L’articolo che vi proponiamo oggi è la continuazione delle riflessioni iniziate nell’articolo: Un buco dentro di noi. , nell’articolo: Il dramma di giovani nichilisti.
A questi articoli vi rimandiamo assolutamente insieme al Pensiero Urgente n.331). La necessità del sacrificio e della virtù.
“Una sala affollata con una sedia vuota al centro. Quella sedia, un tempo, aveva un nome. Non importa come la si voglia chiamare: Dio, ideologia, fede politica, tensione morale. Il punto è che qualcosa è evaporato. E non perché sia stato superato da una forma più evoluta di pensiero, magari fosse così, ma perché è stato dissolto senza essere sostituito“.
Così scrive l’autore dell’articolo che segue. Così vuole aiutarci a guardare quella sedia al centro della sala, ormai vuota. Vuota delle grandi narrazioni ottocento/novecentesche e di sempre.
Narrazioni politiche, religiose, ideologiche collettive superate, cancellate da una visione oscura orientata al risultato, all’efficienza, al guadagno, alla sopravvivenza, all’ossessione della sicurezza quotidiana, all’ossessione dell’utile/pratico, totalmente a discapito della riflessione a lungo termine e delle tensioni morali.
I grandi ideali sono praticamente morti e sono diventati “idealuzzi” personali. Si combatte per battaglie circoscritte, anche importanti (sostenibilità, inclusione, etica digitale), anziché per cambiare radicalmente l’intero sistema. E per questo, proprio per questo non si andrà da nessuna parte.
Trionfa il pragmatismo individualista. Proprio come vuole il “sistema”. Proprio come vuole la padrona vera del mondo, l’aristocrazia finanziario-usuraia ( l’èlite di super-miliardari, di iper-finanzieri/banchieri, di mega-tecnocrati). Proprio come vuole la “nuova normalità” pensata dalla sua mente diabolica e in costruzione attraverso il criminale progetto globale chiamato Grande Reset e l’annessa Agenda 2030.
Una “nuova normalità” di quaglie. Gabbiani addio! (GLR)

Qualcuno era comunista: abbiamo smesso di credere (e non è progresso)
Non crediamo più in Dio né nelle ideologie. Non per evoluzione, ma per svuotamento. Abbiamo distrutto ogni orizzonte senza costruirne altri. Il risultato è una società senza tensione, critica su tutto e incapace di credere in qualcosa.
Qualcuno era comunista: la sedia vuota degli ideali
C’è un silenzio curioso che attraversa il nostro tempo. Non è il silenzio dell’assenza di parole — anzi, mai come oggi si parla, si commenta, si reagisce — ma quello dell’assenza di direzione. Un brusio continuo senza centro, senza asse, senza orizzonte. Una sala affollata con una sedia vuota al centro. Quella sedia, un tempo, aveva un nome.
Non importa come la si voglia chiamare: Dio, ideologia, fede politica, tensione morale. Il punto è che qualcosa è evaporato. E non perché sia stato superato da una forma più evoluta di pensiero, magari fosse così, ma perché è stato dissolto senza essere sostituito.
Nella cultura contemporanea, soprattutto nella sua versione social, parlare di assoluti è diventato imbarazzante. Non si tratta solo della religione, ormai relegata a un folklore intermittente o a un fatto privato. Anche le grandi narrazioni politiche sono sparite. Nessuno si definisce più comunista, se non con ironia, distanza, citazione.
È tutto un gioco di posture: distinguere, problematizzare, relativizzare. Una raffinata arte della sottrazione. Distruggere, smontare, decostruire. Ma costruire? Quello no. Troppo impegnativo, troppo rischioso, troppo definitivo.
Eppure, anche chi ha visto, o studiato , i fallimenti storici di quelle grandi visioni, percepisce un vuoto. Non la nostalgia per un sistema, ma per un gesto. Il gesto di credere che esista qualcosa per cui valga la pena esporsi senza paracadute.
Negli anni Sessanta, nelle periferie italiane, persino un cosmonauta poteva diventare una figura quasi sacra: il poster di Jurij Gagarin era la norma, non un eccentricità. Non per ingenuità, ma per fame di simboli, di direzione, di futuro. Oggi quella fame sembra sedata. O forse anestetizzata.
Il presente senza tensione
Il problema non è che abbiamo smesso di credere in qualcosa. È che abbiamo smesso di credere che valga la pena credere. La cultura dominante ha interiorizzato una forma di scetticismo permanente.
Ogni affermazione forte viene immediatamente smontata, ridicolizzata, relativizzata. Il risultato è una sorta di equilibrio sterile: niente è abbastanza solido da essere difeso, ma tutto è sufficientemente debole da essere criticato.
L’identità diventa fluida fino all’inconsistenza. Si può essere tutto e il contrario di tutto, a seconda del contesto, del pubblico, dell’algoritmo. Una religiosità intermittente, una politicità decorativa, un’etica a consumo.
“Qualcuno era comunista” cantava Gaber, per quel bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, di una morale diversa, di un volo, oggi suona quasi esotico.
Non perché sia stato confutato, ma perché è stato neutralizzato. Ridotto a citazione, a playlist, a memoria estetica. E allora si resta sospesi in una condizione paradossale: iperconsapevoli e completamente disarmati. Sappiamo tutto dei limiti delle ideologie, ma non abbiamo nulla che le sostituisca. Abbiamo smontato le illusioni, ma non abbiamo costruito alternative.
Il risultato è un presente senza tensione morale, sostituito dai più nostalgici con l’ossessione della geopolitica ma senza quella dimensione verticale che permetteva, nel bene e nel male, di orientarsi.
Naturalmente, si potrebbe obiettare che questa è una forma di maturità. Che abbiamo imparato a diffidare delle verità assolute, delle narrazioni totalizzanti. Forse è vero. Ma la maturità, senza un minimo di desiderio, somiglia molto alla rassegnazione.
Il punto non è tornare a essere ciò che si è stati. Il punto è capire se sia possibile recuperare almeno la tensione, senza replicare gli errori, perché una società che rinuncia completamente agli orizzonti ideali non diventa più libera. Diventa più gestibile. Il nodo è proprio questo.
Una cultura senza assoluti è una cultura senza attrito. Scorre, si adatta, consuma. Non resiste. Non immagina. Non rischia.
La sedia vuota, nel frattempo, resta lì. Al centro della stanza. Ignorata, aggirata, decorata con ironia. Ma sempre vuota.
Alex Marquex, https://www.kulturjam.it/ 23/6/2026
Corsivista indipendente

Qualcuno era comunista
Canzone-prosa di GIORGIO GABER pubblicata nel 1992, nell’album dal vivo Il teatro canzone riproposta nel 2001 nell’album La mia generazione ha perso.
Ascolta qui: Giorgio Gaber – Qualcuno era comunista

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