IL FASCISMO non è mai morto. Rappresenta il bisogno di certezza comunitaria e gerarchica in una società individualistica. E nonostante i simboli sbandierati, non è un ritorno al passato. L’ombra del fascismo si stende sulla democrazia, anche quando, come la nostra, è nata nella lotta antifascista. La ragione della sua persistenza non può essere spiegata, semplicisticamente, con il fatto che non ci sia sufficiente radicamento della cultura dei diritti. Si potrebbe anzi sostenere il contrario. Ovvero, che sia proprio la vittoria della cultura dei diritti liberali (e senza una base sociale che renda la solitudine dell’individuo sopportabile) ad alimentare il bisogno di identità comunitaria.

Un bisogno che il fascismo in parte rappresenta, tenendo conto che non è solo violenza e intolleranza per i diversi (anche se questi sono gli aspetti più visibili e preoccupanti). Il fascismo rinasce un po’ dovunque nell’occidente democratico e capitalistico — le fiammate xenofobiche e nazionalistiche che gli opinionisti si ostinano a chiamare blandamente “populismo” sono il segno di una risposta, sbagliata, alla recrudescenza di un sistema sociale che funziona bene fino a quando e se esistono reti associative, capaci di attutire i colpi di un individualismo che è apprezzato solo da chi non ha soltanto le proprie braccia come mezzo di sussistenza. Senza diritti sociali i diritti individuali possono fare il gioco contrario.

La democrazia nata nel dopoguerra su una speranza di inclusione dei lavoratori si è arenata di fronte al totem di un ordine economico che non ne vuol più sapere di riconoscere limiti solidaristici alla propria vocazione accumulatrice. È nata sulle macerie di una guerra mondiale, ma non probabilmente sulle macerie dell’etica comunitaria che aveva cementato la società nazionale nel ventennio. Nei paesi di cultura cattolica, dove il liberalismo dei diritti si è fatto strada con grande difficoltà, la dimensione corporativa è ben più di un residuo fascista. È il cardine di una struttura sociale retta su luoghi comunitari, come la famiglia o la nazione. Questi luoghi sono diventati gusci vuoti con la penetrazione dei diritti individuali. I quali sono certo un progresso morale, ma non sufficienti, da soli, a garantire una vita esistenziale appagata.

I diritti sono costosi, non solo per lo Stato che deve farli rispettare, ma anche per le persone che li godono. Un diritto è un abito di solitudine — definisce la relazione di libertà della persona in un rapporto di opposizione con gli altri e la società. Senza relazioni sociali strutturate — senza quei corpi intermedi associativi, dalla famiglia al mutualismo locale — essi sono sinonimo di una libertà troppo faticosa. Ecco perché i nostri padri fondatori più lungiumiranti, i liberalsocialisti, erano attenti a mai dissociare la libertà dalla giustizia sociale, dalla dimensione etica che riannoda i fili spezzati dai diritti individuali.

Non si vuole con questo giustificare la rinascita del fascismo e dell’esaltazione dei simboli del passato. Quel che si vuol dire, invece e al contrario, è che quel che sembra un ritorno nostalgico al passato è un fenomeno nuovo e tutto presente, dettato da problemi che la società democratica incontra nel presente. Sono tre i luoghi dove questi problemi si toccano con mano e che sarebbe miope non vedere.

Il primo corrisponde al declino di legittimità della politica, che ha smarrito il senso etico e di servizio per diventare, a destra come a sinistra, un gioco di personalismi, con i partiti che fanno cartello per blindare leadership e lanciare candidati, cercando consenso retorico ma senza voler includere i cittadini nella vita politica — la rappresentanza assomiglia sempre di più a un notabilato.

Il secondo luogo corrisponde al declino delle associazioni di sostegno che hanno accompagnato la modernità capitalistica opponendo alla mercificazione del lavoro salariato e alla disoccupazione (che è povertà) reti di solidarietà e di sostengo, ma anche alleanze di lotta, di contrattazione, e di progetto per una società più giusta.

Il terzo luogo è il mondo largo e complesso abitato dalla solitudine esistenziale connessa alla scomposizione della vita comunitaria. In altre parole, il pericolo numero uno della società orizzontale è rappresentato dall’atomizzazione individualistica, dalla solitudine delle persone, dall’isolamento perfino cercato di soggetti che ritengono di poter dare, per citare Ulrick Beck, «soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche».

Con la conseguenza, questa palpabile a seguire i social e a sentire molti nostri politici, di veder cadere ogni rapporto con la storia, con la memoria, con l’eredità proveniente dalle generazioni che ci hanno preceduto, come se il futuro potesse avere gambe sue proprie. Il rischio, è stato detto molto spesso, è quello di vivere in un eterno presente, che può anche significare riciclare simboli del passato fuori del loro contesto di significato. Ora, se le cose stanno così, se la nostra società ha questa forma orizzontale innervata nei diritti, pensare di rimediare ritornando ai modelli gerachici fascisti e al vecchio ordine di sicurezza del comando patriarcale non solo si rivela anacronistico, ma in aggiunta oscura tutti questi nuovi rischi; non ci fa vedere quel che dovremmo riuscire a vedere bene per comprenderlo e correggerlo: l’erosione dell’eguaglianza economica, dell’integrazione sociale e del potere politico dei cittadini democratici.

Nadia Urbinati      Repubblica 12.7.17

 

 

La stalla fascista, i buoi sono già usciti

Nella vicenda di Punta Canna l’attenzione mediatica si è comprensibilmente concentrata sugli aspetti offensivi e grotteschi (l’apologia del fascismo del duce balneare Gianni Scarpa) tralasciando il messaggio politico più insidioso condensato nel cartello pedagogico che recita: “In un paese devastato da ladri istituzionali e maleducati qui ci sono le regole che mancano, ordine, pulizia , disciplina, severità”. Nel mondo a parte che l’Italia democratica e antifascista si rifiuta di frequentare quelle parole sono senso comune e suscitano approvazione. Parliamo delle fiaccolate che divampano da Nord-est a Nord-ovest ogniqualvolta si annunci l’arrivo di extracomunitari richiedenti asilo o irregolari.

E non importa se molti o pochi ma per questioni diciamo così di principio (immigrati fora dai ball). Parliamo del cosiddetto popolo della popolare Zanzara, su Radio24, che ogni pomeriggio scatena gli istinti peggiori contro extracomunitari, rom, ebrei, comunisti gay e assimilati, straordinaria materia di studio per comprendere “il presente che nutre il fascismo” (Nadia Urbinati su la Repubblica). Parliamo della realtà che formicola sotto la superficie della Repubblica nata dalla Costituzione, un’Italia che per mille motivi si sente calpestata e che ricicla simboli del passato anche i più abietti con la stessa voluttà di chi spacca a sassate le vetrine per lasciare comunque un segno. Un’Italia sporca, brutta e cattiva che a lungo andare potrebbe riservarci qualche non gradita sorpresa, come è accaduto all’America che ha portato in braccio Donald Trump alla Casa Bianca.

Da questa sommaria lista abbiamo volutamente escluso le forze cosiddette “populiste” come la Lega di Matteo Salvini e i 5Stelle per la semplice ragione che pur coltivando con diversa intensità xenofobia e cultura antimoderna rappresentano, ancora, dentro le istituzioni, un argine e insieme un filtro alle pulsioni più allarmanti della crescente rabbia collettiva. Ecco perché certamente animato dalle migliori intenzioni il ddl Fiano che inasprisce le sanzioni contro i comportamenti apologetici del fascismo appare come una medicina tardiva e inefficace. Come sempre accade quando si tenta di colpire gli effetti e non le cause della malattia.

Il fascismo del presente, del resto, vive e lotta a pieno titolo nelle istituzioni democratiche. Quelli del movimento di Casa Pound, per esempio, autoproclamatisi “fascisti del terzo millennio”, nella tornata amministrativa di qualche giorno fa hanno colto un lusinghiero successo a Lucca (quasi l’8%) e per un soffio non ha determinato l’elezione a sindaco del candidato del centrodestra. Bissando così il 6% dell’anno scorso a Bolzano (da uno a tre consiglieri) dove addirittura hanno sperimentato prove di dialogo col Pd. Per non parlare di Monza dove l’altro ieri è stato nominato un assessore del movimento neonazista LibertàAzione.

Perciò vorremmo chiedere pacatamente a Fiano come sia possibile oggi impedire ai corpi militarizzati di Casa Pound di esibire labari e braccia teso nelle sfilate per le strade di Roma o di Milano quando proprio predicando ordine, pulizia, disciplina, severità, ovvero i medesimi “valori” del camerata con la bandana di Chioggia stanno in modo del tutto legittimo raccogliendo vasti consensi tra gli elettori?

Ha un senso chiudere la stalla quando i buoi sono scappati da quel dì, e ci riferiamo ai tanti giovanotti e giovanotte che in quei lugubri raduni inneggiano al duce senza averne la minima cognizione storica, mossi esclusivamente dall’impulso di sputare sulla democrazia come se fosse un app da cancellare sull’iphone. Intollerabile certo, ma esattamente come risulta insopportabile la solita frase fatta che accompagna i rituali dibattiti “sul ruolo della scuola che dovrebbe educare i giovani al rispetto della memoria”.

Al che per reazione uno davvero diventa fascista anche se non vuole. È chiaro a tutti che il fascismo contemporaneo si nutre anche dei problemi lasciati per troppo tempo a marcire dalla democrazia, che esso cresce e prospera sullo sputtanamento progressivo della politica, sulla distruzione del lavoro, sulle guerre infinite tra i poveri italiani e gli immigrati ancora più disperati, sulla solitudine esistenziale che alligna sulle “macerie dell’etica comunitaria” (Urbinati).

Ma soprattutto la voglia di un “uomo forte” è come un pugno sul tavolo davanti all’ossessiva coazione a ripetere che ogni sera ci giunge dagli schermi televisivi. Finché capita che Vittorio Feltri interpellato per la milionesima volta sulla questione che mai sarà risolta dell’immigrazione prorompa in un liberatorio : “Basta non ne posso più” e se ne vada a cena. Che fu in fondo lo stesso grido esausto con cui la democrazia liberale esalò l’ultimo respiro prima dell’avvento del bagnino Benito.

Antonio Padellaro         Il Fatto  14 luglio 2017

 

 

vedi:  La voglia di fascismo crescente e le nostre debolezze

Rodotà: La democrazia è delle persone

Pensiero Urgente n.222)

Combattere i nuovi fascismi è dovere, lo impone la Carta

Noi italiani nati con la camicia (nera)

I cristiani devono condannare il fascismo anche dal pulpito

Per combattere il fascismo meglio costruire che cancellare

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