E’ sempre stato così in occidente. Solo che da ora ogni violenza e prepotenza degli USA su altri Stati viene fatto alla luce del sole, quasi senza bisogno delle sporche e luride manovre nascoste della CIA.

Lo stato cowboy e gangsteristico USA ora agisce direttamente, con mitra o pistole in mano proprio così come migliaia di film di Hollywood, polizieschi o western, ci hanno mostrato da decenni.

La “cultura” della politica e geopolitica americana è quella, con rarissime eccezioni.

Il cowboy e il gangster sono la raffigurazione della mentalità americana di base, non sono solo personaggi da film: se studiassimo la storia recente dal 1945 ( ma anche almeno dalla fine dell’800) in poi qualsiasi essere pensante se ne renderebbe conto.

Ecco il problema più vero: esseri pensanti che studiano i fatti e cercano di capire. Quanti ce ne sono in giro a cominciare dalle nostre famiglie e dagli ambienti che frequentiamo? Forse è meglio che non rispondiamo oppure dobbiamo avere il coraggio di farlo e guardare in faccia la realtà?

Così, per noi, il problema più devastante non sono solo il trump, il netanyahu, la meloni di turno o l‘èlite di super-miliardari, di iper banchieri e di mega-tecnocrati ( che formano l’aristocrazia finanziario-usuraia, vera, vera padrona del mondo) che tirano i fili delle marionette trump, leader europei, leader politici ed economici di ogni tipo.

Il vero gigantesco, immenso problema per questo nostro povero mondo è la massa dei non-pensanti che saranno sempre il ventre molle su cui l’impero potrà costruire i suoi sporchi giochi di potere.

La massa di inutili ignavi che Dante, per quanto ribrezzo gli facevano, non volle mettere neanche nell’Inferno ( canto III dell’Inferno, Divina Commedia: andate a rileggere…).  (GLR)

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La fine dell’ipocrisia imperiale

«Il rischio che la rinuncia a un ruolo globale mini le basi stesse della superpotenza americana, dollaro incluso, è evidente». Così si esprime Paolo Gentiloni nell’articolo apparso su la Repubblica del 29 dicembre.

La percezione è finalmente chiara. Secondo la narrativa dei Democratici statunitensi e dei partiti che in Europa ne seguono l’ideologia, di cui Gentiloni è uno dei rappresentanti, la politica estera statunitense deve essere una politica imperiale, in grado di utilizzare lo strumento militare per affermare il cosiddetto “ordine basato sulle regole” e difendere la supremazia del dollaro.

L’ordine basato sulle regole, o quella che possiamo chiamare Pax Americana, implica, come afferma Jeffrey Sachs, che la stessa azione sia giudicata diversamente se compiuta dall’Occidente o dal resto del mondo.

La NATO può espandersi ai confini della Russia, ma se questa o la Cina avessero l’ardire di installare basi militari in Messico si griderebbe alla minaccia delle autocrazie. Se Israele attacca il Libano o l’Iran, si tratta di guerre preventive contro Stati canaglia e terrorismo islamico. Se Mosca risponde ai bombardamenti sulle popolazioni russofone da parte di Kiev invadendo l’Ucraina, Putin diventa un criminale di guerra.

Abbiamo uno strabismo ideologico legittimato non solo dai politici. Purtroppo l’accademia e il giornalismo di regime non hanno remore ad abbandonare l’analisi oggettiva e indipendente.

Al netto della propaganda sulla difesa della democrazia contro le autocrazie, come Gentiloni chiarisce, l’impero statunitense deve militarizzare il dollaro per mantenere la supremazia unipolare occidentale, malgrado il fatto che, in termini economici, demografici, di materie prime e ormai anche tecnologici, il resto del mondo, organizzato nei BRICS e protetto dal rivale strategico di Washington, la Cina, sia divenuto maggioritario.

Infine una boccata di ossigeno: un pensiero chiaro, senza mistificazioni. Il pericolo è rappresentato dall’anomalia Trump, dall’ideologia isolazionista, dall’“America First”. Qui il gioco propagandistico si fa facile. Trump viene descritto come il distruttore del diritto e del multilateralismo, colui che incarna le tendenze della destra populista e radicale, anche europea.

Se dal manicheismo torniamo nell’ambito razionale, possiamo renderci conto che il multilateralismo basato su ONU e OCSE è stato distrutto, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, dalle guerre di esportazione della democrazia e dalla NATO, braccio armato delle politiche neoconservatrici statunitensi che, da Bush junior a Biden, hanno imperversato in Medio Oriente e Nord Africa. L’Ucraina ne è l’ultima manifestazione, con caratteristiche aggravate dal teatro di guerra – l’Europa – e dall’individuazione del nemico in una potenza nucleare, la Russia.

Con Trump è vero: le parvenze e la propaganda ideologica vengono abbandonate. L’imperialismo mostra il suo volto più sincero.

Groenlandia, Cuba, Venezuela, Iran, Gaza diventano terre di conquista. Il terrorismo contro le leadership nemiche – si tratti di Hamas, Hezbollah, degli scienziati iraniani o del generale Soleimani – è permesso. Le esecuzioni extragiudiziarie contro i pescatori venezuelani fanno concorrenza a quelle di Obama. A Gaza si pone fine a un genocidio di cui Biden è responsabile quanto Trump, attraverso una pace coloniale che di fatto lascia mano libera a Israele in Cisgiordania.

Gentiloni, tuttavia, non rimarca la continuità dell’impero. Boicottare Trump diventa essenziale non perché con lui trionfi, senza più ipocrisie, la forza sul diritto in politica estera e interna, ma perché egli non è affidabile.

Trump non è ben visto dai grandi fondi, dalle burocrazie del Pentagono e dell’intelligence, dal complesso militare-industriale che nei Democratici e nelle guerre di esportazione della democrazia – quindi nel dominio imperiale di Washington e nella difesa del dollaro – trovano la loro migliore espressione.

La continuazione della guerra in Ucraina e l’instabilità perseguibile tramite attacchi terroristici ucraini alla Russia diventano essenziali alla defenestrazione di un parvenu del potere. Si conta sulle elezioni di midterm come primo importante appuntamento che potrebbe, ad avviso di Gentiloni, dare inizio al declino di Trump.

Mi sembra che i desideri dell’establishment democratico non facciano i conti con la realtà. Il multipolarismo e il declino dell’impero sono una realtà.  La supremazia militare statunitense può essere un rimedio cosmetico, ma non può cambiare le carte in tavola.

Solo il compromesso politico nella riforma della governance politica ed economica mondiale può salvare il salvabile. La mediazione con il nostro principale creditore, la Cina, è essenziale per evitare il rischio di una terza guerra mondiale. La maggioranza Ursula attua la politica dello struzzo e si ostina a credere alla propria propaganda.

Elena Basile, https://www.lafionda.org/  6/1/2026

Elena Basile, scrittrice ed editorialista per Il Fatto Quotidiano, è stata Ambasciatrice italiana in Svezia e in Belgio.

 

 

Dottrina Monroe e Venezuela: il ritorno esplicito dell’ordine emisferico

L’intervento del gennaio 2026 come atto fondativo di una nuova fase

Gli eventi del 3 gennaio 2026 segnano un passaggio che difficilmente potrà essere derubricato a episodio contingente. Gli attacchi aerei statunitensi contro obiettivi venezuelani, inclusa Caracas, la cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, il loro trasferimento a New York per interrogatori, e la dichiarazione del presidente Donald Trump secondo cui gli Stati Uniti “governeranno” il Venezuela fino a una “transizione sicura, appropriata e giudiziosa”, compongono un quadro coerente.

Non si tratta di una deviazione improvvisa dalla prassi americana, ma della manifestazione esplicita di una logica emisferica mai abbandonata.

Trump ha parlato senza ambiguità di amministrazione diretta, di riapertura del settore petrolifero alle compagnie statunitensi, di garanzie di sicurezza affidate a forze armate USA e di un recupero delle risorse energetiche come strumento anche per compensare i costi della ricostruzione.

È caduta ogni cautela lessicale. La sovranità venezuelana viene sospesa in nome dell’ordine regionale.

Per comprendere il significato di questa scelta, occorre tornare alla Dottrina Monroe.

Proclamata nel 1823 dal presidente James Monroe come principio di non-colonizzazione europea delle Americhe, essa è stata sin dall’inizio uno strumento di supremazia regionale. Con il corollario di Theodore Roosevelt del 1904, la dottrina diventa apertamente interventista: gli Stati Uniti si arrogano il diritto di intervenire per “stabilizzare” governi ritenuti incapaci o ostili. Haiti, Repubblica Dominicana, Nicaragua, Guatemala, Panama, Grenada non sono anomalie, ma tappe di una continuità storica in cui controllo politico, interessi economici e sicurezza si fondono.

Nel dopoguerra fredda, la Dottrina Monroe sembra arretrare sul piano formale, sostituita da una retorica universalista fatta di democrazia e diritti umani. In realtà, l’idea di “backyard” non scompare mai. Colpi di Stato sostenuti indirettamente, sanzioni economiche, pressione finanziaria restano strumenti centrali.

Con il ritorno della competizione tra grandi potenze, questa logica riemerge senza più filtri. Non a caso, Trump ha richiamato apertamente la Dottrina Monroe negli annunci del 3 gennaio, arrivando a ribattezzarla in modo provocatorio “Donroe Doctrine”, mentre la strategia di sicurezza nazionale del 2025 ne fa un pilastro per contrastare le influenze extra-emisferiche.

Il Venezuela rappresenta il casus belli perfetto. Sul piano geopolitico, è profondamente intrecciato con Russia e Cina: armamenti, cooperazione militare, investimenti energetici, inserimento nei corridoi della Nuova Via della Seta. Non si tratta di affinità ideologiche, ma di una presenza strutturale di potenze rivali nello spazio che Washington considera vitale.

Sul piano geoeconomico, il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere certificate al mondo, circa 300 miliardi di barili. Sotto Maduro, una parte significativa del settore è finita sotto il controllo di attori russi e cinesi. Trump ha parlato esplicitamente di “riprendersi” il petrolio, riaprendo il mercato a compagnie americane come ExxonMobil e Chevron.

La crisi politica interna – elezioni contestate nel 2024, repressione, collasso economico, esodo di milioni di persone – ha fornito la cornice narrativa.

Ma democrazia e diritti umani appaiono elementi subordinati rispetto all’obiettivo strategico: ristabilire un ordine emisferico messo in discussione.

L’intervento del 2026 arriva dopo mesi di buildup militare e decine di strike preliminari, in un momento di particolare debolezza del potere venezuelano e di crescente assertività americana.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Condanne diffuse in America Latina, timori di instabilità a catena, accuse di violazione del diritto internazionale. Cina e Russia hanno denunciato l’operazione come aggressione, mentre negli Stati Uniti il dibattito si è polarizzato tra sostenitori della rimozione di un “dittatore socialista” e critici per l’assenza di un mandato del Congresso.

In sintesi, l’intervento in Venezuela non inaugura una nuova dottrina, ma riporta alla luce quella originaria.  La Dottrina Monroe si ripresenta nella sua forma più nuda: supremazia regionale, controllo delle risorse, esclusione dei rivali. Il Venezuela non è solo un obiettivo militare o politico. È un messaggio strategico.

E, come spesso nella storia latinoamericana, il prezzo di questo messaggio rischia di essere pagato in instabilità duratura, più che in sicurezza.

Giuseppe Gagliano, https://www.lafionda.org/  5/1/2026

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, centro studi iscritto all’Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali.

 

 

SEQUESTRO DI MADURO: UN EPISODIO DELLA TERZA GUERRA MONDIALE A PEZZI

L’atto di guerra degli Usa contro il Venezuela, con il quale è avvenuto il sequestro del presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, e di sua moglie, ha un carattere imperialista e rappresenta un episodio di quella che Papa Francesco chiamò “la terza guerra mondiale a pezzi”.

Il sequestro e il contestuale bombardamento aereo, che ha provocato alcune decine di morti fra i civili e i militari venezuelani, sono illegali e, avendo violato la sovranità del Venezuela, in contrasto con il diritto internazionale e con lo Statuto dell’Onu (articolo 2).

Trump ha giustificato l’azione militare sostenendo che Maduro fosse il capo di un cartello della droga e un narcoterrorista. In questo modo, avvalendosi di una legge statunitense varata dopo l’attentato alle Torri Gemelle, ha potuto bypassare l’autorizzazione del Parlamento statunitense.

Il fatto, però, è che l’Onu ha dichiarato che il Venezuela non produce né commercializza droga, che nel paese non operano cartelli della droga e che il traffico della droga verso gli Usa si serve della rotta del Pacifico e non di quella caribica, dove c’è il Venezuela.

A Trump, si sono accodati Giorgia Meloni e il suo governo, che ha definito “legittima” l’azione bellica, dimostrando ancora una volta di essere supini alleati degli Usa. Evidentemente, per la Meloni in questo caso non c’è “un aggressore e un aggredito”, a differenza che in Ucraina…….

Continua la lettura qui:  Un episodio della terza guerra mondiale

 

 

VENEZUELA 2026 

Giorgio Bianchi

Ascolta e vedi qui: Venezuela 2026

 

 

Analisi del sequestro Maduro e la figura di Marco Rubio

Franco Fracassi

Ascolta e vedi qui: Analisi del sequestro Maduro  

 

 

La verità sul Venezuela.

Alessandro Orsini

Ascolta e vedi qui:  La verità sul Venezuela

 

 

 

Leggete o rileggete qui: 

Il vero stato canaglia.

Diritto internazionale addio!

GLR-NOTIZIE-FLASH 82 – 3/1/2026. La follia prepotente dell’impero.

 

 

 

 

 

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