Si, l’epoca del banditismo, della forza come unica regola si è ormai ben delineata. Non che prima, nella storia trascorsa, ci fosse gentilezza e rispetto delle regole come linea fondamentale: certamente no.

Ma oggi si è raggiunto un livello di sfacciataggine assoluto, forse irreversibile. Ormai sempre più il mondo diventa immagine e somiglianza dei banditi più arroganti, prepotenti, tracotanti e sfrontati mai conosciuti: i componenti dell’aristocrazia finanziario-usuraia padrona vera del mondo e dei fantocci politici che appaiono guidare le sorti del globo.

Banditi che gestiscono tutto come gli pare e conviene.

Un’èlite di banditi iper-miliardari, super-banchieri e mega-tecnocrati che non conoscono altro che il loro progetto criminale (Grande Reset) di costituire una governance assoluta sul mondo: rileggete qui: Governo invisibile del mondo, manipolazione occulta di massa e… democrazia.

E’ sempre più l’epoca del bullo di quartiere che “mena”, “pija” e ti ride in faccia. E “te devi sta pure zitto, sennò te corca”. (GLR)

 

 

Il rapimento di Maduro: il diritto internazionale divenuto banditismo

L’onorevole Tajani sarà ricordato in saecula saeculorum per l’immortale sentenza: «Il diritto internazionale conta ma fino a un certo punto». Forse ieri il nostro improbabile ministro degli Affari Esteri, avrà pensato che Donald Trump abbia appreso da lui medesimo la nuova concezione “oscillante” della legalità su scala mondiale.

Ma, lo diciamo con tenerezza a Tajani, non si vanti troppo o, all’opposto, non sia contrito davanti a quello che, con impudicizia il quotidiano «La Stampa» ha etichettato, con titolo cubitale in prima pagina, Golpe venezuelano.  Non si vanti troppo, ministro, perché che il diritto internazionale contasse fino a un certo punto ce ne eravamo accorti anche noi, modesti osservatori privi di leve di comando.

Il diritto è ormai divenuto semplicemente la legge del più forte, e gli Stati Uniti, da questo punto di vista, sono sempre stati all’avanguardia. Con l’attacco al Venezuela, la storia delle relazioni internazionali (disciplina insegnata nelle università) ha avviato soltanto un nuovo capitolo, che, in verità, nello stupore accigliato o plaudente del mondo, conferma ciò che da sempre è noto.

Gli Stati Uniti d’America sono il regno dei cowboy, e i loro dirigenti hanno operato in ogni situazione esattamente come i progenitori – spesso la feccia d’Europa che attraversava l’Atlantico in cerca di quella fortuna non raggiunta in patria – che ammazzavano i pellerossa e gli rubavano le terre, insediandovisi, senza tanti complimenti.

La stessa pratica dei sionisti in Palestina, tanto per precisare. Per i “colonizzatori” nelle grandi praterie del West, come per i “coloni” delle antiche terre palestinesi, non v’era neppure la necessità di fornire giustificazioni: tutto era affidato ai rumori dei colpi di Colt e di Winchester, come oggi, a Gaza o in Cisgiordania, si odono, a guisa di spiegazione, soltanto le esplosioni dei missili e dei droni.

Il fatto avvenuto il 3 gennaio 2026, salutato con un osceno commento su X di uno dei peggiori esponenti del più sgangherato “giornalismo” italiano, con un beffardo (ma in realtà solo patetico): «Thank you Donald! Bentornato Occidente!» rappresenta non soltanto la fine assoluta del “diritto internazionale”, ma la sua sostituzione col banditismo.

In nessun altro modo si potrebbe definire il rapimento (chiamato beffardamente “arresto”, arresto del tutto illegittimo, perpetrato da uno Stato straniero entrato illegalmente nel territorio di un altro Stato) di Nicolàs Maduro, legittimo presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, uno Stato sovrano a tutti gli effetti. Del resto il nostro governo ha sentenziato che gli Usa, per quanto in modo discutibile, hanno affermato un “diritto”, agendo contro Maduro, che sarebbe perseguibile per narcotraffico e terrorismo, oltre a essere, secondo il Meloni-pensiero, presidente abusivo. Siamo davvero alle comiche.

È evidente che con il blitz su Caracas, Trump manda messaggi al proprio elettorato, quello che lo segue e lo applaude a prescindere; ma il messaggio più importante è diretto all’intero Subcontinente americano: un avviso di sfratto per i governi non proni a Washington, che mentre abbandona il terreno europeo, si concentra sul proprio ex “giardino di casa”, anche per ragioni economiche, legate al petrolio, e alla valuta di scambio dello stesso.

Infine il messaggio è rivolto alle potenze della Terra, a cominciare da Cina, Russia, e forse India: voi non sarete mai come noi: gli Usa sono e restano l’unica superpotenza, e noi possiamo disegnare un ordine mondiale “nuovo”, a nostro piacimento.

Forse non potendo proprio ripristinare l’unipolarismo tanto caro a lui, e non essendoci un secondo paese in grado di stare sul medesimo piano del suo, Donald pensa, senza ancora dichiararlo, a un ordine tripolare, Usa-Cina-Russia, come opzione comunque preferibile al multipolarismo, che invece deve continuare a essere la prospettiva a cui mirare.

Al di là delle motivazioni concrete o propagandate (tutti sanno che il terrorismo e il narcotraffico sono fandonie), il rapimento di Maduro è tra gli atti più osceni compiuti dalle democrazie occidentali.

E viene dopo azioni criminali contro Ceaușescu, Milosevic, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad (ancora vivo, ma in esilio). Lo zio Sam agisce come Minosse per Dante: «giudica e manda». Manda a morte, direttamente.

L’ “omicidio mirato” del generale iraniano Soleimani, avvenuto a Baghdad, su ordine Usa, in un altro 3 gennaio, nel 2020, fu l’esempio più eclatante, rimasto impunito. Ovvero Minosse imprigiona, dopo aver catturato i suoi nemici ovunque essi siano: come non ricordare l’azione contro Panama con la cattura di Noriega, che era peraltro un esecutore della volontà degli Usa, prima di diventare loro inviso?

Chi sarà il prossimo? E allora che senso ha l’Onu se non può impedire azioni di questo genere?

Del resto ricordiamo tutti le prodezze dei servizi segreti israeliani quando andavano in giro a catturare, processare e mandare a morte gerarchi nazisti (e poche voci si levarono allora perché tutti erano ben memori della Shoà, e coltivavano disprezzo e risentimento verso quella gentaglia), ma hanno proseguito poi con i dirigenti palestinesi e anche con quelli iraniani, e ora soffiano sul fuoco per far cadere il governo di Teheran, partecipando direttamente i loro uomini alle “spontanee manifestazioni” contro il “regime degli Ayatollah” (perché quello dei rabbini è ovviamente migliore, con il genocidio perpetrato a Gaza e l’occupazione della Cisgiordania).

I liberali del nostro Occidente, coloro che si riempiono la bocca con parole grosse (libertà, democrazia, diritto, civiltà, progresso), sono pronti a cancellare ogni valore che a parole difendono e propugnano quando entrano in gioco gli interessi materiali. Esempio? Il petrolio venezuelano, il gas iraniano, le terre rare dell’Ucraina, le immense risorse d’ogni genere conservate in Russia.

Quali che siano gli sviluppi della situazione, una cosa è chiara: gli Usa non riusciranno a sottomettere il Venezuela, se ne facciano una ragione. Ma intanto si è compiuto un nuovo passo verso il baratro della guerra dei mondi. Dalla quale usciremo tutti sconfitti, o direttamente morti.

Bisogna che, immediatamente, tutti i popoli si mobilitino, che tutti i governi liberi dall’ipoteca yankee levino all’unisono la loro voce, bisogna che l’Onu convochi il Consiglio di sicurezza, e passi poi la parola anche all’Assemblea generale.

La presa di posizione delle ultime ore della Repubblica Popolare Cinese è un segnale importante: il ministro degli Esteri cinese (ne esistono di veri, non di farlocchi come il nostro) invita gli Usa immediatamente a porre fine all’aggressione, a liberare Maduro (e la sua consorte) e a restituirli al loro popolo. Russia e Iran si sono associati a questa linea. Vedremo gli sviluppi.

Donald Trump, il gradasso signore della Guerra e della Pace, dovrà rimangiarsi le parole di giubilo con cui ha annunciato l’aggressione al Venezuela, oppure impegolerà gli Usa in un nuovo Vietnam? Che fu la più clamorosa sconfitta della storia statunitense.

A quanto pare la storia non insegna nulla.

Angelo D’Orsi, https://ilponterivista.com/   6/1/2026

 

Imperialismo e diritto internazionale. Le differenze tra la guerra in Ucraina, la questione di Taiwan e l’intervento in Venezuela

Una lettura diffusa degli avvenimenti internazionali recenti tende ad accomunare i tre leader delle superpotenze attuali – Trump, Putin e Xi Jinping – presentandoli come figure mosse da un comune impulso imperialista. Di conseguenza, i conflitti in cui sono coinvolti – o lo sarebbero potenzialmente, come nel caso della Cina – vengono considerati tra loro analoghi.

Ma si tratta di una semplificazione fuorviante e profondamente errata. Comprendere le ragioni di un conflitto è un passaggio essenziale per poterne individuare possibili soluzioni; per questo, analizzarne a fondo le cause è un esercizio tanto importante quanto imprescindibile.

Ucraina: una guerra per la sicurezza, non per l’impero

La guerra in Ucraina riguarda, innanzitutto, l’architettura di sicurezza della Russia – e, di riflesso, anche quella dell’Europa. Non si tratta di un’operazione di conquista imperialista: l’intervento russo è avvenuto in risposta a una guerra civile nel Donbass, iniziata nel 2014, e più in generale alla crescente pressione dell’espansione Nato verso est. La richiesta centrale di Mosca è sempre stata la neutralità dell’Ucraina.

Numerosi documenti ufficiali e analisi indipendenti hanno chiarito le motivazioni alla base del cosiddetto “progetto Ucraina”, avviato già negli anni novanta sotto l’amministrazione Clinton. Fin dall’inizio, l’obiettivo strategico fu quello di inglobare l’Ucraina nella Nato e, più in generale, nel blocco euro-atlantico. Alla base di questa strategia vi è una linea di continuità storica: l’opposizione statunitense al flusso di gas russo verso l’Europa, già evidente sin dagli anni ottanta. In altre parole, impedire l’emergere di una relazione economica e geopolitica strutturata tra Russia e Germania – e, più in generale, tra Russia ed Europa – è sempre stata una priorità per Washington.

Come spiegava in modo molto chiaro già oltre dieci anni fa George Friedman, fondatore dei think tank Stratfor e Geopolitical Futures: «L’interesse primordiale degli Stati Uniti – per il quale, nel corso dei secoli, abbiamo combattuto guerre, dalla Prima e Seconda guerra mondiale fino alla Prima e alla Seconda guerra fredda – è sempre stato il rapporto tra Germania e Russia.

Unite, queste due potenze rappresentano l’unica forza in grado di costituire una vera minaccia per gli Stati Uniti. La paura fondamentale degli Usa è la combinazione tra capitale e tecnologia tedeschi, risorse naturali russe e manodopera russa: è questa la sola alleanza che, storicamente, ha davvero fatto paura a Washington».

«Per evitare che ciò accada, gli Stati Uniti devono costruire un assetto alternativo: ed ecco spiegata la strategia dalla linea baltico-nera. I russi, dal canto loro, hanno sempre detto chiaramente che un’Ucraina filo-occidentale è inaccettabile. Ma l’elemento cruciale resta la Germania, che non ha ancora deciso da che parte stare: economicamente potentissima, geopoliticamente fragile, storicamente incerta su come coniugare le due dimensioni. Questa è, dal 1871, la “questione tedesca”, la vera questione d’Europa».

L’intervento russo è stato giustificato da Mosca facendo riferimento al principio della Responsibility to Protect (R2P), formalizzato nel 2005 dalle Nazioni Unite, secondo il quale la comunità internazionale ha il dovere di intervenire qualora uno Stato non sia in grado o non voglia proteggere la propria popolazione da crimini gravi quali genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica o crimini contro l’umanità. Il 21 febbraio 2022 la Russia ha riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, annunciando l’invio di truppe con l’obiettivo dichiarato di proteggere le popolazioni russofone da quello che ha definito un “genocidio”.

Tuttavia, il principio di R2P prevede esplicitamente l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, autorizzazione che in questo caso non è mai stata concessa. Di conseguenza, l’intervento russo deve essere considerato illegale secondo il diritto internazionale, come ribadito anche dall’Assemblea generale dell’Onu, che non ha riconosciuto le repubbliche separatiste del Donbass – analogamente a quanto avvenuto in altri casi controversi, primo fra tutti quello del Kosovo.

L’indipendenza del Kosovo rappresenta infatti uno dei precedenti più dibattuti del diritto internazionale contemporaneo ed è spesso richiamata – da Mosca come da altri attori – per giustificare il riconoscimento di entità separatiste come quelle del Donbass. Nel 1999, la Nato intervenne militarmente contro la Serbia (allora parte della Repubblica Federale di Jugoslavia) senza alcuna autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, formalmente per porre fine a presunte gravi violazioni dei diritti umani contro la popolazione albanese del Kosovo. Pur invocando motivazioni umanitarie, quell’intervento violava la Carta delle Nazioni Unite, che consente l’uso della forza solo in caso di legittima difesa o con un mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza.

Nel caso del Donbass, la Russia ha adottato una logica in parte analoga a quella utilizzata dall’Occidente nel caso kosovaro: ha denunciato presunti crimini contro le popolazioni russofone, ha riconosciuto le entità separatiste e ha dichiarato di intervenire per proteggerle. Tuttavia, anche in questo caso, non vi è stato alcun mandato Onu, né un processo multilaterale o un negoziato internazionale.

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con una larghissima maggioranza, ha condannato l’aggressione russa e ribadito il principio dell’integrità territoriale dell’Ucraina, rifiutando di riconoscere sia le repubbliche del Donbass sia le successive annessioni, inclusa quella della Crimea nel 2014. Il fatto che la Russia abbia invocato il precedente del Kosovo – che essa stessa aveva duramente contestato all’epoca – mette in luce l’uso strumentale e selettivo del diritto internazionale da parte delle grandi potenze, impiegato non come insieme coerente di norme, ma come strumento geopolitico adattato di volta in volta agli interessi strategici del momento.

Taiwan: una questione interna alla Cina, non un progetto espansionista

Anche nel caso della Cina, evocare il concetto di imperialismo è del tutto fuori luogo. La questione di Taiwan rientra nel principio della One China Policy, ovvero la posizione ufficiale della Repubblica Popolare Cinese secondo cui esiste una sola Cina, di cui Taiwan è parte integrante. Pechino considera Taiwan una provincia ribelle da riunificare, se necessario anche con l’uso della forza.

Con la Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (1971), la rappresentanza della Cina presso le Nazioni Unite è stata attribuita alla RPC, con l’espulsione della cosiddetta «Repubblica di Cina» (Taiwan). Sebbene la risoluzione non si esprima esplicitamente sullo status giuridico di Taiwan, essa è utilizzata da Pechino come fondamento politico per sostenere che la comunità internazionale riconosce l’esistenza di una sola Cina.

In questo contesto, numerosi Stati – tra cui gli Stati Uniti e l’Italia – hanno stipulato dichiarazioni bilaterali con la RPC (come i Tre Comunicati Usa-Cina del 1972, 1979 e 1982), in cui riconoscono la RPC come unico governo legittimo della Cina, non riconoscono Taiwan come Stato indipendente e rinunciano a mantenere relazioni diplomatiche ufficiali con l’isola. Tuttavia, la maggior parte di questi paesi continua a intrattenere con Taiwan rapporti economici, commerciali, culturali e persino militari in forma non ufficiale, all’interno di un delicato equilibrio diplomatico.

Gli Stati Uniti, per esempio, forniscono a Taiwan armamenti avanzati per aiutare Taipei a sviluppare capacità difensive credibili contro le pressioni della Cina. Un recente pacchetto imponente da 11,1 miliardi di dollari, annunciato nel dicembre 2025, include proprio questi sistemi-chiave. Queste forniture, autorizzate nell’ambito del Taiwan Relations Act, mirano a sostenere la strategia di “guerra asimmetrica” di Taiwan. Tuttavia, suscitano forti condanne da parte di Pechino, che le considera un’interferenza negli affari interni e una violazione della propria sovranità nazionale.

Venezuela: un nuovo capitolo nell’ingerenza occidentale

Ben diverso è il caso del Venezuela, che si inserisce nella lunga sequenza di interventi occidentali degli ultimi trent’anni: dalla Jugoslavia all’Iraq, dall’Afghanistan alla Libia, fino alla Siria.

Tutti esempi di sistematica violazione del principio di non ingerenza negli affari interni degli Stati, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, uno dei pilastri fondamentali del diritto internazionale. Le eventuali eccezioni sono soggette a un mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che può autorizzare interventi in nome della sicurezza collettiva: nessuno dei casi sopra elencati rientra in questa categoria.

In Venezuela, ciò che interessa realmente agli Stati Uniti è il controllo delle sue immense riserve petrolifere.

Se, come già accaduto con la Guyana, Washington dovesse estendere il proprio controllo anche al Venezuela, si ritroverebbe a dominare oltre la metà delle riserve mondiali di petrolio. Se a questo si aggiungesse anche l’Iran – ed è qui che entra in gioco Israele – l’effetto strategico su Russia e Cina sarebbe devastante: Mosca subirebbe pressioni sul prezzo del petrolio, mentre Pechino, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, verrebbe messa in seria difficoltà.

Il declino dell’egemonia occidentale

Lo spettacolo offerto dai leader europei e dai loro cortigiani, intenti a giustificare l’ennesimo intervento occidentale in America Latina, è desolante. Riflette non solo cinismo, ma anche un’incapacità strutturale di comprendere il nuovo ordine mondiale in formazione.

Cinque secoli di dominio occidentale e tre decenni di unipolarismo statunitense hanno eroso, fino quasi a cancellarli, gli strumenti culturali, politici e diplomatici necessari per affrontare la transizione multipolare in corso. Di fronte alla crisi del proprio modello, le élites euro-atlantiche reagiscono con ostinazione, alzando il livello della retorica bellicista.

Per questi motivi per gli attuali governi europei la guerra in Ucraina non deve finire: ogni escalation viene giustificata, pur di non dover ammettere il fallimento strategico e accettare un confronto alla pari con chi oggi chiede una revisione dell’ordine globale. Ma due ostacoli rendono questa strategia insostenibile.

Il primo è l’economia. Le sanzioni, l’autosufficienza energetica forzata e la deindustrializzazione stanno minando le fondamenta produttive dell’Europa. Come già scritto: si vuole combattere una guerra con soldati che non ci sono, armati con armi che non sono ancora state prodotte, e pagate con soldi che non esistono. Il secondo è l’opinione pubblica.

Se qualche anno fa la narrazione sui “valori occidentali” e sul “giardino ordinato” poteva ancora esercitare fascino, oggi anche i più distratti iniziano a percepirne il vuoto e la falsità.

La realtà sta bussando con crescente insistenza. E questa volta non sembra disposta ad aspettare. Non sarà la propaganda a fermarla, né la censura, né nuove sanzioni o alleanze militari. Ciò che serve è un nuovo approccio alle relazioni internazionali fondato sul rispetto del diritto, sulla sovranità degli Stati e sul riconoscimento di un mondo realmente multipolare.

Francesco Sylos Labini,  https://ilponterivista.com/   6/1/2026

 

Stati Uniti ormai fuori controllo

Colpo di Stato? Rapimento? Operazione concordata con Maduro? Estremizzazione dell’imperialismo globale americano? O un accordo di spartizione del mondo tra Stati Uniti, Russia e Cina, le quali Russia e Cina – forse non a caso – hanno criticato in maniera estremamente sfuggevole e blanda gli USA?

Quali saranno le prossime conquiste degli Stati Uniti? Cuba? La Groenlandia? E adesso la questione del Medio Oriente; Israele quando avrà il via libera per attaccare l’Iran? E la questione Taiwan? La politica globale dell’energia come ne esce? Stravolta? E’ un “game changer” in tal senso la mossa degli USA in Venezuela? Donald Trump e il Segretario di Stato Marco Rubio hanno già annunciato la presa in possesso prossima della Groenlandia, che è annessa alla Danimarca. Scatterà l’articolo 5 della NATO?

I paesi europei scenderanno in campo a difesa della Groenlandia? Che effetti avrà sull’Unione Europea la presa della Groenlandia da parte degli Stati Uniti? Gli Stati Uniti, dopo il blitz in Venezuela, sono più forti o più deboli a livello internazionale? In questi tre giorni si sono sentite analisi molto diverse se non addirittura opposte tra loro. A distanza di tre giorni e con vari elementi in più proviamo a capire cos’è successo, cosa sta avvenendo e cerchiamo di delineare gli scenari a venire.

Stefano Orsi    Salvo Ardizzoni

Ascolta e vedi qui:    Stati Uniti fuori controllo

 

Confronto tra Grandi Potenze dietro l’aggressione al Venezuela dello stato canaglia nordamericano

Il diritto internazionale – consuetudinario, pattizio, le Convenzioni di Vienna, la Carta delle Nazioni Unite e le tante convenzioni in vigore, vale a dire l’impalcatura che ha sinora presieduto (pur con i suoi limiti) la complessità della vita tra stati – è stato ridotto a carta straccia dalla cosiddetta democrazia nordamericana, che si rivela ancora una volta un vero e proprio stato canaglia (rogue state, nella lingua dell’impero).

Sorprende non poco che – nonostante le evidenze, luminose come il sole a mezzogiorno – tale plutocrazia bellicista sia tuttora idolatrata in tanti paesi al mondo (invero soprattutto temuta), a partire dai governi e popoli europei, il cui spirito critico è stato soppresso da un processo di colonizzazione mentale che dura da decenni.

Il mondo è immerso in una pericolosa ebollizione. Al posto della Legge – fondamento costitutivo di ogni collettività – la pretesa superpotenza nordamericana ha scelto quali principi guida la violenza e la prepotenza, nell’assunto che i suoi interessi devono prevalere su quelli degli altri, calpestando la libera scelta delle altre nazioni a forgiare il proprio destino, sbagliando come tutti magari, senza però aggredire altri paesi o interferire nelle altrui libertà.

È così che una nazione armata fino ai denti, con migliaia di ordigni atomici, minaccia la stabilità e la pace nel mondo……..

Continua la lettura qui:  Confronto tra grandi potenze

 

 

Leggete o rileggete qui: 

Usa: imperialismo da cowboy e gangster

Il vero stato canaglia.

Diritto internazionale addio!

GLR-NOTIZIE-FLASH 82 – 3/1/2026. La follia prepotente dell’impero.

 

 

 

Mr. Robot: serie televisiva USA (2015-2019)

 

 

 

Articoli che vi raccomandiamo di leggere e rileggere:

DALLA  RETE: l’informazione libera.

RASSEGNA STAMPA LIBERA

INDICE ARTICOLI

GLR NOTIZIE

Per acquistare il nostro Calendario Laico dei Santi   QUI

Vedete il nostro video  ” Il dovere della Memoria“:  QUI

INCONTRI DEL GRUPPO LAICO DI RICERCA

vedi: QUI

 

Canale Telegram del “Gruppo Laico di Ricerca

https://t.me/gruppolaico

Vedete ed ascoltate anche qui:

Nella Poesia e Nella Memoria

 

 

.

Subscribe to our newsletter!