Prima il Venezuela, poi la Groenlandia, poi Cuba. Poi che altro? Prima già tante altre nazioni o paesi conquistati con la forza a partire dal 1945. Prima l’Europa, con l’Italia in prima fila, colonizzata e riempita di basi militari USA, Ma loro, gli USA, si sa, sono i buoni per antonomasia quindi…
Prima, oggi e domani gli USA ossessionati a cercare di definire gli Stati canaglia, i cattivi, i reprobi, che non si piegano all’ordine imperiale: la Russia in primis, la Cina, Cuba, l’Iran, l’Iraq, la Libia, la Siria, ecc.
Prima, oggi e domani gli USA ossessionati a definire canaglie i politici o i pensatori o gli scienziati o i giornalisti o gli artisti, di ogni paese, che non si allineano all’adorazione prona verso gli USA, patria della “bontà e della democrazia” a suon di bombe.
Ma il vero stato canaglia sono loro, gli USA, almeno dal 1945 (ed anche prima) con la loro prepotenza, con i loro ricatti politici, economici, militari, con le loro luride strategie di intelligence per abbattere governi (per loro canaglie) con le loro guerre inventate e provocate per portare il mondo sotto il tallone del loro imperialismo.
Ora è toccato al Venezuela. Avanti il prossimo.
Ah, dimenticavamo: dietro alla violenza canaglia degli USA, dei trump, dei biden, della CIA, della NATO c’è sempre e soltanto lei: l’aristocrazia finanziario-usuraia. L’èlite di super-miliardari, di iper-banchieri, di mega-tecnocrati che sono i veri padroni del mondo, anche degli USA, anche del clown trump. Non lo dimenticate mai.
Quindi lo scopo dell’erosione e distruzione del diritto internazionale, o di ciò che ne resta, è soprattutto indirizzato alla distruzione dei diritti di ognuno di noi, della sovranità personale, delle nostre libertà. Delle Costituzioni. Proprio come vuole il Grande Reset: il progetto criminale di governance e controllo globale ideato e perseguito dall’aristocrazia finanziario-usuraia. La madre di tutte le canaglie. (GLR)
.
Lo stato canaglia rapisce Maduro
Adesso tutti sono indignati e sgomenti, anche se proteste ufficiali sono giunte solo da Paesi dell’America Latina, dalla Russia e dalla Cina: la cattura del presidente di un Paese sovrano, facendo finta che si tratti di un dittatore e non di una persona regolarmente eletta, sembra l’azione di uno psicopatico che dal suo ingresso alla Casa Bianca ha già bombardato sette Paesi peraltro pretendendo il premio Nobel per la Pace, una medaglia di legno che non vale ormai proprio nulla.
Ma questa scusa della psicopatia, che verrà adottata a breve anche per l’Iran, è paradossalmente proprio l’estremo elemento di schermo per evitare fino all’ultimo di vedere le cose come stanno e proseguire nella propria condizione di servaggio senza farsi problemi: ovvero che gli Usa sono il vero e unico stato canaglia del pianeta.
Trump e la sua squadra non sono un’eccezione, ma la regola e anche se il linguaggio della violenza è particolarmente esplicito, non deriva solo da una personalità delirante e senescente, ma dall’urgenza che hanno gli Stati Uniti di procurarsi risorse materiali per dare un minimo di “sottostante” a una enorme massa di denaro creato dal nulla e sul nulla. Il tempo stringe, i principali analisti o comunque quelli maggiormente ascoltati danno pochi ani di tempo, tre nella maggior parte dei casi prima di una tempesta economica.
Non è certo un caso se l’ostilità è rivolta verso due Paesi, il Venezuela e l’Iran che dispongono di enormi risorse petrolifere.
E d’altronde sono decenni che gli Usa cercano di sbarazzarsi in ogni modo del chavismo venezuelano che pretendeva – immaginatevi in po’ che pretese – di gestire il petrolio che sgorga dal sottosuolo per il bene del Paese e non per arricchire una classe di oligarchi parassiti che facevano tutto ciò che Washington ordinava.
In oltre vent’anni hanno tentato di tutto pur di sbarazzarsi del governo socialista, dagli squadroni della morte, secondo una tattica adottata da Biden in Colombia, alla rivoluzione colorata, senza mai riuscirci perché i termini della questione erano tropo chiari per confondere la gente. Così via alle solite bombe con aggiunta di rapimento, probabilmente grazie alla corruzione. Un’azione spregevole che oltretutto ha anche lo scopo indiretto di impaurire i Brics.
È troppo semplice, troppo ipocrita prendersela con Trump come via d’uscita dalle contraddizioni: tutti i presidenti americani, repubblicani o democratici hanno fatto almeno una guerra, ne hanno propiziata e preparata qualcuna poi portata avanti da altre amministrazioni e hanno fatto dalla seconda guerra mondiale in poi trenta milioni di morti. Basta fare l’elenco:
Harry Truman (1945-1953, Democratico) è stato l’uomo della Guerra di Corea.
Dwight D. Eisenhower (1953-1961, Repubblicano) ereditò la Guerra di Corea e giunse all’armistizio ma impegnandosi nell’escalation della Guerra Fredda: aveva l’idea che gli americani dovessero essere più aggressivi nei confronti di Mosca.
John Fitzgerlad Kennedy (1961-1963, Democratico) portò in pochi mesi i consiglieri militari statunitensi in Vietnam da qualche centinaio a 16.000 e, di fatto, fu l’iniziatore del conflitto che avrebbe segnato l’America per generazioni.
Lyndon Johnson (1963-1969, Democratico) fu colui che prese il posto di Kennedy e verrà ricordato per l’escalation della Guerra del Vietnam. Nel 1965, Johnson ordinò anche l’invasione della Repubblica Domenicana per rovesciare il governo socialista di Juan Bosch Gavino.
Richard Nixon (1969-1974, Repubblicano) chiuse la guerra in Vietnam dopo un’escalation di bombardamenti a tappeto sulle città e le campagne del Nord e, segretamente, in Cambogia e Laos. Divenne, nonostante non lo avesse iniziato, il simbolo negativo di quel conflitto.
Gerald Ford (1974 -1977, Repubblicano): in così poco tempo, il successore di Nixon non combatté tecnicamente alcuna guerra, anche se chiese al Congresso il permesso di farne una. Infatti, nonostante gli accordi di Pace di Parigi del 1973, nel dicembre del 1974, le colonne militari nord-vietnamite si diressero verso il Sud e il governo sud-vietnamita chiese aiuto agli Usa. Ford allora decise l’intervento ma il congresso disse di no.
Jimmy Carter (1977-1981, Democratico): quando l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan mandò aiuti militari segreti ai mujaheddin afghani, attraverso i sauditi e i pachistani. Fu la sua guerra e l’embrione di quella che divenne la jihad di Osama Bin Laden contro gli Stati Uniti. Carter fallì anche il blitz militare per liberare gli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran.
Ronald Reagan (1981-1989, Repubblicano), dopo aver chiuso la Guerra Fredda, fu protagonista di due azioni militari: l’invasione di Grenada nel 1983, decisa perché un regime filo marxista non si affiancasse a quello di cubano in quell’area; il bombardamento di Tripoli nel 1986 con l’obiettivo di colpire Gheddafi.
George H. W. Bush (1989-1993, Repubblicano) combatté e vinse la prima guerra del Golfo, dopo l’invasione da parte di Saddam Hussein del Kuwait. Diede anche l’ordine di invadere Panama: nel dicembre del 1989, 24.000 soldati americani sbarcarono nel piccolo, ma importantissimo stato del Centroamerica per abbattere il dittatore Manuel Noriega.
Bill Clinton (1993-2001, Democratico) inviò e poi ritirò le truppe americane dalla Somalia. Due anni dopo, ordinò i raid aerei contro i serbi di Bosnia per costringerli a trattare e, dopo gli accordi di Dayton, dispiegò una forza di pace nei Balcani. Nel 1998, in risposta agli attentati di Al Qaeda, per ritorsione fece bombardare obiettivi in Afghanistan e in Sudan. Un anno dopo, il teatro di guerra tornò ad essere nei Balcani: gli Usa furono protagonisti della Guerra del Kosovo e della caduta di Milosevic.
George W. Bush (2001-2009, Repubblicano) è il presidente delle due ultime guerre americane (a questo punto, “penultime”) in grande stile: Afghanistan e Iraq come risposta all’attacco delle Torri Gemelle. Se la prima ebbe l’appoggio di quasi tutti gli americani, la seconda invece venne largamente contestata dall’opinione pubblica statunitense e mondiale.
Barack Obama (2009-2017, Democratico) è da subito contrario all’invasione dell’Iraq, eletto per far tornare le truppe a casa da Bagdad e Kabul, e vincitore del Nobel per la Pace, oltre ai noti interventi in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan, ha bombardato anche lo Yemen, la Somalia e il Pakistan. Secondo alcuni analisti è stato il presidente americano che ha tenuto in guerra gli Stati Uniti per più tempo.
Mi fermo qui perché immagino che le vicende di Trump I, Biden e Trump II siano note e si chiamano Siria, Ucraina e Gaza.
A questo proposito va sottolineato che esiste una profonda inimicizia tra il sionista Netanyahu e i governi socialisti venezuelani cominciata ormai più di vent’anni fa e allargatasi drammaticamente durante la guerra del Libano del 2006, quando Chávez accusò Israele di aver compiuto un genocidio. Nell’agosto 2006, il Venezuela richiamò il suo ambasciatore da Israele e in seguito dichiarò : “Israele è impazzita. Stanno massacrando bambini e nessuno sa quanti ne siano stati sepolti”.
La rottura definitiva avvenne il 14 gennaio 2009, durante l’Operazione Piombo Fuso a Gaza. Chávez descrisse l’offensiva militare israeliana come una “crudele persecuzione del popolo palestinese, diretta dalle autorità israeliane”. Il ministero degli Esteri venezuelano annunciò la rottura delle relazioni diplomatiche, affermando che la decisione era stata presa “data la disumana persecuzione del popolo palestinese perpetrata dalle autorità israeliane”.
Possiamo tranquillamente supporre che questo aumento di aggressività sia stata suggerita dalla potente lobby sionista di Washington. Tutto si tiene, soprattutto fra canaglie.
https://ilsimplicissimus2.com/ 4/1/2026
Trump, imperialismo senza freni: vuole anche Cuba, Colombia e Groenlandia
«L’America può proiettare la propria volontà ovunque, in qualsiasi momento». La frase pronunciata dal capo del Pentagono Pete Hegseth il 3 gennaio in conferenza stampa fotografa senza ambiguità il nuovo corso dell’imperialismo trumpiano.
Il Venezuela non è un’eccezione, ma un ritorno all’origine: la riaffermazione della dottrina Monroe in versione aggiornata: “Le Americhe agli americani” diventa un principio operativo che ridefinisce l’America Latina come “cortile di casa”, spazio naturale di influenza e intervento di Washington.
In questo quadro, la cattura di Maduro assume un valore soprattutto simbolico, mentre l’asse della pressione si sposta anche su Cuba e Colombia. A questi si aggiunge la Groenlandia, rivendicata da Trump come necessità strategica per la sicurezza USA, nonostante il secco no di Copenaghen.
A fare da megafono alle ambizioni neoimperialiste di Washington è Marco Rubio che ha difeso l’operazione in Venezuela chiarendo che: «Questo è il nostro emisfero». Parole che demarcano la politica muscolare della Casa Bianca ed evocano una memoria storica tutt’altro che sepolta…..
Continua la lettura qui: Imperialismo senza freni
Attacco colonialista, ma al buio
È difficile, in situazioni come questa, ragionare con la testa e non con altre parti del corpo, come fanno Trump e il codazzo politico-mediatico che approva il suo tentato cambio di regime in Venezuela. Dico “tentato” perché fino ad adesso non ci sono gli elementi essenziali di un colpo di Stato, eccetto il sequestro e il rapimento del presidente di uno Stato sovrano. Avvenuto a quanto sembra grazie a qualche classico tradimento di guardie del corpo, e non come espressione di una rete di congiura e di malcontento interni.
Un cambio di regime è la sostituzione di un governo con un altro grazie a un piano, che consiste molto spesso nella combinazione di un attacco esterno e una cospirazione intestina, politico e soprattutto militare. Si rovescia un assetto di governo e ci si presenta al popolo come titolari di un potere sovrano alternativo. Ma è proprio questo che finora non è accaduto a Caracas.
Dov’è il nuovo esecutivo che nel corso di un vero colpo di Stato si installa a palazzo Miraflores nelle stesse ore delle bombe? Dove sono i militari ribelli che si impadroniscono dei mezzi di informazione, delle sedi di Parlamento, Corti costituzionali e ministeri? Da nessuna parte. Esecutivo e forze armate del Venezuela sono rimasti compatti al loro posto, senza la minima smagliatura, e senza che apparisse sulla scena alcun governo provvisorio già formato, e sostenuto da alcuna forza reale di opposizione.
Nessuno sta prendendo sul serio i deliri presidenzialisti della Machado, neppure gli Stati Uniti. L’operazione è interamente predatoria, coloniale vecchio stile. Trump ha dichiarato che saranno gli Usa a reggere direttamente il Venezuela e a decidere dell’uso delle sue risorse. E, visto che già si trovava in argomento, ha minacciato di nuovo Colombia e Messico di subire la stessa sorte.
Lo stile coloniale di tutta la vicenda si è rivelato nella dinamica dei bombardamenti, che hanno accuratamente evitato le raffinerie di petrolio, e nelle dichiarazioni del segretario di Stato e di quello della Difesa che hanno vantato la supremazia assoluta della forza armata americana senza riconoscere alcun concorso ad alleati interni, a quinte colonne pronte a prendere il potere.
L’operazione golpe in Venezuela, perciò, è riuscita finora a metà, oppure è fallita. Molto dipende dai punti di vista, e da ciò che accadrà nei prossimi giorni. Se le forze armate resteranno al fianco del governo, come è probabile, e se non si verificherà, com’è altrettanto probabile, alcun movimento di giubilo anti-chavista che spazzi via l’esecutivo in carica, sarà l’attuale esecutivo che continuerà a governare il Venezuela, sotto la guida della vicepresidente esecutiva Delcy Rodriguez.
È molto difficile che si verifichi una capitolazione. A norma di Costituzione, la vicepresidente dovrebbe convocare entro un mese le elezioni, che si svolgerebbero all’insegna di un patriottismo favorevole alla causa chavista.
Trump potrebbe prendere atto di questo sviluppo, dichiarare come al solito una vittoria immaginaria e riportare a casa le truppe, come già accennato da Rubio. Altrimenti dovrà lanciare un’invasione e/o una guerra vera e propria, mettendosi contro, oltre al deep State che non ha alcuna voglia di esporsi a un alto rischio di sconfitta, la stragrande maggioranza dei suoi elettori che è contraria a nuove guerre.
Il Venezuela diventerebbe un campo di battaglia tra una milizia popolare di 5-6 milioni di chavisti armati e addestrati, guidati da militari professionisti in possesso di droni e missili da un lato, contro soldati americani agli ordini di generali che hanno ben presente il verdetto del Vietnam e dell’Afghanistan. E dotati di armamenti obsoleti, impotenti nel corso di un conflitto asimmetrico.
È anche possibile che si arrivi a una trattativa secondo la quale il Venezuela, in cambio di una sovranità limitata e sorvegliata, riconosce agli Stati Uniti una sorta di diritto di prelazione a prezzi stracciati sul suo petrolio a scapito del maggiore acquirente attuale, che è la Cina.
Pechino potrebbe non sollevare forti obiezioni alla proposta dato che il petrolio venezuelano incide per pochi punti sul suo fabbisogno, ma in questo caso il governo Rodriguez rischierebbe di soccombere alla prima tornata elettorale di fronte al malcontento della sua base politica che vedrebbe tradito il progetto socialista.
Non dovremo attendere a lungo l’esito di questa partita.
Pino Arlacchi, Il Fatto Quotidiano 4/1/2026

Date il nome che volete a questo male
State scrivendo cose come ‘il Venezuela in cambio dell’ Ucraina’. Ma prima era stato ‘la Siria in cambio dell’ Ucraina’. Poi sarà l’Iran in cambio dell’ Ucraina. Poi la Russia in cambio dell’ Ucraina, poi la Cina in cambio dell’ Ucraina, poi l’ Ucraina in cambio dell’ Ucraina. Cazzate.
La verità è che se una bestia feroce ti aggredisce, non puoi mica appellarti al diritto. È quasi immorale ammetterlo, ma ha ragione Karaganov (politologo russo).
Non è nemmeno vera questa storiella secondo la quale con l’ amministrazione Trump si è passati a una geopolitica per aree d’influenza. In che senso l’ Iran dovrebbe stare geograficamente sotto l’area di influenza americana? In che senso il Medio Oriente dovrebbe esserlo?
La verità è che si tratta di una guerra per le risorse, inevitabilmente connesse al dollaro e al suo ruolo di arma monetaria nel campo internazionale. Gli Stati Uniti non hanno mai rinunciato a imporre un dominio mondiale. Mai. È la loro missione. È la missione del ‘principe di questo mondo’.
È vero: l’impero è in crisi. E noi occupati non possiamo fare altro che sperare retroceda, o crolli, sotto la pressione di terzi. Non abbiamo forza di reazione, né ne abbiamo un’ intenzione collettiva, mentalmente colonizzati come sono i nostri popoli.
Ma l’occupante resterà in piedi, e supererà la crisi, se continuano a mancare reazioni di forza. Se continua ad esserci disgregazione.
Il diritto internazionale, le organizzazioni internazionali, sono sempre servite all’ egemone, che di suo non le ha mai rispettate. Che gli oppressi si ostinino a voler giocare secondo le regole dell’ oppressore, e che l’ oppressore viola di continuo, mi sembra stupido.
Prendiamo l’ Iran. È una potenza etica. Gli Usa non lo sono. Si: l’ Iran è una potenza etica. Rifiuta le armi nucleari perché contrarie all’ etica religiosa. O almeno così è stato sinora.
Questo essere morali stabilisce da che parte sta il bene, e da che parte il male (passatemi l’ uso dei termini, non stiamo a filosofarci sopra).
Gli Usa, Israele e i loro servi sciocchi, rappresentano una hybris. La tracotanza umana che sfida l’ ordine divino.
Ma la tisis, la vendetta divina conseguente, nella quale speriamo, ancora non è arrivata. Ancora nessuna forza ha assunto su di sé il compito.
Gaza e l’ oppressione dei palestinesi, resta impunita. Ma Gaza non è Gaza in sé. Gaza è un simbolo. Gaza è tale a livello universale, perché ovunque può essere Gaza: quando una potenza si mostra spietatamente distruttiva, incapace di pensare l’ altro come essere umano, ciò che avviene in Palestina può avvenire ovunque in qualsiasi momento.
È la rivelazione di un male demoniaco. Il suo dispiegarsi. E allora ci si chiede: dobbiamo stare ancora sulla via dell’ onore, come fa l’ Iran, o sarebbe necessario opporre a questa spietatezza una spietatezza uguale e contraria? È un quesito filosofico senza soluzione.
Tutti gli scenari sono interconnessi. Il Venezuela ha abbastanza petrolio da garantire un contraccolpo minore nel caso della chiusura dello stretto di Hormuz, ad esempio. Ovviamente, qualora effettivamente gli Usa entrassero in possesso delle risorse del paese.
Non si tratta di difendere questa o quella nazione per ragioni di simpatia o di contiguità ideologica, oppure di opporvisi per le stesse ragioni. Questo è infantile.
Se non ci saranno reazioni di eguale portata, ci si prepari al dilagare di questo male. Ci si prepari al dilagare di forze che considerano l’ umanità non eletta come niente più che carne da macello. E gli individui come niente più che animali da reddito. Date il nome che volete, a questo male. Non importa.
Matteo Mazzoni, https://www.ariannaeditrice.it/ 4/1/2026
Dottore di ricerca in Studi storici dell’età moderna e contemporanea.
“Mi dispiace, ma io so io e voi non siete un cazzo!”
Di chi o cosa stiamo parlando usando la battuta di Alberto Sordi nel film “Il marchese del Grillo” di Mario Monicelli (1981)? Indoviniamo un po’….
Vedi qui: Io so io…
Leggete o rileggete qui:
Diritto internazionale addio!
GLR-NOTIZIE-FLASH 82 – 3/1/2026. La follia prepotente dell’impero.

ANNO VII DEL REGIME SANITARIO- ECOLOGICO- DIGITALE
Articoli che vi raccomandiamo di leggere e rileggere:
DALLA RETE: l’informazione libera.
Per acquistare il nostro Calendario Laico dei Santi QUI
Vedete il nostro video ” Il dovere della Memoria“: QUI
INCONTRI DEL GRUPPO LAICO DI RICERCA
vedi: QUI
Canale Telegram del “Gruppo Laico di Ricerca”
Vedete ed ascoltate anche qui:
Subscribe to our newsletter!