“Dio” è americano. Negli USA non hanno dubbi e “dio”… parla anche lo slang americano. E’ la teocrazia americana. E’ il fondamentalismo pseudo-religioso americano che incombe sul mondo.
E trump ha spesso descritto la sua ascesa politica e la sua sopravvivenza personale come parte di un disegno divino ed ha inoltre affermato che la sua vittoria elettorale è avvenuta perché ” “dio” lo ha messo in quella posizione” “.
Ha creato organismi federali per combattere i pregiudizi anti-cristiani, definendo la sua amministrazione una forza per “riportare “dio” ” nel Paese
Il binomio tra “dio” e America non è una questione solo di una assurda fede, ma il pilastro di quella che i sociologi definiscono “religione civile americana“. Una indefinibile religione civile per un comportamento incivile e violento nel mondo, da “unti” di “dio”.
Negli Stati Uniti, il sacro e il politico sono assurdamente fusi in simboli e rituali pubblici che prescindono dalle singole confessioni religiose presenti nel paese.
- Motto nazionale:“In God We Trust” (in “dio” noi confidiamo), presente su ogni banconota.
- Pledge of Allegiance: Il giuramento di fedeltà alla bandiera americana che descrive gli USA come “una nazione al cospetto di “dio””.
- Discorsi presidenziali: La formula di rito “God bless America” (“dio” benedica l’America) chiude quasi ogni intervento ufficiale.
- Nazionalismo Cristiano: Molti leader evangelici vedono il presidente come uno strumento divino per una “rinascita spirituale” del Paese.
- Project 2025: Questo piano conservatore propone di integrare maggiormente i valori biblici (come vengono letti negli USA) nelle politiche federali, specialmente su temi come famiglia e istruzione.
Il richiamo a “dio” rimane il linguaggio fondamentale americano per legittimare il potere e l’identità nazionale americana. E questo ha conseguenze geopolitiche devastanti.
Ma un Dio con la “d” maiuscola è ben lontano dal “dio” con la “d” minuscola creato ad immagine e somiglianza degli USA. E un Dio con la “d” maiuscola sarebbe un Dio del bene comune, del miglioramento umano, del progresso civile e positivo della creazione e non benedirebbe questa America e il suo trump. No, Dio con la “d” maiuscola non benedice l’America, non può benedire l’America. Ne siamo più che certi.
E la vera RELIGIONE CIVILE ( verso cui il GLR è totalmente impegnato) è fondata sulla Memoria di Uomini e Donne che sono vissuti ( ed hanno donato anche la vita) per servire la Libertà, la Giustizia, la Fraternità umana ed è la base per una nazione ed una società che vogliono costruire Libertà, Giustizia e Fraternità umana. Non potere, ricchezza e dominio sugli altri popoli per sfruttarli e dissanguarli. (GLR)
Rivedete questo importante video sulla megalomania di trump e del suo fanatismo pseudo-religioso che sono la megalomania e il fanatismo degli USA: megalomania imperiale
Rovescio della banconota da venti dollari. In God We Trust è il motto nazionale attuale degli Stati Uniti.
Perchè non posso benedire l’America
Il direttore di un quotidiano di centrodestra, a proposito del rapimento del presidente venezuelano Maduro, ha firmato un editoriale dal titolo Dio benedica l’America. Anche no, perbacco.
Un altro giornale di uguale orientamento ha definito deliri le obiezioni di un generale italiano, mentre il direttore- già capo ufficio stampa del premier in carica- ha spiegato che i colpi di Stato sono buoni e giusti se colpiscono “dittatori”.
Quando si definiscono deliri le opinioni sgradite la strada della dittatura è spianata e mai come nell’occasione dell’attacco dei gringos a Caracas è enorme la distanza ideale tra gli intellettuali in qualche modo ascrivibili alla cosiddetta destra e i suoi terminali politici e giornalistici. Prendiamo atto definitivamente che a destra e a sinistra i riflessi condizionati sono specularmente identici. Quelli vedono fascisti dappertutto, questi hanno per bussola il balletto della premier ad Atreju: chi non salta comunista è.
Io non salto e non prendo lezioni di anticomunismo, pagato sulla carne nei decenni difficili di fine Novecento. Basta evocare il fascismo e scatta il riflesso- Bella Ciao dei progressisti; diamo a qualcuno del comunista (Putin, i venezuelani, i palestinesi, persino gli iraniani) e il disciplinato destro terminale non solo ci crede, ma applaude qualunque mascalzonata con l’alibi della lotta al vecchio nemico.
Sino al tifo indecoroso per l’America (quella del nord, gli Usa) e a invocare benedizioni celesti sull’amicone a stelle e strisce. In nome, oltreché della stinta bandiera anticomunista, della categoria falsa, spuria, incapacitante di occidente. La terra del tramonto è giardino delle delizie, campo della libertà, oasi della democrazia, sole che scalda solo noi, pochi felici.
No, non benedico l’America. E non solo perché, da italiano memore, ho in mente i bombardamenti subiti in guerra, la sconfitta militare fatta scontare da ottant’anni nonostante la cobelligeranza post 8 settembre 1943 ( la resa di Cassibile) le cento e più basi militari Usa sul nostro territorio, pagate da noi, i trattati che ci rendono colonia, le limitazioni di sovranità derivanti dalla condizione di sudditi, camerieri, periferia turistica dell’Impero.
Non benedico l’America– quella del potere, altra cosa sono i popoli degli Stati Uniti – perché la mia nazione, la mia cultura, il mio modo di vivere sono stati uccisi dal protervo american way of life, dal colonialismo materialista, dal falso mondo-spettacolo senza altro scopo che il denaro e il successo, fondato sull’avere e non sull’essere.
Non benedico l’America perché ci ha espropriato di usi, costumi, tradizioni, persino delle nostre lingue. Con il nostro consenso, dobbiamo ammetterlo. Bisogna vivere, organizzare la società, l’economia, finanche parlare come vogliono loro. Se non lo fai, non sei al passo con i tempi. Ti spetta la giusta punizione: gli sceriffi – indistinguibili dai gangsters– ti esproprieranno di tutto ciò che è tuo. Non solo in termini morali, civili e culturali, ma innanzitutto materiali.
Hanno fatto così con le popolazioni native americane e con chiunque si sia trovato sulla loro strada.
Esportano la democrazia, cioè il liberalismo economico egoista, monopolista, oggi globalista, unica modalità ammessa nell’universo mondo.
Ci impongono- a pagamento, sì’intende- il loro cinema, la loro musica, le loro tecnologie, le loro idee, la loro visione del mondo. E se non la volessimo? E se, sperimentata, non ci piacesse ? In questo caso arriva la cavalleria ( da noi è già sul posto) e risolve il problema con la forza. Per il nostro bene, per educarci e guidarci verso il progresso. Fanno tutto secondo le regole – da essi stessi stabilite- quindi avremo diritto a un “giusto” processo in cui verremo condannati. Danni collaterali.
Non posso benedire l’America, infine, perché tutto ciò che sta distruggendo la civiltà di cui sono erede viene dagli Stati Uniti. Il globalismo è americano, la privatizzazione di tutto anche. Americana è la fine dei diritti sociali, il “dirittismo“ individualista, la centrale di Big Pharma, l’ incultura della cancellazione (woke).
Sono prodotti americani le follie LGBT, la distruzione della famiglia, la programmazione della denatalità, il culto del denaro, il consumismo, la diffusione delle droghe. Provengono dagli Usa i cosiddetti “gender studies”, l’omosessualismo, il disprezzo per la storia, la distruzione di ogni modo di vita incompatibile con l’american way of life.
Benché nate in Europa, si sono spostate in America e sono diventate cultura dominante nel resto della periferia chiamata occidente, ideologie distruttive come il liberismo, i post marxismi ibridati con il progressismo liberal, la psicanalisi, la competizione sfrenata che rende nemici.
Americano è il culto della performance, l’idolatria verso chi è famoso, la sessualizzazione estrema, la liberalizzazione della pornografia, l’economia come unico destino e la finanza come potere sull’uomo. Di matrice Usa sono il primato della tecnica e il transumanesimo.
Hanno sganciato due bombe atomiche su una nazione sconfitta e invaso nazioni per volontà di potenza e appropriazione di risorse.
Su tutto questo dovrei invocare la benedizione di un Dio malvagio.
Conta poco la dissidenza individuale, ma non ci sto. E chiedo scusa a me stesso per aver condiviso tratti di strada con servi, ammiratori e tifosi dell’America, la squadra avversaria.
Roberto Pecchioli, https://www.ilperchecuiprodest.it/ 6/1/2026
Roberto Pecchioli (1954), studioso di geopolitica, economia e storia, svolge un’intensa attività pubblicistica in ambito saggistico. Collabora con riviste e siti web di cultura e informazione indipendente.
La chiesa evangelica americana rimane il sostegno più solido per trump; secondo i dati del Pew Research Center, circa l’82% dei praticanti evangelici bianchi sostiene Trump, vedendo in lui un difensore dei valori cristiani e di un’America benedetta e protetta da “dio”. Il video che segue in maniera impressionante mostra il fanatismo degli evangelici nei confronti di trump. Tirate le vostre conseguenze.
Fede e potere: i fondamentalisti evangelici che sostengono Trump
L’Ufficio della fede, il Consiglio nazionale consultivo per la fede, la Commissione sulla libertà religiosa. Con l’amministrazione Trump sono nati o hanno preso nuovo vigore organismi che in pochi mesi stanno mostrando tutta la loro influenza nelle scelte politiche del presidente. Nel reportage di PresaDiretta, le storie e le radici dei protagonisti che hanno portato dentro la Casa Bianca l’orientamento cristiano-nazionalista.
Ascolta e vedi qui: Fondamentalismo evangelico e trump
Tutto questo “dio” americano è impegnato a proteggere l’America nel suo calpestare le regole del Diritto Internazionale, da sempre. Un “dio” della distruzione e non certo della creazione.
La fine del “mondo basato sulle regole”: il cartello in vetrina e la grande ipocrisia
Mark Carney ( primo ministro canadese) a Davos 2026 ha fatto una cosa che di solito i leader evitano: ha detto la verità ad alta voce. E la verità è scomoda.
L’ordine internazionale “basato sulle regole” non sta scricchiolando: è già finito. Quello che c’era non era un sistema equo, ma una finzione elegante, una scenografia utile finché i più forti rispettavano le regole solo quando conveniva.
Carney lo ammette senza troppi giri di parole: le grandi potenze oggi non hanno limiti reali. Possono usare dazi come armi, catene di approvvigionamento come strumenti di ricatto, infrastrutture finanziarie come leve di coercizione. E mentre i giganti fanno ciò che vogliono, le potenze medie hanno passato decenni a recitare la parte dei bravi studenti dell’ordine globale, fingendo che il sistema fosse giusto, prevedibile, universale.
Qui entra in scena Václav Havel e il suo fruttivendolo. Quello che ogni mattina esponeva il cartello “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi”, senza crederci, solo per non avere guai. Nessuno ci credeva, ma tutti facevano finta di sì. Risultato: il sistema reggeva non solo grazie alla forza, ma grazie alla complicità quotidiana di chi partecipava alla menzogna.
Carney dice che i Paesi occidentali hanno fatto esattamente questo: hanno messo il cartello in vetrina. Hanno continuato a invocare il diritto internazionale, il multilateralismo, le regole del commercio globale, pur sapendo che i più forti le violavano sistematicamente. Hanno accettato un doppio standard permanente: rigore per alcuni, indulgenza per altri. Legalità a corrente alternata.
Per anni questa finzione è stata utile. L’egemonia americana garantiva rotte marittime aperte, stabilità finanziaria, una certa sicurezza collettiva. In cambio, molti Paesi chiudevano un occhio sulle incoerenze del sistema. Un patto tacito: noi fingiamo che funzioni, voi continuate a farlo funzionare abbastanza da non farlo crollare.
Quel patto oggi è saltato.
Le crisi finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche hanno mostrato il lato oscuro dell’integrazione globale. E ora le grandi potenze usano proprio quella integrazione come arma. Non più cooperazione, ma dipendenza. Non più interdipendenza virtuosa, ma vulnerabilità sfruttabile.
Carney lo dice chiaramente: non puoi continuare a raccontarti la favola del vantaggio reciproco se l’integrazione diventa il meccanismo della tua subordinazione.
A questo punto, molti Paesi reagiscono con l’istinto della fortezza: più autonomia, più protezionismo, più controllo su energia, cibo, minerali, finanza, supply chain. Comprensibile. Ma anche pericoloso. Perché un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile, più instabile. Un mondo dove tutti si blindano e nessuno si fida.
Il punto politico vero è un altro: se le grandi potenze smettono persino di fingere di rispettare regole e valori, allora l’intero sistema si trasforma in una gara di forza nuda. E in una gara così, le potenze medie rischiano di finire non al tavolo delle trattative, ma nel menu.
Carney prova a proporre una terza via: non la nostalgia per un ordine che non tornerà, né l’isolazionismo da bunker, ma un “realismo basato sui valori”. Tradotto: meno retorica e più coerenza. Meno prediche e più forza interna. Meno dipendenza e più resilienza.
Il passaggio più interessante è quello sull’onestà. Vivere nella verità significa smettere di chiamare “ordine basato sulle regole” ciò che ormai è un sistema di rivalità tra grandi potenze. Significa applicare gli stessi standard agli alleati e ai rivali. Significa smettere di indignarsi a giorni alterni, a seconda di chi è il colpevole.
Perché il vero scandalo non è che le regole vengano violate. È che molti fingano ancora che funzionino.
Carney dice: basta cartelli in vetrina. Basta partecipare a rituali che sappiamo essere falsi. Basta invocare un mondo che non esiste più. Se il vecchio ordine è morto, piangerlo non serve. La nostalgia non è una strategia.
Il messaggio, in fondo, è brutale ma lucido: i potenti continueranno a esercitare il loro potere. Ma anche i meno potenti hanno un’arma. Si chiama realtà. Dare un nome alle cose. Costruire forza in casa. Ridurre le dipendenze. E soprattutto smettere di fingere.
Perché la vera fine non è quella dell’ordine basato sulle regole. È la fine della favola che ci raccontavamo per non ammetterlo.
Giuseppe Gagliano, https://www.lafionda.org/ 23/1/2026
Rileggi qui: Imperialismo da cowboy
Gagliano nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, centro studi iscritto all’Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali.
ANNO VII DEL REGIME SANITARIO- ECOLOGICO- DIGITALE
Articoli che vi raccomandiamo di leggere e rileggere:
DALLA RETE: l’informazione libera.
Per acquistare il nostro Calendario Laico dei Santi QUI
Vedete il nostro video ” Il dovere della Memoria“: QUI
INCONTRI DEL GRUPPO LAICO DI RICERCA
vedi: QUI
Canale Telegram del “Gruppo Laico di Ricerca”
Subscribe to our newsletter!

