Disarmati. Impotenti. Così si sentono oggi tanti cattolici italiani di fronte all’ennesima improvvida ingerenza politica del cardinale Bertone. Ma che cosa può fare un cattolico per manifestare la propria profondissima disapprovazione verso gli uomini che rappresentano la sua Chiesa (e più in profondità perfino la sua fede)? Si parlava una volta di cattolicesimo del dissenso. Ma quando i motivi di distacco prevalgono su quelli di unione allora bisogna affrontare questioni più profonde. Mettere in discussione perfino un’appartenenza che ti porti dentro da bambino, che è una delle ragioni fondanti della tua persona. Già, pensi per un attimo a un gesto di protesta personale, ad abbandonare la messa. Ma capisci che non avrebbe senso: chi se ne accorgerebbe, chi ne sarebbe turbato, a parte te che ti priveresti di un colloquio di cui hai bisogno? Nessuno. E POI PERCHÉ punire quei poveri sacerdoti già lasciati soli in chiese vuote, uomini che – tra l’altro – spesso si trovano altrettanto spaesati di fronte a una Chiesa cui hanno dedicato la vita e di cui non capiscono più le decisioni? Ma allora, che cosa… allontanarsi definitivamente da questa Chiesa? No, non bisogna lasciarla a loro, perché non è soltanto di Ratzinger e di Bertone, non più di quanto sia nostra, come insegna San Paolo: ognuno è un membro dello stesso corpo, nessuno più importante dell’altro. Lo smarrimento – di fronte alle immagini di Bertone e Berlusconi sorridenti, oppure ai resoconti delle incredibili cene a casa Vespa – può arrivare perfino a far vacillare la stessa fede già messa a dura prova dal dolore che spesso sembra prevalere in questo mondo. Ma qui non stiamo parlando nemmeno più della stretta attualità. Ormai tanti cattolici e cittadini italiani hanno rinunciato a sperare che questa Chiesa riesca ad afferrare il significato della parola laicità. Tornano in mente le cristalline parole del cardinal Martini: “Io penso che sia di Cesare tutto ciò che riguarda il potere, il ben-essere, il ben-avere, il volere; e siano invece di Dio il servizio, l’umiltà, la povertà, l’essere, il dono, la carità”.

I cattolici sono rassegnati di fronte alla perversa commistione tra gerarchie ecclesiastiche e potere, di cui la cronaca offre quotidiani esempi: dalla strenua difesa di Antonio Fazio, ai conti opachi dello Ior, fino all’appoggio a Berlusconi per mendicare due soldi per le scuole private. Sono allibiti di fronte al sostegno che la Chiesa concede a uno schieramento che lancia ogni giorno messaggi intrisi di razzismo e immoralità. IL PUNTO è un altro. Avvilisce (e smarrisce) nelle notizie delle “trattative” tra Bertone e Berlusconi la debolezza della Chiesa, la totale mancanza di fiducia che le gerarchie ecclesiastiche manifestano nel proprio messaggio. No, non si chiede al Vaticano di schierarsi a sinistra, piuttosto che a destra. Anzi, si chiede soltanto alla Chiesa di essere testimone – coerente – del Vangelo. Non sono le leggi che salvano formalmente la tutela della vita nello stesso istante in cui concretamente l’esistenza degli immigrati viene calpestata. Non sono le scuole cattoliche che salvano la fede. È piuttosto la testimonianza. E sbaglia, di quanto!, chi pensa che i cattolici – e non solo loro – respingano il rigore, perfino la severità del rivoluzionario messaggio di Cristo. Anzi, proprio questo attendono in tanti: qualcuno che ci ricordi di amare il nemico e ci ripeta ogni giorno che beati sono i miti, i poveri, chi ha fame e sete di giustizia. Qualcuno che invece di accanirsi sui diritti degli omosessuali ricordi le parole di Sant’Agostino: “Ama e fai ciò che vuoi”. È falso che gli uomini contemporanei non credano più nel messaggio del Vangelo. Si allontanano piuttosto dalla Chiesa perché nei suoi vertici non vedono più chi lo testimoni. Ma poi si trovano soli, smarriti, e perdono anche la fede.

 

Ferruccio Sansa       il Fatto Quotidiano  14 dicembre 2010

 

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