In Massa e potere Elias Canetti esordisce riflettendo sull’atavico timore dell’uomo di essere toccato dall’ignoto. Dovunque l’essere umano evita di essere toccato da ciò che gli appare estraneo. Questo timore del contatto può raggiungere il vertice del panico quando si avverte l’impossibilità della presa di distanza o della fuga.

Non a caso le crisi di panico avvengono in luoghi affollati o in situazioni — tunnel, cinema, ascensori — dove il soggetto avverte la sensazione di essere intrappolato, senza vie di fuga.

L’epidemia è una figura che andrebbe iscritta di diritto nella fenomenologia della paura umana per il contatto. Non a caso nella città cinese colpita dal virus il primo appello delle autorità è stato quello di evitare i luoghi pubblici: chiudersi nelle proprie case, sbarrare l’accesso dell’estraneo al nostro luogo più privato, è un altro gesto fondamentale correlato alla paura del contatto. Solo nella nostra casa ci sentiamo al sicuro. La chiusura nella propria casa rovescia la nostra esposizione al pericolo del contatto con l’estraneo.

Per Freud si tratta di una pulsione primaria dell’essere umano: erigere barriere protettive di fronte al carattere estraneo e ostile del mondo — fonte di stimolazioni perturbanti — è un moto fondamentale della vita che si difende dal carattere ingovernabile della vita stessa.

Nel tempo più originario della vita psichica l’estraneo e l’ostile coincidono. Il terrore del contatto coincide con il terrore del contagio. In primo piano emerge una angoscia primaria di intrusione. Saranno i nostri confini sufficienti a garantire la protezione della nostra vita di fronte alla minaccia dell’estraneo?

Il rischio dell’epidemia e del contagio riflette questa angoscia primaria di intrusione; il virus, da questo punto di vista, è l’incarnazione più temibile dello straniero perché non ha volto, non è visibile, non ha corpo. Esso può irrompere nella nostra casa, può perforare i confini della nostra esistenza, può gettare la nostra vita nella morte. La sua diffusione è tanto più minacciosa quanto più è difficile registrarla obbiettivamente.

Non a caso l’attuale mobilitazione del discorso medico e di quello politico che amministra i flussi dei corpi nel nostro territorio è finalizzata a rendere possibile l’identificazione del virus e dei suoi portatori umani. Nessuna figura più dell’epidemia mette in luce questa spinta primaria dell’umano all’evitamento del contatto e alla chiusura.

Tocchiamo qui il limite della classica definizione aristotelica dell’uomo come essere sociale. La pulsione non è solo apertura vitale verso la vita ma anche tendenza claustrale, tensione securitaria che rigetta l’esposizione della vita.

Non a caso i regimi dittatoriali hanno sempre utilizzato metafore mediche per definire il nemico come virus, infezione, batterio. In primis quello nazista; Hitler si è proposto come medico della Grande Germania incaricato di debellare il suo corpo dai virus degli ebrei, dei comunisti, dei liberali, degli omosessuali.

In realtà ogni epidemia esalta il carattere primario della pulsione securitaria. Questa pulsione difende la vita contro la minaccia della morte, contro il pericolo dell’intrusione della morte nella vita. Freud la definisce non a caso come una pulsione di autoconservazione.

Il suo corrispettivo politico è l’inclinazione paranoide che identifica lo straniero come una minaccia all’integrità del corpo della nazione. Non si tratta di analfabetismo politico, né di barbarie incivile. Piuttosto di una mobilitazione delle angosce più profonde: essere contagiati, corrosi, uccisi, violentati, aggrediti dallo straniero.

Non bisogna schernire questa paura come semplice frutto dell’ignoranza. In ciascun essere umano giace una inclinazione xenofoba che l’attualità del coronavirus fatalmente riattiva. Non a caso in questi giorni non è l’africano ma il cinese ad essere il bersaglio di sussulti razzisti.

In questa congiuntura è il corpo del cinese a incarnare il flagello mortale del virus. La necessaria battaglia della scienza e della politica contro la diffusione della malattia e della morte non può trattenere gli esseri umani dalla spinta securitaria a identificare in una razza la causa del male.

E questa spinta viene facilmente alimentata da un tempo come il nostro che ha fatto del muro una tentazione collettiva.

Massimo Recalcati, psicoanalista       Repubblica  5/ 2/ 2020

 

 

Le svastiche e la banalità dell’idiozia

Più che del male è, questa, la banalità dell’idiozia. Il che non giustifica, si capisce. Gli ignobili graffitari che da giorni vanno vergando croci uncinate e infamie su citofoni e muri (tre casi in Piemonte all’indirizzo di famiglie legate alla Resistenza e, da ultimo, una stella di David a Bologna a indicare discendenti di deportati) dovrebbero essere condannati, in via accessoria, a cancellare con la lingua le loro opere.

E tuttavia uno dei pericoli della Storia è il momento in cui la si confonde con le storie: storie, appunto, di imbecilli analfabeti che nulla hanno a che vedere con il grande dramma del Novecento, l’Olocausto e quasi di certo assai poco con la sua grande vergogna, il nazifascismo.

Assai preoccupante è il dato Eurispes secondo cui gli italiani che non credono sia avvenuto davvero lo sterminio degli ebrei sono aumentati dal 2,7% del 2004 a uno sconcertante 15,6% di oggi.

Temiamo siano soprattutto giovani, figli e nipoti di un revisionismo relativista che proprio negli ultimi lustri ha trovato inaudito spazio nella pubblicistica e nel discorso politico. Ma non distinguere pesi ed episodi non aiuta.

Enfatizzare sui giornali e soprattutto nei telegiornali scritte e disegni ignobili attribuisce ad essi, senza volerlo, quasi la statura di una vera opera perversa, del Male in azione, appunto, anziché collocarli nella loro dimensione di borborigmo mentale. Spinge al ghigno da branco davanti alla tv e, ciò che è peggio, al brivido dell’emulazione.

A immaginarsi per 24 ore un demonio come Goebbels anziché sentirsi il povero diavolo degli altri 364 giorni dell’anno: avanguardia di un’orda che avanza nel nuovo secolo anziché retrobottega perdente della nostra società.

Le condanne vere, per questa feccia, sono il buio e il silenzio. Magari anche di una cella. Di sicuro dello schermo e delle parole: con la sola compagnia del nulla delle loro menti che ha per fine pena un mai.

Goffredo Buccini      Il Corriere  4/2/2020

 

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