Articoli marcati con tag ‘dignità’

È un’immagine che ferisce: quegli immigrati con lo scotch sulla bocca, le mani legate e gli occhi spaventati, la cui foto ha fatto il giro del web, ci dice più di tante parole che cosa siamo. Quale è l’abisso in cui rischiamo di cadere senza più qualsiasi senso di solidarietà e di rispetto umano. L’immigrato vale meno di una merce da spostare da una parte all’altra del mondo. È il segno di un  declino spaventoso.  Eppure, un luogo comune assai diffuso e pigramente accettato dai più, è che l’Occidente abbia  espunto dal proprio orizzonte quella disumanità che fu l’incunabolo delle atrocità di cui è  disseminata la storia del secolo breve. E naturalmente noi italiani, brava gente per definizione, il cui  fascismo sarebbe stato un blando autoritarismo che mandava gli oppositori in vacanza al confino  nelle belle isole Eolie o nella allora remota Eboli dove però potevano conversare con Cristo, fra  tutte le genti civili e umane del civilizzatissimo Occidente saremmo i più bravi e i più umani. Leggi il resto di questo articolo »

Risale a più di dieci anni fa un articolo di Paul Krugman – uno dei più profetici – sul collasso della compagnia energetica Enron. La Grande Crisi che traversiamo fu preceduta da quel primo cupo segnale, e in esso l’economista vide, sul New York Times del 29 gennaio 2002, la forma delle cose future. Quella storia di finta gloria mischiata a frode era ben più decisiva dell’assalto al Trade Center, che l’11 settembre 2001 aveva seminato morte e offeso la potenza Usa. «Un grande evento – era scritto – cambia ogni cosa solo se cambia il modo in cui vedi te stesso. L’attacco terrorista non poteva farlo, perché di esso fummo vittime più che perpetratori. L’11  settembre ci insegnò molto sul wahabismo, ma non molto sull’americanismo».  La vicenda Enron mise fine all’età di innocenza del capitalismo, svelando le sregolatezze e il lassismo in cui era precipitato. I sacerdoti di quell’età erano prigionieri di dogmi, e nessuna domanda dura scalfiva la convinzione che questo fosse il migliore dei mondi possibili. Fu come il terremoto di Lisbona, che nel 1755 costrinse la filosofia europea ad abbandonare (grazie a Voltaire,  a Kant) l’ottimistica fede nella Provvidenza.

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Due atti recenti del governo Monti ne definiscono la natura più di ogni altra cosa; l’uno era un atto in qualche modo dovuto, il rifiuto delle Olimpiadi a Roma, l’altro era imprevedibile, e perciò tanto più significativo, la richiesta da parte dell’avvocato dello Stato, parte civile nel processo per la corruzione di Mills, di un risarcimento di 250.000 euro da parte di Silvio Berlusconi per il discredito arrecato col suo comportamento alla Presidenza del Consiglio. Questo secondo evento segna la netta discontinuità del governo Monti rispetto a quello precedente, nonostante esso sia appoggiato dallo stesso partito dell’ex presidente di cui si chiede la condanna. La discontinuità sta in questo, che al di là delle parole vellutate con cui Monti lusinga il suo predecessore, il Palazzo Chigi di oggi chiede i danni al Palazzo Chigi di ieri; e qui non c’è il preteso accanimento della magistratura milanese, qui c’è lo Stato che si dichiara parte lesa riguardo a chi lo ha governato per tanti anni. È una liquidazione politica, non la sentenza per un reato. Leggi il resto di questo articolo »

Il 17 febbraio del 1600 veniva bruciato vivo dall’Inquisizione, in Campo di Fiori a Roma, il filosofo e monaco GIORDANO BRUNO  da Nola (1548- 1600).

 

E noi, per quanto ci troviamo in situazioni inique … tuttavia serbiamo il nostro invincibile proposito … tanto da non temere la morte stessa. Ho lottato, è già tanto, ho creduto nella mia vittoria… È già qualcosa essere arrivati fin qui: non aver temuto morire, l’aver preferito coraggiosa morte a vita da imbecille.


da   De Monade, numero et figura


Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo, non servirà all’uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l’uomo.”
“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo… l’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.”

da    Spaccio de la bestia trionfante


La  lotta di Giordano Bruno, la sua testimonianza e la sua resistenza per la libertà di pensiero e di ricerca, per una visione universale della vita e dell’uomo, per la dignità,  per una storia libera da dogmatismi religiosi e politici sono ancora un valore assoluto per noi, da perseguire con coraggio e con la stessa sua disponibilità al sacrificio.



18 settembre 2012
00:00a23:00

Da quando siamo rinchiusi come morti viventi nella recessione, è soprattutto sulle sciagure passate che riflettiamo, illuminati da economisti e raramente purtroppo da storici. È un rammemorare prezioso, perché delle depressioni di ieri apprendiamo i tempi lunghi, gli errori, gli esiti politici fatali, specie nella prima metà del secolo scorso. Anche sulle grandi riprese tuttavia conviene meditare: sulle rivoluzioni economiche che hanno aumentato e diffuso il benessere. In particolare,vale la pena ripensare la scintilla da cui partì la Rivoluzione industriale del XVIII secolo. È allora infatti che l’Europa comincia a crescere a raggiera, con impeto. Anche se costellata di iniziali fatiche, ingiustizie, ricordiamo quella rivoluzione come un’epoca d’oro, e forse proprio per questo l’evochiamo di rado. Dai tempi di Dante lo sappiamo: “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria, e ciò sa ‘l tuo dottore”. Leggi il resto di questo articolo »

Nel grande frastuono e nel chiacchiericcio mediatico, nella pletora di discorsi che si fanno con la scusa dell’emergenza, credo che l’emergenza sia già una forma di costruzione del potere per giustificare cose altrimenti ingiustificabili, ma se c’è l’emergenza, allora dobbiamo giustificare, allora si continua a parlare di questa emergenza, si dicono cifre, dati, il lavoro, la disoccupazione e si è smesso tendenzialmente, ammesso che lo si sia mai fatto, di parlare delle questioni di fondo, delle questioni che attengono all’essere umano, nessuno si fa più le domande sulle questioni di senso, credo che una delle grandi devastazioni fatta alla nostra società, è la distruzione del senso, noi siamo affidati a una deriva di significati che non hanno più un orizzonte ampio, tutto è asfittico, tutto fluisce e credo che questa sia invece la grande questione, cos’è vivere una vita? Che significato ha l’esistenza di un essere umano, di una società di esseri umani su questa terra? Perché siamo qui? Come possiamo starci?

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12 giugno 2012
21:00a23:00

vedi:  19 aprile 2012. Morte di un maestro di saggezza.

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25 marzo 2012
10:00a19:00

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Fu nell’adolescenza che sentii, con assoluta certezza, di non esser tanto chiamato ad agire, nella vita, quando ad esprimere. Ma con altrettanta certezza sentii che non avrei potuto esprimermi se non avessi avuto il coraggio di essere, anzitutto, nell’agire, un uomo comune che si guadagna il pane vendendo qualsiasi merce, all’infuori della poesia.

Chi è salito più in alto? 

Perchè io voglio scendere, quanto è salito.

  Povero e orfano di padre, la povertà mi aveva negato gli studi universitari. Ma ero terribilmente fiero della responsabilità della mia posizione di povero. Ritenevo che in una società savia, ogni uomo avrebbe dovuto iniziare la vita nella posizione di povero, per poter imparare ad essere giusto…

Posso chiedermi a volte se avessi il diritto di infliggere tante sofferenze ai miei cari; ma non mi pento, per quanto riguarda me, di aver accettato di essere un uomo comune, pur di conservarmi il rispetto della mia anima.
Gli uomini comuni me ne hanno ampiamente compensato, riconoscendomi, e facendomi compagnia ineffabile, attraverso tutti i casi della mia vita.

 

Piero Jahier,  poeta,  1960

Un abisso di diseguaglianze si è spalancato davanti alla società italiana, negli stessi giorni in cui veniva certificato un drammatico ritorno della povertà, di cui ha scritto su queste pagine, con i toni giusti, Adriano Sofri. La povertà è certo la condizione che più rende visibile la diseguaglianza. Ma quel che sta avvenendo, soprattutto dopo la manovra finanziaria, è una vera e propria costruzione istituzionale della diseguaglianza che investe un´area sempre più vasta di persone, ben al di là di vecchi e nuovi poveri. La distribuzione dei “sacrifici” è rivelatrice. Uno stillicidio di balzelli che incide su chi può essere più facilmente colpito, che lima i già ristretti margini dei bilanci familiari. Si è calcolato il peso che avranno gli aumenti di imposte, tariffe, prezzi. Peso insostenibile per taluni, quasi non influente per altri. L´effetto complessivo della manovra peserà per il 13,3% sui redditi bassi e per il 5% su quelli più alti. La rappresentazione della spinta istituzionale verso la diseguaglianza non potrebbe essere più netta. Leggi il resto di questo articolo »

Non è stato solo il Terzo Reich a proclamarsi e a credersi destinato a durare mille anni, anche se è durato solo dodici, meno del mio scaldabagno. Ogni potere, soprattutto ma non solo quello totalitario, ogni civiltà, ogni sistema di valori e di costumi si vogliono e si ritengono definitivi; siamo inclini a scambiare il presente, l’assetto delle cose che ci circondano, per l’eterno, qualcosa che non può cambiare.

In questo senso, siamo quasi tutti ciechi conservatori, incapaci di credere che il nostro mondo— la politica, le gerarchie sociali, gli usi, le regole — possa mutare. Se nell’ottobre del 1989 qualcuno ci avesse detto che il muro di Berlino sarebbe presto caduto, lo avremmo preso per un ingenuo sognatore. Forse chi ha il senso religioso dell’eterno è più protetto dalla supina adorazione idolatrica di quel momento di tempo in cui vive e delle momentanee ed effimere forze che in quel momento appaiono vittoriose e insostituibili. Le cose invece cambiano, i muri cadono, ma l’idolatria del momento, che impone di essere «al passo dei tempi», permane, profondamente radicata nel cuore e nella mente. Leggi il resto di questo articolo »

Mi pare interessante per capire tutti i colori del dissenso rispetto alla manifestazione del 13 febbraio indetta con l’appello “Se non ora quando?”. Io non ho firmato quell’appello, come non avevo aderito alla raccolta di firme indetta da Concita De Gregorio. Non ho aderito obbedendo a un rifiuto istitntivo, che non nasceva da un ragionamento articolato. Mi dava fastidio un certo calcolo sulle donne per animare un’azione politica tendente a dare quel colpo alla manovra per la cacciata del nostro ineffabile premier che le forze politiche nel Parlamento non riescono a dare. Beninteso, quella cacciata la vogliamo tutti e tutte, ma non tirando in ballo un armamentario di moralismo perbenista. Leggi il resto di questo articolo »

Speriamo di poter avere il coraggio di essere soli e l’ardimento di stare insieme, perché non serve a niente un dente senza bocca, o un dito senza mano.  Speriamo di poter essere disubbidienti, ogni qualvolta riceviamo ordini che umiliano la nostra coscienza o violano il nostro buon senso.  Speriamo di poter meritare che ci chiamino pazzi, come sono state chia­mate pazze le Madri di Plaza de Mayo, per commettere la pazzia di rifiutarci di dimenticare ai tempi dell’amnesia obbligatoria. Speriamo di poter essere così cocciuti da continuare a credere, contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini.  Speriamo di poter essere capaci di continuare a camminare per i cammi­ni del vento, nonostante le cadute e i tradimenti e le sconfitte, perché la storia continua, dopo di noi, e quando lei dice addio, sta dicendo: arri­vederci. Speriamo di poter mantenere viva la certezza che è possibile essere com­patrioti e contemporanei di tutti coloro che vivono animati dalla volontà di giustizia e dalla volontà di bellezza, ovunque nascano e ovunque viva­no, perché le cartine dell’anima e del tempo non hanno frontiere.

 

Eduardo Galeano,   scrittore uruguayano

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Cari Amici,
prima di tutto, come romano, vorrei salutare tutti quelli che oggi sono venuti qui a Roma: che non è un porcile, ma è la capitale d’Italia. Dunque i fratelli d’Italia che vengono nella capitale vengono a casa loro. E Roma accoglie tutti quelli che vengono da lei: non toglie le panchine per non farli sedere. E tutti rispetta perché, come diceva un antico Padre della Chiesa, “chi sta in Roma sa che gli Indi sono uniti con lui”. Roma ricorda quanto deve ai non romani. Nella sua memoria storica c’è che gli Apostoli, suoi Patroni, sono venuti dalla Palestina, erano extracomunitari, i bersaglieri a Porta Pia sono venuti dal Piemonte, gli americani alla Liberazione sono venuti dal mare, gli immigrati che l’hanno resa metropoli sono venuti dal Sud. Roma sa pure che molte volte dal Nord sono venuti i barbari. Ma non importa, perché ha civilizzato anche loro. Leggi il resto di questo articolo »

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