al centro del reportage c’è il lavoro del sociologo statunitense Peter Phillips, docente della Sonoma State University, che nel libro Titans of Capital ricostruisce la rete di potere dei dirigenti dei dieci maggiori fondi e società di gestione finanziaria del pianeta.
In tutto sono 117 persone che amministrano complessivamente circa 50 mila miliardi di dollari e siedono nei consigli di amministrazione delle principali multinazionali, oltre a ricoprire incarichi in organismi internazionali, fondazioni, università, musei, ospedali e organizzazioni non governative.
L’inchiesta parte da una riflessione: esiste una diffusa percezione di un potere capace di influenzare economia, politica e società, ma che appare senza volto e difficilmente identificabile. Dare un nome a chi esercita questo potere diventa, secondo Del Corno, il primo passo per comprenderne i meccanismi. È proprio questo l’obiettivo del lavoro di Phillips, che concentra l’attenzione sui vertici delle dieci maggiori realtà finanziarie mondiali e sui loro amministratori.
I cosiddetti “Titani” sono prevalentemente uomini, bianchi e statunitensi. Il 65% è composto da uomini, l’86% da persone bianche, mentre oltre la metà proviene dagli Stati Uniti. Più che per la ricchezza personale, il loro peso deriva dall’essere al centro di una fitta rete di relazioni che attraversa il mondo della finanza, delle imprese, delle istituzioni, della cultura e della filantropia.
“Oggi non esiste banca o multinazionale che non abbia uno o più di questi colossi come azionisti. E ciò significa potere“, sottolinea l’inchiesta. Le società guidate dai 117 dirigenti amministrano patrimoni immensi: la sola BlackRock gestisce circa 10 mila miliardi di dollari, una cifra superiore alla somma dei Pil di Giappone e Germania. Seguono Vanguard, Ubs, Fidelity, State Street, Morgan Stanley, Jp Morgan, Amundi, Allianz e Capital Group.
Questi gruppi raccolgono e investono il denaro di decine di milioni di risparmiatori, acquistando partecipazioni nelle principali aziende mondiali. Dal 2017 il patrimonio complessivo dei dieci colossi è quasi raddoppiato, passando da 26 mila a 49 mila miliardi di dollari. La loro presenza azionaria si estende ai principali gruppi petroliferi, farmaceutici, automobilistici, bancari e tecnologici, consentendo ai loro rappresentanti di partecipare ai consigli di amministrazione e contribuire alle decisioni strategiche delle imprese.
Phillips evidenzia inoltre gli investimenti nei settori del tabacco, dell’alcol, della plastica, delle armi, del gioco d’azzardo e delle prigioni private, definiti “investimenti che generano impatti negativi sulle popolazioni di tutto il mondo”. BlackRock, Vanguard e State Street risultano inoltre tra i principali azionisti delle grandi industrie belliche statunitensi, come Lockheed Martin, Northrop Grumman e Raytheon.
“Importante la presenza in associazioni, ong, enti culturali, ospedali. E il World Economic Forum è il loro salotto di casa”, prosegue l’inchiesta. I dirigenti dei grandi fondi siedono infatti negli organi del Fondo monetario internazionale, della Banca dei regolamenti internazionali, del Consiglio Atlantico della Nato, della Federal Reserve, oltre che in organismi di regolazione finanziaria e gruppi di esperti delle Nazioni Unite. Alcuni hanno lavorato anche per la Cia.
La loro influenza si estende anche al mondo della cultura e del sociale: Croce Rossa americana, Oxfam America, Save the Children, fondazioni universitarie come il Mit di Boston, la London Business School e numerose istituzioni artistiche e ospedaliere figurano tra gli enti nei cui organi direttivi siedono alcuni dei 117 “Titani”.
Un ulteriore elemento analizzato riguarda le partecipazioni incrociate tra gli stessi grandi fondi. Nel 2022 il valore di questi investimenti reciproci ammontava a circa 320 miliardi di dollari. BlackRock possiede quote di Vanguard e State Street; Vanguard investe in BlackRock e Jp Morgan; State Street detiene partecipazioni in Vanguard e BlackRock; Jp Morgan, a sua volta, ha investito decine di miliardi sia in Vanguard sia in BlackRock. Una rete di interessi comuni che, secondo l’autore, contribuisce a consolidare il mantenimento dello status quo.
“La disuguaglianza non è mai accidentale“, afferma Peter Phillips, “ma è incoraggiata dai Titani con le loro decisioni“.
Secondo il sociologo, la concentrazione della ricchezza è favorita da un sistema in cui governi e istituzioni proteggono la proprietà privata e consentono ai grandi patrimoni di continuare a crescere. Le conseguenze, sostiene, riguardano non solo l’aumento delle disuguaglianze economiche, ma anche guerre, violazioni dei diritti umani e crisi ambientali.
L’inchiesta richiama anche le riflessioni dell’economista Thomas Piketty, secondo cui la polarizzazione della ricchezza non rappresenta un’anomalia del capitalismo, ma il risultato del suo stesso funzionamento. Phillips osserva che “tra le conseguenze dell’estrema disuguaglianza di ricchezza a livello globale ci sono anche guerre e minacce di guerra, la repressione dei diritti umani e le devastazioni ambientali“, una situazione che altri studiosi definiscono una vera e propria “crisi dell’umanità“.
Nelle conclusioni del reportage, Del Corno riflette sul progressivo spostamento del potere dalla politica ai mercati finanziari. Se un tempo i leader politici rappresentavano il principale centro decisionale, oggi, sostiene l’articolo, molte scelte sembrano essere determinate altrove e i governi finiscono per limitarsi ad attuarle. Come esempio viene richiamata la crisi greca del 2015, quando, nonostante il referendum con cui la maggioranza della popolazione respinse le condizioni imposte dai creditori internazionali, il governo accettò comunque quelle stesse misure.
Per Peter Phillips la risposta passa dalla costruzione di nuove forme di partecipazione democratica. “Penso che, come abitanti di questo pianeta, abbiamo tutti la responsabilità e il dovere di costruire strutture democratiche di base che sfidino apertamente la concentrazione della ricchezza e il controllo delle risorse mondiali da parte di poche persone“, conclude il sociologo.
https://antimafiaduemila.com/ 1/8/2026
Miliardi e non solo: ecco i 117 padroni del mondo (che quasi nessuno conosce)
Le prime dieci società d’investimento globali gestiscono patrimoni per quasi 50 mila miliardi di dollari. Uno studio misura il loro (stra)potere. Ben oltre la finanza
Abbiamo tutti una percezione, più o meno nitida, che un “Potere” esista. Un Potere che influisce sulle nostre esistenze, sul mondo in cui sono organizzate le nostre società, sui loro valori. Persino su cosa e come dobbiamo pensare o desiderare. Tuttavia, è un potere che ci sembra senza volto, senza luogo, inconoscibile e irraggiungibile.
Questa impalpabilità ha anche l’effetto di mortificare qualsiasi volontà di cambiamento. Come posso lottare per cambiare le cose se non so neppure contro chi lottare? Dare un nome e un volto a chi comanda diventa così la premessa fondamentale per qualunque tentativo di concepire una società diversa.

Peter Philips
A quest’opera cartografica del potere si è dedicato con certosina precisione Peter Phillips, sociologo della californiana Sonoma State University, che illustra i risultati nel suo nuovo libro Titans of Capital, appena uscito negli Stati Uniti per Seven Stories.
Il libro si concentra sulle prime dieci entità finanziarie del mondo e sui “Titani” che le dirigono, occupandone i posti nei consigli di amministrazione. Non sono sei come nella mitologia greca, ma 117. Sono in soprattutto maschi (65%), bianchi (86%). Più della metà è statunitense (56%), seguono i francesi (14,5%); altre nazionalità sono tutte sotto il 5%. Sono tutti ricchi, alcuni ricchissimi, sono soprattutto i nodi di una sterminata rete di potere e relazioni da cui nulla e nessuno sfugge.
Una rete che conta sul potere di immense quantità di denaro e che si tesse nei consigli direttivi di aziende, organizzazioni internazionali ed enti governativi, associazioni, università, musei, enti caritatevoli, teatri ed anche ong.
I Titani non hanno un potere assoluto sulle ricchezze che amministrano. Anche loro devono sottostare al supremo e assoluto comandamento: guadagnare.
Tuttavia, insieme ad alcuni capi di gigantesche aziende, sono quanto di più simile esista al concetto di élite dominante, le cui opinioni, inclinazioni, passioni, convinzioni politiche finiscono per influenzare, più o meno direttamente, la vita di tutti noi.
«I Titani hanno nelle loro mani la gran parte del capitale finanziario globale», ci spiega Phillips. «Governi, militari, agenzie di intelligence, gruppi politici, media aziendali e altri capitalisti, inevitabilmente, hanno un occhio di riguardo nei confronti di questi individui e fanno di tutto per garantirne protezione e supporto». I 117 “padroni del mondo” dirigono società che amministrano, nel complesso, ricchezze pari a 50 mila miliardi di dollari.
La sola Blackrock, la più grande delle dieci esaminate, muove un patrimonio di 10 mila miliardi di dollari, una cifra che supera il valore del Pil di Giappone e Germania messi insieme. Le altre nove sono, in ordine di grandezza, Vanguard, Ubs, Fidelity, State Street, Morgan Stanley, Jp Morgan, Amundi, Allianz, Capital group.
Si tratta di gruppi statunitensi (7) ed europei (3), che amministrano ed investono i soldi di decine di milioni di persone.
Trentacinque milioni di americani hanno per esempio del denaro dentro Blackrock. Risorse che vengono investite soprattutto comprando azioni in tutto il mondo, in base a una strategia che si può riassumere così: se compri tutto, alla fine guadagni. E funziona: dal 2017, il patrimonio dei dieci è quasi raddoppiato, passando da 26 mila a 49 mila miliardi di dollari.
Oggi non esiste multinazionale che non abbia uno o più di questi dieci colossi della finanza tra i suoi principali azionisti. Ciò significa altro potere che si somma a quello emanato dal denaro. In quanto soci, i rappresentanti dei dieci, occupano posti nei consigli di amministrazione delle imprese partecipate, contribuendo a definirne scelte e strategie.
Si va dalle compagnie petrolifere Shell e BP, alle case farmaceutiche Merck, Johnson & Johnson e Roche, passando per colossi dell’auto come Volkswagen, General Motors o Mercedes. Da banche come Unicredit, al colosso dei beni di consumo Procter and Gamble. E poi Ibm, Hewlett Packard, Du Pont, Dow Chemical… per citare solo qualche nome di un’interminabile lista.
Phillips sottolinea nel libro anche gli ingenti investimenti nelle industrie di tabacco, alcol, plastica, armi da fuoco, gioco d’azzardo e prigioni private, “investimenti che generano impatti negativi sulle popolazioni di tutto il mondo”. Blackrock, Vanguard e State Street sono, tra l’altro, i primi azionisti dei principali costruttori di armi statunitensi, da Lockheed Martin a Northrop Grumann e Raytehon.
Non è difficile capire cosa significhi la presenza nei consigli d’amministrazione, anche in termini di accesso a informazioni privilegiate da sfruttare per le scelte di investimento delle case madri.
Inciso: Blackrock, State Street, Vanguard sono pure i primi azionisti delle più importanti società di rating, Moody’s e Standard and Poor’s, che assegnano voti di affidabilità creditizia a stati e aziende (tra cui, neanche a dirlo, quelle di cui i dieci sono soci).
Fin qui il “potere del denaro”. C’è un’altrettanto importante e strutturata rete di presenze in associazioni, enti culturali, ospedali, ong, organismi governativi e internazionali.
I 117 siedono per esempio nei board del Fondo monetario internazionale, della Banca dei regolamenti internazionali (una specie di banca centrale delle banche centrali) e del consiglio atlantico Nato. Hanno ruoli nella Federal Reserve e nel suo braccio armato che opera direttamente sui mercati, la Fed di New York.
Sono presenti nell’associazione delle banche svizzere, nel fondo sovrano del Kuwait, nel comitato per la regolamentazione dei mercati finanziari, nel gruppo di esperti Onu per la riduzione delle emissioni. Due membri dei Titani hanno lavorato anche per la Cia. Il World Economic Forum di Davos e la Trilateral Commission sono salotti di casa.
E ancora, tra le ong che ospitano alcuni dei 117 dirigenti nei rispettivi organi direttivi, ci sono la Croce rossa americana, la Fondazione di re Carlo terzo, Oxfam America, Save the Children, Clean air task force e tantissime altre.
Tra le università spiccano il Mit di Boston, la London Business School, l’Università di Chicago, la Fondazione Ecole normale supérieure di Parigi, la scuola cinese internazionale di Hong Kong. Poi un’infinità di enti artistici e ospedali tra cui l’Orchestra di Filadelfia, il Moma di New York, l’ospedale Presbiteriano di New York, il SUMs di Venezia.
Tra pesi massimi non conviene farsi la guerra, tutti rischiano di farsi troppo male.
Le dieci società analizzate investono molto tra di loro. Nel 2022 il valore delle partecipazioni incrociate ammontava a 320 miliardi di dollari. Possiamo vederla come l’equivalente di quando le grandi dinastie regnanti si imparentavano tra loro. Qui non si maritano rampolli, ma si investono denari. Sono pratiche che consentono un attento monitoraggio delle rispettive politiche e una comunanza di interessi reciproci nel mantenimento dello status quo e nella crescita del mercato.
Blackrock, per esempio, ha investito più di 17 miliardi nella “concorrente” Vanguard e altri 4 miliardi in State Street. A sua volta Vanguard ha una partecipazione in Blackrock che vale 9,6 miliardi e una in Jp Morgan che ne vale addirittura 37. State Street ha investito in Vanguard oltre 5 miliardi e 1,6 in Blackrock. Dal canto suo, Jp Morgan ha messo in Vanguard la bellezza di 70 miliardi e altri 18 li ha piazzati in Blackrock. E questi sono solo gli incroci principali.
Nel libro, Phillips spiega come questa immensa concentrazione di potere prosperi grazie a un ecosistema che la preserva con cura.
«Le istituzioni del capitalismo globale proteggono la proprietà privata di beni, attività commerciali e ricchezza personale. I governi occidentali controllano i meccanismi legali e di polizia che assicurano che la ricchezza rimanga di proprietà privata e consentano ai ricchi di accumulare patrimoni sempre più grandi», dice a MillenniuM il sociologo americano.
Ciò contribuisce a esasperare tendenze come l’estrema polarizzazione della ricchezza. Del resto, ha spiegato l’economista Thomas Piketty, queste non sono anomalie o difetti del sistema capitalistico, ma sono esattamente il risultato del modo in cui il sistema funziona.
“La disuguaglianza globale”, scrive Phillips, “non è mai accidentale. Piuttosto, è una circostanza incoraggiata, mantenuta e controllata dalle élite dei Titani tramite decisioni di investimento di capitale e organizzazioni politiche finanziate principalmente dai soldi di cui dispongono”.
Lo studioso ci ricorda poi che “tra le conseguenze dell’estrema disuguaglianza di ricchezza a livello globale ci sono anche guerre e minacce di guerra, la repressione dei diritti umani e le devastazioni ambientali”. Questo ci porta a una “crisi dell’umanità”, che William I. Robinson, sociologo presso l’Università della California, a Santa Barbara, descrive come “una minaccia alla sopravvivenza della nostra specie e di tutti gli esseri viventi”.
Se vogliamo provare a contrastare questa deriva, grazie al libro, sappiamo un po’ meglio a chi dobbiamo rivolgerci. «Penso che, come abitanti di questo pianeta, abbiamo tutti la responsabilità e il dovere di costruire strutture democratiche di base che sfidino apertamente la concentrazione della ricchezza e il controllo delle risorse mondiali da parte di poche persone», ci dice Phillips.
In passato era forse un po’ più semplice. I leader politici e i capi degli Stati (almeno di quelli più potenti) impersonavano la capacità e la forza decisionale. Erano esseri umani e, almeno in una certa misura, condizionabili con il voto popolare. Esisteva insomma un canale di contatto tra chi comanda e chi è comandato. Accadeva quando la finanza era subordinata alla politica, decisioni e azioni non erano mosse esclusivamente dal perseguimento di profitti.
Poi, man mano che le decisione sono state delegate al “mercato”, la nebbia si è fatta fitta, le figure sono sbiadite.
Ora vediamo governi che svolgono ruoli puramente notarili, registrano e mettono in pratica cose decise in un qualche altrove e imposte senza possibilità di rifiuto poiché le punizioni minacciate sono terrorizzanti.
Ricordate cosa accadde in Grecia nell’estate 2015? Nel referendum sulle condizioni poste al Paese da Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Unione europea, gradite ai mercati, il 62% della popolazione votò no, “oxi”. Eppure, 48 ore dopo, il governo accettò quelle stesse condizioni.
Per prosciugare i processi democratici si ricorre a una presunta ma incontestabile “razionalità”. Una falsificazione, come emerso drammaticamente nella crisi del 2008. In Grecia, naturalmente, esistevano altri modi per gestire la crisi che avrebbero attenuato l’umiliazione e la sofferenza della popolazione. Si sarebbe però dovuto accettare di infliggere qualche perdita in più ai colossi della finanza internazionale. Ma i Titani non avrebbero gradito.
Mauro Del Corno, https://www.ilfattoquotidiano.it/millennium ottobre 2024

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