Norberto Bobbio 1909 -2004

Non amo le commemorazioni, perché difficilmente ci si può sottrarre alla tentazione della retorica, della effusione sentimentale, della mozione degli affetti. E non amo in particolare le commemorazioni della Resistenza perché si commemorano volentieri cose lontane e morte, e invece la Resistenza è vicina e ben viva. La Resistenza non è finita. Noi viviamo in una situazione che è la conseguenza della Resistenza e anche coloro che la denigrano o la ignorano non possono fare a meno, in quanto vivono e operano in questa situazione, di accettarne i risultati. [...] Per capire la Resistenza, direi che bisogna prima di tutto sgombrar la nostra mente da un equivoco: che da essa dovesse nascere, tutto d’un pezzo, il nuovo Stato italiano. A coloro che non vogliono più saperne della Resistenza perché in Italia le cose non vanno come dovrebbero andare, c’è da rispondere che la nostra non sempre lieta situazione presente dipende da una ragione soltanto: che non abbiamo ancora appreso tutta intera la lezione della libertà. E siccome l’inizio di questo corso sulla libertà è stata la Resistenza, si dovrà concludere che i nostri malanni, se ve ne sono, non dipendono già dal fatto che la Resistenza sia fallita, ma dal fatto che non l’abbiamo ancora pienamente realizzata.

Dopo dieci anni cominciamo soltanto ora a comprendere di quali enormi difficoltà sia irta la vita di un regime libero. Abbiamo imparato che un regime di servitù, quand’è giunto al momento della sua esasperazione, si può strozzare in poco tempo, ma la libertà per consolidarla ci vogliono decenni. Per uccidere un malvagio, basta un tratto di corda. Ma per fare un uomo onesto, quante cure, quanti affanni, quanti sacrifici. E poi, qualche volta, nonostante la buona volontà, non ci si riesce neppure. Questa lezione, se l’abbiamo bene appresa, dovrebbe consigliarci un atteggiamento: quello della modestia di fronte ai compiti giganteschi che ci attendono, dell’abbandono di attese messianiche, della serietà dell’impegno nell’opera comune, della vigilanza operosa.

Non c’è che un modo per realizzare la Resistenza: ed è quello di continuare a resistere. Di continuare a resistere, ogni giorno, agli allettamenti che ci vengono dagli sbandieratori di facili miti o dagli amanti della confusione mentale; alle passioni incontrollate che ci spingono ora a destra ora a sinistra a seconda degli umori e degli eventi; alla seduzione della pigrizia che ci getta in braccio allo sconforto e ci rende inattivi e indifferenti. Un regime di libertà non si crea coi miti, ma con la chiarezza mentale applicata ai problemi socialmente utili; non si crea neppure con le passioni scatenate, anche se sublimi, ma con la moderazione del giudizio, con il controllo di sé, con la disciplina mentale; e neppure con la indifferenza ma con la partecipazione attiva ai problemi del nostro tempo. Si dice che per smuovere gli inerti ci vuol entusiasmo, e per suscitare entusiasmi ci vogliono miti. Ma a me pare che non ci sia nulla di cui valga più la pena di entusiasmarsi che la costruzione di una convivenza civile, in cui vi sia meno corruzione, meno furberia, meno spirito di sopraffazione, e maggior rispetto delle opinioni altrui insieme con maggiore riserbo nella espressione delle proprie.

La democrazia è una scuola di realtà. Chi vive nelle nuvole ed è prigioniero dei miti non è un buon democratico. L’utopismo può essere una buona arma contro la dittatura. Ma quando la società democratica è costituita o per lo meno è avviata, l’utopismo diventa un ostacolo. Non so quanto il maggior contatto con la realtà che la vita democratica richiede abbia influito sulla nuova arte che si dice realistica. Lascio ai competenti di giudicarlo. Mi limito a constatare che il crollo del fascismo ci ha liberati dalla nuvolaglia di pregiudizi da cui eravamo fasciati e ci ha fatto toccar terra. E questo è per me uno degli effetti salutari della Resistenza.

Quanto siffatto spirito realistico possa giovare alla nostra cultura, non ho bisogno di ribadire. Una cultura diretta dall’alto ha paura non soltanto della libera fantasia, ma anche della solida realtà. Del resto fantasia e realtà, che nel linguaggio comune sembrano due termini antitetici, nel dominio dell’arte sono strettamente connessi. Ci vuole ricca fantasia per essere buoni realisti: altrimenti si è dei copiatori. E bisogna aver gusto e senso delle cose reali per avere una fantasia creatrice e non soltanto un’oziosa immaginazione.

In una situazione di oppressione della libertà, la paura della realtà genera due diversi atteggiamenti: quello della cultura ufficiale che la realtà deforma o decora, e nasce la pseudo-cultura dei retori; quello della cultura eretica, che non si vuol lasciar sopraffare e per sopravvivere è costretta ad evadere; e nasce la cultura, inquieta o torbida, dei decadenti. In altra occasione ho parlato di questo impasto di retorica e di decadentismo che fu la cultura in Italia al tempo fascista. Sono stili e modi di sentire connessi tra loro assai più che non si pensi. Sono entrambe forme caratteristiche di antirealismo. Quando si trovano insieme nello stesso personaggio vien fuori il poeta della generazione fascista: Gabriele d’Annunzio. E quando sono separati l’una dall’altro camminano parallelamente ma si tengono per mano. Si passa con fastidiosa monotonia dalla cultura melensa dei retori a quella esoterica dei decadenti o gerarchi o ermetici.

Ora, se la società democratica è quella in cui ogni individuo ha il diritto e il dovere di dare il proprio contributo alla vita del paese, ognuno deve prender contatto con la realtà che lo circonda, deve sapere esattamente, senza finzioni e senza illusioni, quale sia la sua posizione e quella degli altri. In una democrazia non si possono tollerare gli assenti. O per lo meno, se un giorno gli assenti dovessero diventare la maggioranza, la democrazia avrebbe cessato di esistere. E se il risultato di questo maggior contatto con la realtà sarà la scoperta di tutti i vizi tradizionali del nostro carattere e di tutte le miserie della nostra storia, l’effetto non potrà essere se non salutare. Purché non ci si soffermi nel compiacimento morboso dei mali, ma ci si adoperi per medicarli. Vi sono due modi di scrutare ciò che vi è di malvagio negli uomini: quello del decadente che se ne compiace e quello dell’illuminista che prende atto e combatte per instaurare un mondo migliore. L’ideale dell’uomo di cultura per una società democratica in cammino non è il decadente ma l’illuminista.

In una bella immagine Albert Camus paragona la storia a un grande circo in cui si svolge da sempre la lotta tra la vittima e il leone. Troppo spesso gli uomini di cultura sono rimasti fuori del circo come se lo spettacolo non li riguardasse. Qualche volta sono entrati, ma si sono seduti sulla gradinata a far da spettatori. E se qualche segno di partecipazione hanno dato, è stato quasi sempre per far l’elogio del leone che ha sempre ragione; e se qualche parola hanno rivolto alla vittima è per spiegarle che il suo destino era quello di farsi mangiare. Oggi non più. Oggi, dice Camus, gli uomini di cultura devono rendersi conto che il loro posto non è più sulla gradinata ma dentro l’arena. Essi sanno che se la vittima soccombe anch’essi saranno divorati. Sono, come si ripete oggi, impegnati. Impegnati a far sì che nel futuro vi siano meno vittime e meno leoni.

Norberto Bobbio       la stampa 23 4 2015

 

 

Il Partigiano Lotty

Siccome tutti ripetono che va assolutamente evitato un uso politico e di parte del 25 Aprile, ieri su Repubblica il sottosegretario renziano Luca Lotti informava che “cambiamo la Costituzione nel solco della Resistenza”. Oscar Farinetti, dal canto suo, scevro come sempre da ogni interesse pecuniario (come scrive sulla copertina del suo ultimo libro: “Mio padre mi diceva sempre ‘Ricordati, ragazzo, che le persone sono più importanti delle cose’”), ha acquistato una pagina dell’inserto dell’amica Stampa sui 70 anni della Liberazione. Titolo: “Viva la Resistenza!”. Sopratitolo: “Per la serie: non dimenticare”. Svolgimento: “Solo per oggi” (cioè ieri) si può sorseggiare un calice del barolo “Resistenza 2007”, alla modica cifra di 5 euro, in esclusiva “nei ristorantini di Eataly”: signori, praticamente regalato. Un tempo si beveva per dimenticare, ora invece si beve per ricordare.

Purché si beva giusto: anche il vino, come il libro, è dedicato “al comandante Paolo Farinetti, eroe della resistenza partigiana”, che altri non è se non il suo papà,coinvolto in una rapina a un’ambulanza piena di buste paga Fiat, poi condannato per ricettazione e infine salvato dall’amnistia di Togliatti. L’offerta speciale purtroppo è limitata alla giornata di ieri, ma potrebbe esser tosto replicata per brindare al varo delle riforme elettorali (quella che rende superflue le elezioni per la Camera) e costituzionale (quella che abolisce le elezioni per il Senato e lo trasforma in un dopo lavoro per consiglieri regionali e sindaci).   Tanto più che esse avvengono “nel solco della Resistenza”, come appunto assicura il Lotti. Invano nella sua biografia si rintracciano tracce di sapienza storico-giuridico-costituzionale, salvo accontentarsi di un diploma di maturità scientifica con 90/100 al liceo Pontormo di Empoli, dove il preside – ricorda un ex compagno di classe – non faceva che ripetergli “Lotti, anche quest’anno sei il peggiore della classe”. Dall’alto di cotanta cattedra, il 33enne Partigiano Lotty è stato assistente di Renzi alla Provincia di Firenze, poi capo-segreteria e capo-gabinetto al Comune, poi membro della segreteria Pd fin dai tempi di Epifani e ora nel governo Renzi è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria e al Cipe. Però lo chiamano “Lampadina” per via dei capelli ricci color giallo evidenziatore, quindi di resistenza   – sia pur minuscola – un po’ dovrebbe intendersi. Il resto deve averglielo spiegato Denis Verdini, con cui è inseparabile almeno dal 2009, quando stipulò con lui il patto segreto per fregare Giovanni Galli, bravo ex portiere e ingenuo candidato sindaco Pdl, portando le truppe berlusconiane a votare Matteo.

Poco dopo organizzò la memorabile gita premio del sindaco ridens dal nano ridens ad Arcore, dove attese nel giardino della villa che il pranzo dei due fidanzatini fosse consumato per salutare il Caimano e arruffianarselo con qualche battuta sul Milan. Insomma un’esistenza tutta nel solco della Resistenza, coronata dalla regia prestata alle candidature dell’indagato (allora, ora non più) Bonaccini in Emilia Romagna, del condannato De Luca in Campania e dell’imputata Paita in Liguria. Tanto per far invidia a Denis. Senza dimenticare la grande abbuffata di nomine negli enti pubblici, i rapporti coi servizi segreti e la Guardia di Finanza (do you remember il generale Adinolfi, ora indagato per Cpl Concordia?) e la distribuzione di prebende e prepensionamenti ai giornaloni in crisi, direttamente proporzionali al numero di sue interviste ai giornaloni in crisi. Francesco Bei di Repubblica, per esempio, interpella il Partigiano Lotty come fosse Beppe Fenoglio, Arrigo Boldrini, Alessandro Galante Garrone, Claudio Pavone e lo descrive “regista delle celebrazioni del 25 Aprile” contro l’“abisso di ignoranza” che avvolge la memoria partigiana. Lotti ci crede e si dice indignato perché molti ragazzi “non hanno la più pallida idea di cosa sia la Resistenza”.

Ma niente paura: “Stiamo lavorando su un progetto con l’Anpi per far entrare nelle scuole questo pezzo di storia”. Per la verità quel pezzo di storia ci è sempre entrato, nelle scuole: basta studiare. Ma lui comprensibilmente non lo sa, però precisa che “io questa storia la sento mia”: “Usiamo tutti i mezzi – Twitter ma anche la street art – per coinvolgere i ragazzi in questo racconto”. La storia via Twitter, in 140 caratteri: che ideona. E poi ci sono “gli spot con Alex Zanardi e Samantha Cristoforetti”, mica cazzi. Il più è fatto. Resta da dare l’ultimo colpo di piccone alla Costituzione, perché “noi ci ispiriamo ai valori dell’antifascismo – giustizia, libertà, eguaglianza – facendo politica tutti i giorni”. Dev’essergli apparso in sogno Piero Calamandrei per spiegargli che fare a pezzi 50 articoli della Costituzione nata dalla Resistenza e impedire ai cittadini di scegliersi i propri parlamentari con una legge decisamente peggiore della legge Acerbo del Duce, è il miglior modo di celebrare la Liberazione. O forse, quella notte, il Partigiano Lotty aveva semplicemente mangiato pesante. Infatti spiega: “Non vedo contraddizioni tra quello che portiamo avanti noi e quei valori di 70 anni fa”.   Le vede purtroppo l’Anpi, che infatti firma appelli e promuove manifestazioni contro la svolta autoritaria Italicum-nuovo Senato. Ma quelli   – si sa – sono decrepiti e non hanno Twitter. E poi sono partigiani: dunque, di parte. Lui invece è di Lotti e di governo.

Marco Travaglio     Il Fatto Quotidiano  26/04/2015.

 

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