Le scritte ricordano il giorno, il luogo del naufragio, l’età approssimativa della vittima, aggiungendo che si tratta di «immigrati non identificati» di sesso maschile o femminile, «etnia africana di colore nero». Una sola delle vittime del mare, accanto a quegli immigrati finiti nella fossa comune a Lampedusa, porta nome e cognome: la diciottenne nigeriana Ester Ada, morta incinta il 16 aprile 2009. Il sindaco: l’Europa finge che non esistano. «L’unica raccolta differenziata che fate, qui a Lampedusa, è quella dei morti», ha detto una volta, sorridendo amaro, un ragazzo ghanese approdato in quest’isola anni fa con un barcone. Non sapeva, forse, che nel cimitero di zona Cala Pisana, nei pressi dell’aeroporto, ci sono anche le fosse comuni, due quadrati di terra di cinque metri per cinque, dove vengono sistemate le salme dei migranti africani, una sull’altra, in doppia fila, senza nome, senza provenienza, senza storia, senza niente. Qualche fiore di plastica disteso sull’erbaccia, qualche croce di legno conficcata malamente nella terra, numeri casuali segnati a penna, un 3, un 5, un 13 che dovevano identificare le salme.

Ma poi le salme erano troppe e al diavolo i numeri… Il resto è polvere e gramigna, edera che avvolge le poche croci sbilenche, arbusti, gerani spontanei, qualche ciuffo di papiro contro il muro grigio sul fondo, un paio di lapidi marmoree divelte e rovesciate, un crocifisso spezzato che guarda il cielo, secchi di vernice abbandonati. Il vecchio custode, Vincenzo Lombardo, viene qui ogni mattina alle sei per lasciare un ricordo e una preghiera ai «suoi» morti, uomini donne bambini. Suoi perché per anni è stato lui il primo a vederli arrivare e non vuole dimenticarli. Le croci di legno le ha sistemate Vincenzo, così alla buona. E a chi gli dice che per i musulmani quel simbolo non ha nessun significato, risponde ancora oggi che lui non poteva che affidarli al suo Dio. Si mettessero poi d’accordo lassù. «Vengono portati qui nelle loro casse zincate, burrucati a norma come fossero familiari nostri, non c’è differenza», dice Pino, un anziano muratore che passa le sue giornate a murare tombe. «Burrucati» significa seppelliti. Ma non è proprio come fossero familiari, per la verità. Perché per i Giardina, i Maggiore, i Fragapane, i Martello, i Policardi, i Brignone il trattamento è necessariamente diverso. Hanno lapidi con nomi, cognomi, date di nascita e di morte, i fiori freschi, le preghiere dei parenti. Gli ignoti della fossa comune niente.

Altri (sarebbe improprio dire più fortunati), nella parte antica del cimitero o in quella moderna, riposano in tombe singole con lapidi azzurre o arancioni di pessimo gusto, volute (e firmate, chissà perché) dal sindaco uscente Bernardino De Rubeis. Le scritte ricordano il giorno e il luogo del naufragio, l’età approssimativa della vittima: circa vent’anni, circa trent’anni e così via, aggiungendo che si tratta di «immigrati non identificati» di sesso maschile o femminile, «etnia africana di colore nero», particolare, quest’ultimo, che non sarebbe indispensabile. Una sola delle vittime del mare porta nome e cognome: è la diciottenne nigeriana Ester Ada, morta in stato di gravidanza nelle operazioni di soccorso il 16 aprile 2009; fu riconosciuta dal fratello, che era tra i 144 naufraghi della «Pinar». Sulla sua tomba c’è una lastra di pietra nera con disegnata una colomba della pace. Chi gliel’avrebbe detto, a quella giovane africana, che sarebbe finita in una piccola cappella di Lampedusa accanto ai vecchi coniugi Famula Domenica (1885-1969) e Tuccio Domenico (1885-1957). Non mancano incredibili slanci di generosità: za Pinuzza ha trasferito negli ossari i suoi genitori per fare spazio a due migranti.

Schiacciata tra le cappelle neoclassiche e i monumenti barocchi delle famiglie bene c’è una piccola casetta intonacata di bianco e mai finita, con nove salme: le vittime tra i 20 e i 30 anni rinvenute la notte dell’8 maggio 2011, «nello specchio d’acqua antistante località Cavallo Bianco durante le operazioni di soccorso di n. 528 migranti sbarcati con un motopeschereccio a Lampedusa». La Salma n. 1, la Salma n. 2, la Salma n. 3 sono sepolte in basso, le altre nei cassetti laterali. Chissà quale testa ha concepito la contabilità e il tono burocratico delle iscrizioni, che aggiungono anonimato all’anonimato. Ora, dice la nuova sindaca Giusi Nicolini, eletta sei mesi fa, tutte le lapidi verranno sostituite: in ognuna sarà inciso brevemente il ricordo delle circostanze che causarono la morte, a futura memoria, senza formule amministrative, senza numeri seriali e senza firme ufficiali. «La zona della calamità è tutta piena», dice Pino. Infatti, gli undici naufraghi morti il 6 novembre, gli ultimi, Giusi Nicolini ha dovuto sistemarli in un hangar dell’aeroporto per una notte, poi nella camera mortuaria del cimitero. Alla fine ha chiamato il prefetto: non ci sono più spazi… All’appello del prefetto hanno risposto diversi comuni dell’Agrigentino, che hanno accolto le salme ignote delle otto donne, una delle quali incinta, e dei tre bambini. Che ricevono da morti la solidarietà che non hanno avuto da vivi. Triste consolazione. Oggi, ad Agrigento, ci saranno da seppellire altri migranti defunti ieri sui barconi della speranza nell’indifferenza del mondo.

«Le persone rimaste vive — dice Paola La Rosa, collaboratrice del Comune — ci riempiono di gioia e di orgoglio, perché viviamo in un’isola che salva le persone, ma non ne abbiamo nessun merito: vedendoli arrivare in quello stato nessuno rinuncerebbe a salvarli. Bergamo non ha il mare, ma se l’avesse sarebbe sensibile esattamente come noi. La vera domanda è: che cosa succederebbe se quei morti fossero italiani? La fine del mondo, tutti mobilitati. E invece…». E invece le fosse comuni. Giusi Nicolini non vorrebbe più sentir parlare di emergenza. Sogna, per i suoi concittadini, la normalità: che significa legalità, depuratori funzionanti, ambiente pulito, scuole non cadenti. E niente morti per mare. «Il problema — si sfoga — non sono le tombe, sono i morti: noi siamo gli unici che da quindici anni li vediamo, i cadaveri, e li seppelliamo. L’Europa, che non li vede, finge che non ci siano. L’immigrazione non è emergenza, bisogna saperla gestire: non si tratta di clandestini, ma di profughi e non è giusto che tutti questi morti vengano considerati normali». Per fortuna ci sono anche i vivi. Sono quasi 400 quelli ricoverati nel Centro di prima accoglienza, in contrada Imbriacola. I più giovani il pomeriggio fanno due passi in piazza sotto un cielo stupendo, stanno a chiacchierare davanti alle paninerie e alle crêperie, si guardano attorno e sorridono a chi passa.

Paolo Di Stefano       Corriere della Sera  24 novembre 2012


vedi:  I morti e i salvati del Mediterraneo

Cimitero Mediterraneo «Nel nostro mare ci sono 17mila cadaveri»


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