E’ una guerra, quella in Ucraina, che non serve. Ma serve, eccome.

E’ una guerra che non serve all’Europa, a tutti noi. Ma serve, eccome, agli USA per confermare la propria presenza COLONIALE in Europa.

E’ una guerra che è soprattutto contro di noi, piccoli europeini spesso stoltissimi, per impoverirci, destabilizzarci, sottometterci al progetto criminale globale chiamato Grande Reset, preparato da decenni e in corso operatiovo dal 2020, dalla falsa pandemia.

E’ una guerra ( insieme a quella ancor più tragica in Palestina) che non serve a noi europeini ma serve, eccome, all’aristocrazia finanziario-usuraia (gestrice del Grande Reset) per costruire la sua governance globale.

Una guerra, tante guerre ( in Sudan, nel Congo e altrove) volute da loro, volute dagli USA (Wall Street) e dall’inghilterra (la City di Londra) creando ogni volta il mostro, il nemico diabolico: una volta i russi, una volta i palestinesi, una volta gli iracheni, una volta il terrorismo, una volta, chi lo sa, anche paperino.

E un’europa diretta da stolti incapaci e corrotti si fa tirare per il naso dagli USA e dall’inghilterra. 

Si, è una guerra che non serve. Ma eccome se serve!  (GLR)

 

V’invitiamo a leggere gli articoli che trovate qui:

UNA GUERRA NELLA GUERRA

 

 

 

Europa in trappola: perché la guerra in Ucraina non serve più a nessuno

La guerra in Ucraina prosegue senza prospettive concrete: l’Europa sostiene una strategia che non tutela i suoi interessi, mentre cresce la dipendenza dagli Stati Uniti, aumentano i costi economici e si restringono gli spazi democratici. Continuare non ha più alcun senso.

Ucraina, un conflitto che non offre più prospettive

A quasi quattro anni dall’inizio del conflitto, il dibattito sul senso della prosecuzione della guerra in Ucraina si è fatto più urgente. Le domande che accompagnavano le prime fasi del conflitto tornano oggi con maggiore intensità: quali obiettivi politici e militari si stanno realmente perseguendo? Qual è il margine di manovra di Kiev? E soprattutto: perché i Paesi europei continuano a sostenere una strategia che, nei fatti, non sembra produrre alcun avanzamento verso una soluzione stabile?

Fin dall’inizio, l’ipotesi di una sconfitta militare della Russia è apparsa irrealistica. La sproporzione delle risorse, l’ampiezza del territorio e la capacità industriale di Mosca lasciavano presagire che un logoramento prolungato avrebbe favorito il Cremlino. Gli anni intercorsi lo hanno confermato: nonostante l’ingente quantità di armamenti occidentali, le forze ucraine non sono riuscite a ottenere svolte decisive. In diversi settori del fronte, anzi, l’esercito russo ha consolidato o ampliato le proprie posizioni.

E tutto questo nonostante ogni giorno, sui principali quotidiani nazionali, si ripeta il mantra dei russi allo sfinimento, senza munizioni, costretti ad attaccare con monopattini, pale, baionette

Solo questa notte, secondo le autorità di Kiev, la Russia ha lanciato circa 430 droni e 18 missili sull’Ucraina. L’obiettivo principale dell’attacco era il settore energetico, ha aggiunto il deputato ucraino Getmantsev.

A emergere con crescente evidenza è il peso degli interessi statunitensi, che non coincidono con quelli dell’Ucraina né tantomeno con quelli europei. Per Washington, la priorità è stata fin dall’inizio l’indebolimento strutturale della Russia, separandola economicamente dal continente europeo e mettendo fine alla collaborazione energetica che aveva caratterizzato gli ultimi decenni.

L’obiettivo politico era duplice: marginalizzare Mosca e rendere più dipendente l’Europa dal mercato americano, sia per le forniture energetiche sia per quelle militari.

L’effetto è stato evidente. Al venir meno del gas russo ha fatto seguito l’acquisto di gas naturale liquefatto statunitense a prezzi significativamente più elevati. Parallelamente, gli Stati europei si sono trasformati in acquirenti sistematici di armi americane destinate, in buona parte, a coprire le esigenze belliche ucraine.

Questo trasferimento di risorse, mascherato come solidarietà internazionale, ha rafforzato un rapporto di dipendenza economica e strategica che non risponde agli interessi del continente.

Le conseguenze interne: economia fragile e libertà ridotte

L’impatto della guerra sulle economie europee è ormai tangibile. L’inflazione, tornata a crescere negli ultimi mesi, colpisce soprattutto i beni essenziali: i prezzi di molti prodotti alimentari hanno registrato aumenti vicini al 30%, senza che i salari abbiano seguito un percorso analogo. Le famiglie si trovano così strette tra redditi stagnanti e costi quotidiani in continuo aumento, mentre il dibattito pubblico sembra incapace di individuare una via d’uscita.

Accanto alla crisi economica, si registra una progressiva erosione dello spazio democratico. La guerra ha legittimato pratiche che, in altri tempi, sarebbero state considerate incompatibili con i principi europei: forme di censura, controlli più rigidi sulla comunicazione, una pressione mediatica che tende a ridurre la complessità del conflitto a un’unica narrazione possibile.

Il rischio è quello di una società che, in nome della sicurezza e dell’unità politica, accetti limitazioni crescenti alla libertà di espressione.

Nel frattempo, la prosecuzione del conflitto non solo non migliora la posizione ucraina, ma finisce per aggravare le sue perdite territoriali. La capacità russa di avanzare lentamente, consolidare e ripartire indica che la strategia attuale non produce risultati utili né per Kiev né per l’Europa.

Continuare lungo questa direzione equivale a rafforzare ulteriormente l’influenza americana sul continente, in un quadro di crescente debolezza politica e civile.

L’immagine che emerge è quella di un vincolo che si stringe progressivamente: ogni passo compiuto per sostenere l’Ucraina sembra rafforzare la dipendenza europea da Washington, proprio mentre le società del continente sperimentano costi economici e democratici sempre più elevati.

La domanda che resta aperta è allora semplice e inevitabile: per quanto tempo ancora l’Europa continuerà a sostenere una strategia che non tutela i suoi interessi fondamentali e che rischia di incrinare irreversibilmente la sua stabilità interna?

Alex Marquez, https://www.kulturjam.it/   14/11/2025

 

 

A che punto è la colonizzazione dell’Europa. Un aggiornamento

Mancanza assoluta di una prospettiva futura, totale assenza di una visione collettiva, accettazione acritica di un contesto di perenne disomogeneità sociale e di eterno precariato.

Questa è la condizione psicologica zombie dei popoli europei, dopo cinquant’anni di applicazione del programma didattico neocoloniale e neoliberista angloamericano, dove ogni ascensore sociale è fuori uso e i cittadini sono ormai incapaci di immaginare un piano sociale migliore di quello che gli è stato assegnato nel condominio; incapaci dell’ottimismo volitivo necessario alla propria emancipazione.¹

Correva l’anno 1987, quando Margaret Thatcher pronunciò le seguenti parole: “La società non esiste, esistono solo gli individui”, riassumendo con rara capacità di sintesi e con altrettanto rara potenza profetica la direzione che l’Occidente aveva preso e il cammino che i ceti dominanti volevano imporre anche al resto del mondo.

Un punto di vista che prevedeva di pensare a se stessi prima che alla comunità, che dissolveva e negava la percezione della società come unione, oltre che di individui, di cultura, sentimenti, rispetto e solidarietà; un punto di vista, infine, che mortificava inevitabilmente e definitivamente l’immagine positiva, costruttiva e progressiva che per necessità informa il pensiero socialista: l’immagine dell’uomo, in altre parole, come animale sociale, come essere che si realizza nelle relazioni interpersonali e nella costruzione della propria società.²

Ma il capitale comprende tutto e si prende tutto: il monopolio del sistema informativo, il controllo e la riduzione culturale dei temi, la distruzione lenta e dissimulata dell’istruzione pubblica e, nel contesto di una manipolazione delle menti e delle masse che trasforma gli antagonismi in fiancheggiamento e gli antagonisti in intrattenitori chiusi nei centri sociali, il continuo e implacabile passaggio dello stesso comunicato che ci annuncia che l’essere umano si realizza appieno solo nella costruzione della propria individualità.

Ecco creati eserciti di semicolti pronti a tutto, che conoscono gli slogan ma non riescono ad applicarli³, ceti interi imbevuti, come le spugne per i piatti, del grasso di un pensiero orizzontale che accetta le disuguaglianze individuali come fatalità inopponibili, in un mondo percepito come immutabilmente precario.

Il 22 luglio scorso, il Dipartimento di Stato americano esce con un post nel quale attacca duramente la normativa europea in materia di sicurezza e responsabilità in ambiente digitale, parlando addirittura di “censura orwelliana”, dicendo che il “Digital Services Act protegge i leader europei dai loro stessi cittadini”, che è un atto che priva della libertà di parola i cittadini europei e che va contro i criteri della democrazia.⁴

Ora, questo è assai vero e ogni cittadino europeo un po’ attento era già al corrente della torsione autoritaria e censoria, e dunque manipolatoria, che si cela nella normativa europea. Tuttavia, è almeno singolare che sia l’amministrazione americana a dire queste cose.

In ogni caso, registriamo: “censura orwelliana”. E questa è obiettivamente la situazione in Europa.

Chi gioca dunque nel grande prato verde europeo oggi? Un gruppuscolo di pirati senza alcuna visione prospettica cui è stato affidato il comando, una piccola élite di amici, affiliati, clienti e ruffiani di vario tipo, mossi da egoismo e dal tornaconto immediato e personale, moralmente coperti dal verbo del capitale, così come incarnato e diffuso da apostoli di quella che ci viene propinata ormai da cinquant’anni come legge naturale: la legge della finanza internazionale e neoliberista; gruppi di sodali e servi che muovono grandi masse di denaro in cerca del profitto, in nome e per conto delle vere e sempre più ristrette oligarchie al comando.

Tuttavia, la cura non può essere in eterno un’altra dose del veleno che ci uccide.

Ma la matrigna Europa questo non lo sa e non lo vuole sapere, e così la Presidente della Commissione, il 27 di luglio scorso, prova a tirare un altro po’ la corda e conclude con l’amministrazione americana accordi commerciali criminali che, senza andare nel dettaglio, legano l’economia europea in un cappio che rischia di annientarla, e che dimostrano, una volta di più, il legame di sudditanza coloniale con gli Stati Uniti e le oligarchie capitaliste che il loro governo rappresenta.⁵

Un’altra dose di povertà, di disparità sociale, di ingiustizie elargite ai propri cittadini, ma anche di belligeranza perenne con il resto del mondo, in un sistema di suprematismo culturale e commerciale non più tollerabile.

Quanto ancora potrà aspettare pazientemente il proprio turno questa parte della nostra società, e come riuscirà a organizzare una seria resistenza umana fatta di dignità sociale e politica, ce lo dirà la storia.

Ma dove la fame diventa una casa e la miseria il minore dei mali, la guerra si annida ovunque e aspetta in ogni istante solo di riprendere vita.

Andrea Balloni, https://www.lafionda.org/    2/8/2025

Nato a Firenze il 02/04/1966. Laureato in Lettere e Filosofia, è attualmente dipendente della Regione Toscana, dove si occupa di politiche del lavoro.

Fonti

1 -Emmanuel Todd -La sconfitta dell’Occidente. Fazi Editore, 2024

2 -Aristotele, “Politica” 1253a

3 -T.W. Adorno, Teoria della semicultura, in Scritti sociologici, Torino, Einaudi, 1976

4-https://www.politico.com/news/2025/07/22/state-department-attacks-europe-free-speech-00468916 

5-https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2025/07/27/raggiunto-laccordo-usa-ue-suoi-dazi-tariffe-al-15_6cdd4298-e97c-48a4-a840-6b10847f0706.html

 

 

L’Unione Europea boicotta la pace in Ucraina

La guerra in Ucraina non è solo un dramma umanitario: è anche un business miliardario.

Matteo Gracis

Ascolta e vedi qui:  EU boicotta la pace in Ucraina

 

 

Emmanuel Todd: “Se la Russia vince, l’Europa diventa libera”

C’è un momento, nell’intervista concessa da Emmanuel Todd al Corriere di Bologna, in cui il tono dello studioso francese si fa netto, quasi profetico. “Se la Russia venisse sconfitta in Ucraina, la sottomissione europea agli americani si prolungherebbe per un secolo. Se, come credo, gli Stati Uniti verranno sconfitti, la Nato si disintegrerà e l’Europa sarà lasciata libera”.

Sono parole che scivolano nel dibattito pubblico come una scheggia di vetro, perché capovolgono la prospettiva con cui l’Occidente guarda alla guerra. Non è la Russia, secondo Todd, a determinare il destino dell’Ucraina: è l’Ucraina, semmai, a rivelare il destino dell’Europa.

Dietro quella frase, “Se la Russia vince, l’Europa diventa libera”, non c’è solo una provocazione intellettuale, ma un intero impianto teorico, maturato nel suo saggio ‘La Défaite de l’Occident’ (‘La Sconfitta dell’Occidente’).

L’idea, tanto semplice quanto destabilizzante, è che la guerra in Ucraina rappresenti uno specchio: ciò che l’Occidente vede come difesa dei valori democratici, Todd lo legge come la prova di una subordinazione prolungata. In questa visione, la Nato non sarebbe una barriera difensiva, ma una gabbia dorata che tiene l’Europa vincolata a Washington………

Continua la lettura qui:  Se la Russia vince l’Europa sarà libera

 

 

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