Lo sappiamo: molti, troppi ancora pensano malamente che il deep state (lo stato profondo, nascosto, sotterraneo  dove il potere vero e assoluto agisce e determina le politiche dei governi, delle istituzioni, dei politici insieme alle guerre, al terrorismo, ai cambiamenti geopolitici) sia roba da “complottisti” da non prendere sul serio… rileggi QUI.

Ma i padroni universali veri, la cupola dei super-miliardari, degli iper-banchieri e mega-tecnocrati, l’aristocrazia finanziario-usuraia, se la ridono di fronte allo scetticismo ( che poi è ignoranza crassa unita a grande pigrizia) di questi troppi: loro, i padroni universali, continuano a tessere disgrazie infinite per la nostra sottomissione da secoli ( leggi QUI).

Oggi, al tempo del progetto criminale globale chiamato Grande Reset ( in corso nei fatti dal 2020), il deep state è in grande salute e ancor più ciò che appare non è la vera realtà, ciò che viene detto nel mainstream non è la verità, ciò che ci vogliono far capire non è ciò che veramente dovremmo capire: pseudo-pandemie, salute, clima, emergenze energetiche, guerre in corso, genocidi.

Invece, per capire qualcosa di più di ciò che non appare dietro a ciò che fanno apparire bisogna impegnarsi personalmente e… studiare, voler conoscere, voler capire.

Dedicare un po’ di tempo, anzi molto tempo, con calma e continuità a comprendere i lerci giochi del deep state, dell’aristocrazia finanziario-usuraia serve a far crescere la nostra consapevolezza, la nostra difesa personale dalla propaganda del mainstream e una nostra indignazione profonda contro chi vuole continuare a trattarci come burattini.

Quella “santa indignazione”, quella rivolta personale, quel dire “NO” sono la via per ritrovare la nostra dignità, la nostra umanità e un senso vero del nostro vivere, a qualsiasi prezzo. (GLR)

 

 

Il dominio di una nuova aristocrazia

Non aveva torto J.D. Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2025, quando osservava che il pericolo “[…] è la minaccia interna, il ritiro dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America […]1.

Quello che non torna però, quello che ancora dopo un anno risulta nebbioso, per cui dobbiamo andare a tentoni, sfiorando i muretti e le siepi del nostro giardino europeo, è che non si è capito quali siano questi valori condivisi, se ci sia cioè un accordo morale, per adesso molto poco individuabile in verità, tra tutti i cittadini, dal Baltico alla Sicilia, oppure se parla di fantasmi, quelli imposti dalla propaganda occidentale e comuni solo internamente ai mezzi di comunicazione cui anche lo stesso Vance distribuisce ordini.

In realtà, ciò che si capisce bene, che si intuisce tutti i giorni della nostra vita miseramente europea è che c’è in atto una profonda crisi ideale, ma non solo in Europa, come sostiene Vance, quanto piuttosto nell’Impero angloamericano tutto, Stati Uniti d’America, Regno Unito e colonie comprese.

Quali valori

Il panbuonismo atlantico è rimasto un po’ spiazzato dai modi del Presidente Trump. La baracca informativa euroamericana gongolava e trovava più semplice fare titoli in linea con le direttive patronali prima della svolta trumpiana, quando ancora si poteva fare appello alla salvaguardia di valori condivisi da parte della grancassa mediatica.

Tuttavia non può bastare un richiamo generico a sostantivi astratti; qual è questo legante, la colla che ci unisce, o che almeno ci univa, nell’alleanza occidentale? dove sta il bidone, il contenitore dei “valori condivisi” dove frugare e trovare, tra una buccia d’arancia e una testa d’aringa, quello che c’è dentro?

Sono certo che chi legge conosce molto bene quanto ognuna delle parole che richiamino un’idea di convivenza civile, democrazia, libertà, diritti, solidarietàpace, risulti nel nostro universo politico svuotata, falsa e ridotta a solo oggetto di propaganda, e conosce altrettanto bene come i concetti che esprimono tali parole siano profondamente diversi nella loro interpretazione, anche nella sola Europa, a seconda dei popoli e delle Nazioni che le interpretano, e quanto infine sia asimmetrica l’idea di esportazione della democrazia, dei metodi per mettere ordine nel mondo, dei sistemi per chiamare pace un deserto nell’opinione di chi sgancia le bombe di parte americana e NATO, rispetto all’opinione che ne hanno i popoli che subiscono queste attenzioni.

Dunque, tiriamo fuori tutto da quel bidone; una cosa qua, l’altra là: trovate qualcosa di diverso da maschere, qualcosa che non siano solo costumi per il teatro?

Il ruolo dei Presidenti americani

La verità è che la società che domina il pianeta a oggi, quella angloamericana, non riesce più ad aderire con fiducia a un’eredità culturale tradizionale e, dopo aver deliberatamente distrutto la propria tenuta sociale, aver plasmato internamente, in decenni di deriva liberista, popoli incapaci di pensare in maniera complessa, vittime costanti del ricatto del bisogno, ha consolidato tutto il potere nelle mani di un direttorio sovraordinato, una sorta di supergoverno che manovra dall’alto i governi nazionali e che, tumido e tronfio di tutta la potenza economica possibile, sta al di sopra di ogni potestà politica.

Questo ambiente oligopolista e oligarchico ormai totalmente vincente può rimanere aderente e voler conservare solo il proprio privilegio, in un vortice nichilista distruttivo e autodistruttivo che non ha più un alcun aggancio morale cui appellarsi e conserva soltanto la sua idea di suprematismo presentista, totalmente svincolato da ogni tradizione valoriale2.

In tale annientato quadro politico che non prevede più nessuna reale alternativa al neoliberismo elitario, il Conservatorismo non ha più niente da conservare e il Progressismo non ha più niente da far progredire; i riferimenti politici tradizionali non hanno nessun valore, rimanendo esclusivamente feticci per storici delle tradizioni culturali3.

Qui, per chiunque faccia parte del grande spettacolo della politica americana, passare da uno schieramento politico all’altro dipende solo dall’opportunità del momento, mentre il ruolo che rimane ai Presidenti che di volta in volta si succedono alla Casa Bianca è solo quello di recitare un copione, quello via via dettato dalle élite al comando: il cambio di Presidente corrisponde solo a un cambio di stile recitativo, talvolta a un cambio di strategia politica interna ed estera, ma in un assetto di dominio permanente, che utilizza gli stessi metodi sperimentati e consolidati da decenni, ma che soprattutto risponde sempre agli stessi interessi.

À la guerre comme à la guerre

A questo punto della storia però è avvenuta una rottura, un passo ulteriore: la società americana, messa di fronte al piano inclinato di una fine già iniziata e che pare ineluttabile, dettata dalla desertificazione economica di enormi porzioni del Paese, dalla finanziarizzazione forzata del consumo, la crescita della disuguaglianza e da una povertà ormai diffusa e stratificata, unita a una congenita mancanza di intervento sociale dello Stato, ha votato e ha sostenuto la svolta trumpiana: un ennesimo cambiamento di stile recitativo sì, ma anche un cambiamento di atteggiamento dinanzi alla storia, un disperato tentativo di procrastinare la fine dell’egemonia atlantica, in una vigorosa autoaffermazione senza scrupoli e senza infingimenti, di fronte alle conseguenze del dominio4.

Oggi che Trump decide che è l’ora di cambiare la narrazione, che ci dice, in sintesi, che le sue azioni saranno finalizzate a “fare grande l’America” e chi se ne frega degli altri, che ci dice perfino che alleati non ce ne sono più, ove il loro tornaconto non coincida con quello americano (si legga il Documento di Strategia di Sicurezza Nazionale americana del novembre 2025)5, fanno fatica perfino i più strenui difensori dell’ecumenismo euroatlantico a giustificare certe azioni di prepotenza interna e internazionale.

Se per un attimo perciò facciamo tacere i tamburi della comunicazione strategica, se il Presidente dello Stato a capo dell’Impero esce dalla finzione propagandistica consueta e fa trapelare la verità sottaciuta da decenni, cioè i reali fini egemonici della gestione politica imperiale, trasversale a qualsiasi schieramento politico di comodo, non riusciamo più a giustificare neanche legami in alleanze improbabili e i declini sociali, civili, morali ed economici che ci affliggono; quando per un attimo cessiamo di versarci sopra metri cubi di quegli ideali condivisi, come fossero un sarcofago di cemento, non riusciamo più a giustificare il nostro mondo desertificato e spartito pietosamente tra i soli super ricchi: tutto si palesa, niente si tiene più insieme e siamo davanti allo sfascio di un sistema che ha mangiato se stesso dall’interno; ogni impalcatura implode come un palazzo minato, come le torri gemelle di New York.

Ovvio dunque, Vance non può che parlare ancora di valori. Quelli, lui impone, devono rimanere gli stessi, imperituri, comuni e fondativi della grande comunità occidentale. Guai a retrocedere, l’immagine, almeno quella, deve rimanere la stessa. La propaganda è l’ultimo traballante puntello prima del crollo.

L’Occidente ha cambiato padrone?

Qualcuno ha pensato conseguentemente che Trump sia riuscito a far cambiare padrone all’Occidente; che l’attuale Presidente americano cioè non risponda più alle stesse oligarchie, il direttorio sovraordinato di cui abbiamo parlato e che ha diretto fino a oggi il nostro mondo, o che sia addirittura riuscito a sottometterle, sostituendosi a esse. Tesi affascinante, ma, a parer mio, totalmente infondata.

Per comprendere quella che credo sia la realtà dei fatti, bisogna assumere che in Occidente non esiste alcuna forma di democrazia sostanziale6, ma solo la parvenza di un metodo privo di contenuti reali, e assumere invece che, come dicevamo, comandano negli Stati Uniti, come su tutto l’Impero, unicamente grandi oligarchie che rispondono a interessi di potere enormi e privatissimi.

Questo gigantesco sistema di comando si articola in una sorta di nuova aristocrazia da ancien regime, dove chi ha il potere economico ne ha in tali concentrazioni che diventa potere assoluto e dispotico; un potenziale corruttorio e intimidatorio tale da condizionare le scelte politiche dei Paesi in tutti i settori e che si traduce in azioni che non rispondono più a nessuna morale condivisa, ma solo a quella propria dei vertici. Queste persone posseggono tutto e possono comprare tutto: la verità, la dignità, la loro impunità e l’esercizio assoluto della loro volontà, folle o razionale che sia, che distribuiscono nel mondo, ricevuti dai governi come fossero capi di stato.

Ora però, Trump, a differenza dei Presidenti che lo hanno preceduto e che hanno governato gli Stati Uniti e gli alleati per conto delle oligarchie da cui dipendevano, fa lui stesso parte degli stessi conglomerati di potenza. Trump è egli stesso parte integrante delle oligarchie che gestiscono l’Occidente globale.

Personaggio istrionico, dotato di una visione personale del potere politico, accentratore, un prepotente viziato spesso preda di visioni irrazionali e fanciullesche, quest’uomo è tuttavia, prima di tutto, il Presidente della Trump Organization, una multinazionale con un fatturato enorme, attiva in molti settori, tra cui edilizia, gestione immobiliare, alberghi, trasporti aerei, servizi finanziari, intrattenimento, editoria, media, moda, commercio al dettaglio e telematico, videogiochi, industria alimentare, istruzione, turismo. La Trump Organization è inoltre proprietaria di una compagnia di produzione televisiva e di catene di distribuzione al dettaglio di abbigliamento, libri, arredamento, illuminazione e alimentari.

L’attuale Presidenza americana riceve dunque inevitabilmente la solidarietà e la convergenza di tutti i grandi gruppi, dall’alta tecnologia, alla produzione di armi, dall’industria farmaceutica, fino alla finanza; si parla della gestione di migliaia di miliardi di dollari, una potenza economica e politica senza pari.

Trump è uno di loro, uno che può permettersi di sconvolgere l’Alleanza Atlantica, anche in maniera pittoresca, stupire i rappresentanti politici più importanti dei Paesi alleati, sconvolgere la geopolitica americana ed europea in un attimo, perché non deve rendere conto a nessuno che stia sopra di lui; non deve nessuna cautela, se non ai suoi pari, perché, al di là dei suoi atteggiamenti a volte giullarerchi, insieme alla ricerca della sua utilità personale, opera inevitabilmente per il beneficio stesso di un sistema di potere consolidato e che finalmente comanda fuori da ogni finzione di propagandistica tolleranza.

Le oligarchie angloamericane, come già espresso, prive di alcun aggancio morale, sono assolutamente al di sopra di ogni parte politica e non hanno alcuna difficoltà ad appoggiare un Presidente o l’altro, che porti la cravatta rossa o quella blu, come non hanno nessuna difficoltà a passare da una strategia politica e comunicativa all’altra, nessuna difficoltà a cambiare metodo di recitazione; dipende solo dall’opportunità del momento.

Ora è il momento di provare a salvare i propri interessi, la loro egemonia sul mondo; e questo ora ha la maschera di Trump, uno di loro, e anzi, oggi finalmente possono anche liberarsi di parte della finzione democratica e pluralista che ha sempre dipinto il volto della loro propaganda, e ammettere apertis verbis le ragioni e gli interessi che muovono le loro azioni politiche.

L’isteria della politica vassalla

Mentre la gestione del potere vero, dell’insieme industriale e finanziario e la conduzione degli affari esteri, se ne vanno dunque spedite per la loro strada, svincolate da qualsivoglia aderenza a ideologie o sistemi filosofici e incuranti dell’evanescenza del residuale sistema democratico dei governi nazionali, ciò che resta è lo spettacolo folcloristico del grande blob della politica, lo scontro immaginario tra due visioni del mondo, tra liberismo da una parte e un’idea di redistribuzione dall’altra, tra violenza suprematista e un’idea di convivenza pacifica, tra conservazione di una tradizione valoriale e la visione di un progresso palingenetico e nichilista di revisione totale della società umana.

Teatro, solo teatro; panem et circenses vagamente politico che appaga e tacita le folle; per ora.

Due fazioni apparentemente contrapposte legate solamente a contingenze, legami personali, percorsi curriculari, politici in carriera, gruppi editoriali, giornalisti e analisti, artisti opinionisti schierati si fanno la guerra sui mezzi informativi per il mantenimento di piccoli privilegi personali o spesso solo per tifo, in un plasma di idee slegate dalla prassi, esercizi meditativi fini a sé stessi, essenziali alla struttura propagandistica generale, in un gioco di dissenso alternato, controllato e organico, dove saltare di campo e tradire un’idea diventa una scelta autoimprenditoriale, come scegliere l’insegna da porre sulla porta di un negozio.

I leader dei Paesi NATO sono in un evidente grave imbarazzo, cercano le ragioni del crollo della loro credibilità, si interrogano sull’efficacia del loro racconto, soprattutto perché non riescono più a difendere il loro operato davanti all’opinione pubblica, non essendoci più un garante dei gradi di narrazione politica tenuta fino a oggi. La loro caduta appare in tutta la sua evidenza, nessuno è più in grado di giustificare la deriva di autodistruzione interna e di aggressività esterna che ha corroso la coesione sociale nel grande Impero e la sua credibilità nel mondo.

Il più importante alleato si defila, o meglio, decide di cambiare maschera; il capo cambia atteggiamento e strategia e diventa ora difficile per i capi di Stato dei Paesi alleati salvare la faccia davanti al giudizio dei popoli.

Deve essere trovato un colpevole da dare in pasto all’opinione pubblica. E il colpevole è Trump: è lui il colpevole del declino morale, sociale e civile, è lui il colpevole del declino del nostro benessere, è lui il colpevole della disunione dell’alleanza atlantica.

Nel gennaio scorso, il primo ministro canadese Carney ha dichiarato durante una seduta del WEF a Davos, “siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione7, e il Presidente francese Emmanuel Macron, già a febbraio ha rilasciato interviste in cui critica duramente ciò che definisce “minacce e intimidazioni” da parte degli Stati Uniti.8

Lo scontro si fa isterico. La stampa americana tradizionalmente legata al campo democratico, non perde occasione per attaccare il Presidente e il quotidiano Politico, nei giorni in cui i leader mondiali si riuniscono di nuovo per la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, pubblica i risultati di un sondaggio che dimostrano come la reputazione degli Stati Uniti presso l’opinione pubblica dei “paesi partner” sia in declino.9 e 10

Il sondaggio, condotto dalla società indipendente Public First di Londra, evidenzia un crollo, durante l’ultimo anno, della fiducia negli Stati Uniti all’interno dell’opinione pubblica di quattro importanti alleati NATO, Canada, Germania, Francia e Regno Unito, dove la maggioranza degli intervistati ha giudicato gli Stati Uniti un alleato inaffidabile e non essere più un deterrente efficace contro gli attacchi nemici.

Nell’opinione pubblica dei Paesi NATO dunque, questa è la tesi, a causa degli atteggiamenti dell’attuale amministrazione, la potenza militare statunitense è sempre meno considerata una risorsa nella salvaguardia dell’ordine globale e nella protezione di ciò che nella propaganda sono la democrazia e i valori occidentali. La qual cosa solleva dubbi sulla stabilità dell’ordine globale geopolitico, militare, economico e anche morale e culturale imposto negli ultimi quarant’anni, dal momento del crollo dell’alternativa sovietica.

D’altronde, il 6 febbraio scorso The American Conservative esce con un articolo assai lucido a firma di Ted Galen Carpenter11 (che invito a leggere), che conclude così: “[…] Donald Trump potrebbe essere colpevole di molti tipi di cattiva condotta, tra cui una preoccupante propensione per i metodi autoritari. Ma distruggere un sistema internazionale giusto ed efficace basato su regole non rientra tra i suoi reati. Un sistema del genere non è mai stato altro che una farsa cinica e ipocrita”.

Insomma, mentre i capponi di Renzo si beccano sempre più furiosamente, la macchina del comando dell’Occidente liberista si è messa in moto nel tentativo di salvare il salvabile di fronte alla rovina annunciata di una società che ha consumato sé stessa in decenni di frenesia alimentare e di autocannibalismo: non ci sono più orecchie per gli scontri tra tifoserie e piccoli lacchè di turno, per i rappresentanti di Paesi alleati, allineati o per le loro diplomazie.

Il dominio economico concentrato, la nuova aristocrazia cresciuta nell’euforia dell’onnipotenza, nel plasma della falsità e dell’illusione di un potere fuori da ogni regola, nella distorsione e nel controllo della coscienza e dei popoli, nella prepotenza e nel sangue vuole continuare a comandare; e per ora lo sta facendo a discapito di qualunque valore condiviso morale, politico o culturale che sia.

Andrea Balloni, https://www.lafionda.org/    27/3/2026

Nato a Firenze il 02/04/1966. Laureato in Lettere e Filosofia, è attualmente dipendente della Regione Toscana, dove si occupa di politiche del lavoro.

Note e fonti:

1 –https://it.insideover.com/politica/letture-il-discorso-integrale-di-j-d-vance-alla-conferenza-di-monaco.html

2 -cfr. Emmanuel Todd, La sconfitta dell’Occidente. Fazi Editore, 2024

3 -cfr. Angelo D’Orsi, Catastrofe Neoliberista, L.A.D. Edizioni, 2025

4 –https://www.foreignaffairs.com/united-states/multipolar-delusion-mohan

5 -chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf

6 -cfr. G. Dossetti -Scritti politici 1943-1951 -Trotta, Marietti. Genova 1995, 31

7 –https://www.cbsnews.com/news/canada-mark-carney-speech-davos-trump-rupturing-world-order/

8 –https://lespresso.it/c/mondo/2026/2/9/macron-intervista-unione-europea-stati-uniti-trump-investimenti-difesa-intelligenza-artificiale-debito-comune/59778

9 –https://www.politico.com/news/2026/02/11/poll-us-nato-alliances-0077598

10 –https://www.politico.com/news/2026/02/19/5-charts-show-just-how-badly-the-us-has-torpedoed-its-relationship-with-canada-00787084

11 –https://www.theamericanconservative.com/trump-didnt-destroy-the-rules-based-international-order/

 

 

Filosofo e scrittore francese, 1533-1592

 

 

 

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