Anticipazione dal fascicolo “Democrazie Fake” della rivista “Paradoxa” (ottobre 2019), a cura di Gianfranco Pasquino.

Quando Salvini sbraita di “furto della democrazia” perché il Presidente della Repubblica non ha obbedito al suo comando di chiamare il popolo alle urne, dimentica un piccolo dettaglio: che l’Italia, per fortuna, NON è una democrazia, ma una Repubblica.

L’aggettivo “democratica” qualifica il principio, ma non è il principio.

La differenza fra repubblica e democrazia è di sostanza. Prima la riscopriamo, meglio è. Il concetto di democrazia entra nella storia del pensiero politico, e vi resta per secoli, per indicare una forma di governo corrotta.

Come ha spiegato Michelangelo Bovero nel saggio Contro il governo dei peggiori. Una grammatica della democrazia (Laterza, 2000), la parola “democrazia” in greco è composta da due sostantivi dêmos e krátos. Entrambi i termini hanno un significato negativo e uno neutro.

Dêmos, in senso negativo, indica la parte più povera e meno colta della popolazione, sempre pronta a seguire i demagoghi; in senso neutro, indica la totalità dei cittadini della città-stato. Krátos, in senso negativo, indica superiorità, potenza, capacità di affermarsi, forza soverchiante; in sintesi estrema: la forza del più forte. In senso neutro, indica il potere politico, vale a dire “il potere di prendere decisioni collettive”: il potere sovrano in senso proprio.

A seconda dei significati di dêmos e di krátos, “democrazia” può dunque avere quattro sensi diversi. Se combiniamo dêmos e krátos nella loro accezione negativa, vuol dire il potere incontrollato e violento degli incolti; se combiniamo il significato positivo di krátos e quello negativo di dêmos, vuol dire il potere sovrano degli incolti; se combiniamo il significato neutro di dêmos e quello negativo di krátos abbiamo il potere illimitato dei cittadini; se combiniamo, infine, i significati neutri di dêmos e krátos abbiamo il potere sovrano della comunità dei cittadini.

Soltanto questa quarta combinazione di dêmos e krátos conferisce alla parola “democrazia” un significato positivo. Quest’ultimo, del resto, è il significato corrente accreditato dai dizionari (Democrazia: “forma di governo in cui la sovranità risiede nel popolo che la esercita per mezzo delle persone e degli organi che elegge a rappresentarlo”; Vocabolario Zingarelli).

Il problema è che ai giorni nostri, dati alla mano, quasi la metà dei cittadini italiani sono incolti: non sono in grado di capire un testo semplice, non sanno ragionare, non sanno nulla dei princìpi politici, della Costituzione, e della storia del nostro Paese. Se le cose restano così, o peggiorano, la democrazia in Italia può dunque essere soltanto il potere sovrano, legittimo quanto si vuole, degli incolti.

Per ovviare ai vizi d’origine della democrazia, i filosofi politici si sono ingegnati di trovare correttivi: “democrazia rappresentativa”, “democrazia liberale”, “democrazia costituzionale”, “democrazia deliberativa”. Sforzi nobili, ma sterili. Non parlo, per carità di patria, della “democrazia della rete”, vera e propria caricatura della deliberazione repubblicana, trionfo delle opinioni non meditate e dei peggiori istinti.

Perché ci ostiniamo a correggere una forma di governo nata corrotta, la democrazia, quando abbiamo disponibile la forma retta, la repubblica?

“Repubblica”, ci insegnano i maestri del pensiero politico antico e moderno, significa, in primis governo misto, vale dire, un saggio equilibrio fra governo monarchico, governo aristocratico e governo popolare.

Il nostro ordinamento ha già i caratteri fondamentali di un governo misto. L’elemento monarchico (nel senso di potere monocratico) è rappresentato dal Capo dello Stato che, su questioni di grande importanza, decide da solo. L’elemento aristocratico (nel senso di governo dei migliori) è rappresentato dal Senato, come dimostra, fra l’altro il fatto che il più alto onore che la nostra Repubblica riserva ai suoi cittadini è diventare senatori, non deputati, a vita. L’elemento popolare è rappresentato dalla Camera dei Deputati, la più larga assemblea legislativa.

Si potrebbe fare forse di più, e meglio, per avere freni efficaci contro i demagoghi capaci di ubriacare il popolo. Potremmo studiare, per esempio, come rendere il nostro Senato una “camera alta” in senso proprio dove siedono cittadini che si sono distinti per probità, amore della Patria e cultura.

Ma soprattutto dovremmo insegnare a chi siede nelle pubbliche istituzioni i doveri dell’ethos repubblicano, in particolare il dovere di lealtà alla Repubblica e alla Costituzione. La strada da seguire, per chi ama davvero la Patria, va dunque nella direzione esattamente opposta a quella che addita Salvini: rendere l’Italia una vera Repubblica democratica, non una democrazia.

Maurizio Viroli        Il Fatto   21/9/2019

 

Vedi:  Contro i nazionalisti torniamo patrioti

La patria è un valore, il nazionalismo no

Rialfabetizzare sull'emergenza democratica

Cittadini uniti contro la paura

Individuo contro cittadino

Aldo Moro e la Costituzione antifascista



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