Il 26 giugno del 1967 muore a Firenze

DON LORENZO MILANI

(1923- 1967)


 

“ O Italiani!  non obbliate  giammai, che il primo passo a produrre uomini grandi sta nello onorare i già spenti.”

Giuseppe Mazzini, daDe l’amor patrio di Dante ”, 1826

Nel Diario minimo del 22 giugno 2012 ricordavamo questa straordinaria frase del giovane Mazzini e crediamo che possa e debba essere riferita ad un uomo grande come don Lorenzo Milani. 45 anni fa moriva fisicamente ma, come tutti coloro che hanno donato la propria vita per la liberazione dell’uomo, don Lorenzo è vivo e onorarlo ( senza inutili retoriche celebrazioni) vuol dire fare nostro il suo esempio, il suo impegno, il suo sacrificio per poterci migliorare. Tutti noi a rischio continuo di peggiorare nella mediocrità e nella banalità e nella complicità con un modo di vivere che distrugge le coscienze e l’animo. Don Lorenzo fu un RESISTENTE alla violenza in tutte le sue forme e la sua arma di RESISTENZA fu l’educazione, la scuola che dovevano essere il mezzo  affinchè  i “figli dei poveri” potessero crescere in consapevolezza e conoscenza per poter RESISTERE alla violenza dei “padroni”, delle economie feroci, dell’ignoranza ( soprattutto quella istituzionalizzata) e dell’abbrutimento derivante dalla società dei consumi. Fu un maestro di educazione, don Lorenzo, per gli ultimi e non solo per quelli di Barbiana ma anche per chi  socialmente ultimo non è ma è schiavo, servo senza esserne cosciente.

la scuola di Barbiana all'opera

L’educazione continua era per lui lo strumento della liberazione continua. La sua scuola che durava 365 giorni all’anno, feste comprese, è il simbolo che non possiamo mai smettere di capire, conoscere, riflettere, maturare nel senso critico, dubitare e cercare risposte: anche 365 giorni all’anno per 80 anni, feste comprese. Nel compito assoluto di un uomo/donna di acquisire la propria dignità di persona libera e responsabile non ci sono ferie, pause, pensionamenti. Se ciò accade scivoliamo lentamente nel servilismo più becero  al sistema sociale o alla famiglia o ai “padroni” o al peggio di noi stessi. E il suo “fare scuola” si allargava anche alla sua predicazione tagliente e provocatoria, al suo impegno sociale per affrontare i mille problemi dell’ambiente degradato del Mugello, degli operai e dei contadini, ai suoi scritti profondi e stimolanti elaborati anche con i suoi Ragazzi, alle sue denunce politiche e ecclesiali. Un educatore completo e a tempo pieno.

Tutti gli “uomini grandi” di cui ci occupiamo nella nostra Associazione sono educatori ( basta pensare a Mazzini o Pasolini o Seneca) ma don Lorenzo sembra racchiudere, nella sua persona e nella sua vicenda, il compito dell’educazione per sè e per gli altri in maniera altamente simbolica e pregnante, come forma esistenziale. Quel piccolissimo borgo di Barbiana, la sua Parrocchia sperduta nel Mugello, luogo voluto come esilio da una chiesa oscura e retriva per un prete “ribelle”, assurge a ” urna dei forti“:

A egregie cose il forte animo accendono | L’urne de’ forti, o Pindemonte.”

Ugo Foscolo, da “DEI SEPOLCRI”, 1807

E “l’urna” non è solo la piccola e modesta tomba di don Lorenzo nel cimiterino di Barbiana, ma tutto il luogo: la chiesetta, la casa canonica con i locali della scuola, i boschetti intorno e lo spiazzo davanti alla chiesa dove spesso i ragazzi si riunivano con don Milani, la piscina dove insegnava a nuotare a figli di montanari che a malapena conoscevano l’acqua. Tutto è immagine di un processo di umanizzazione e di emancipazione.

Barbiana

Tutto è “urna” della forza dell’amore di don Lorenzo per gli ultimi e per noi, per la consapevolezza, per la presa di coscienza, per il superamento della mentalità servile, della SCUOLA intesa non come è nella nostra triste esperienza e che lui denunciò in uno degli scritti più lucidi e pregnanti: Lettera ad una Professoressa. Scuola, invece, come luogo “profetico” ( perchè tale fu don Lorenzo nell’esaminare la deriva della società italiana) e maturazione di una coscienza civile e morale consapevole.

L’”Urna” Barbiana si visita ( materialmente o anche solo nello spirito) per fare proprio ciò che era scritto nel cartello che campeggiava al centro della stanza della scuola: I CARE, m’interessa. Che non è solo l’opposizione al “me ne frego” dei fascismi di ogni tempo ma soprattutto al ” me ne frego” della mentalità comune, mediocre ed indifferente ormai a tutto se non ad una sopravvivenza vuota e banale ( al di la, certo, dei grossi problemi pratici del nostro tempo).

Il cartello nella scuola di Barbiana

Per “produrre uomini grandi” in noi, come dice Mazzini, “onoriamo i già spenti”: perchè spenti non sono e frequentarli nella memoria e nell’approfondimento continuo del loro insegnamento, come don Lorenzo, può ravvivare la fiamma di una vita ricca di senso e di reponsabilità in noi che spesso e sempre più siamo i veri “spenti”.

L'"URNA DEI FORTI" di don Lorenzo

 

 

L’esplosiva profezia del benecomunismo

Poco prima di essere trasferito dalla parrocchia di San Donato a Calenzano – un centro operaio tessile alle porte di Firenze – nella sperduta Barbiana – un gruppo di case sparse sul monte Giovi, nel Mugello – don Lorenzo Milani scrisse una lettera appassionata alla madre: «Ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi cinque anni non smetteranno di scoppiettare per almeno 50 anni sotto il sedere dei miei vincitori».

Parroco di 40 anime.

Era il 1954, lo scontro Dc-Pci era aspro, il decreto con cui il Sant’Uffizio nel ‘49 aveva scomunicato i comunisti restava pienamente in vigore, e quel giovane prete – che comunista non era, ma aveva più volte confessato come errore il voto alla Dc il 18 aprile del 1948 («è il 18 aprile che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta », scrive a Pipetta, un giovane comunista calenzanese) – non allineato agli ordini della Curia, di piazza del Gesù e della Confindustria andava reso inoffensivo: esiliato sui monti, priore di una chiesa di cui era già stata decisa la chiusura, «parroco di 40 anime», come disse egli stesso.  Eppure, nonostante il confino imposto dall’arcivescovo di Firenze Ermenegildo Florit, la «superba convinzione» di Milani pare essersi realizzata: le «cariche di esplosivo» piazzate «sotto il sedere» dei vincitori, a 45 anni dalla sua morte (il 26 giugno 1967), continuano a «scoppiettare». Non hanno avuto la forza d’urto in grado di sovvertire il sistema, ma alcune intuizioni, per lo più inattuate, e molte denunce, inascoltate, conservano intatta la loro dirompenza. Per cui, se è vero che il valore di una vicenda si misura anche con la capacità di anticipare i tempi della storia, allora quella di Lorenzo Milani resta un’esperienza “profetica” che ancora parla alla società, alla politica e alla Chiesa di oggi.

L’ospedale che cura i sani

La scuola rimane l’ambito principale, ma non l’unico. Insieme ai suoi “ragazzi” ne denunciò il classismo in Lettera a una professoressa e la sperimentò come prassi liberatoria, sia nella scuola popolare serale per gli operai di Calenzano, 20 anni prima delle “150 ore” conquistate con lo Statuto dei lavoratori del ‘70, sia nella scuola di Barbiana per i piccoli montanari del monte Giovi. I ministri, sia politici che tecnici, che negli anni si sono avvicendati a viale Trastevere, con qualche eccezione, si sono mostrati devotissimi all’idea milaniana di una “scuola per tutti” – il 26 giugno è in programma l’ennesimo convegno al ministero: Salire a Barbiana 45 anni dopo – e contemporaneamente abilissimi ad ignorarla nella prassi. Magari immaginando una didattica multimediale 2.0 in istituti con classi di 30-35 alunni o inventando premi speciali a pochi studenti apparentemente meritevoli – l’ultima idea di Profumo –, mentre si tagliano risorse, maestre, prof, insegnanti di sostegno e ore di lezione per tutti, così da trasformare la scuola in «un ospedale che cura i sani e respinge i malati», «strumento di differenziazione » piuttosto che ascensore sociale, si legge in Lettera a una professoressa.

E «se le cose non vanno, sarà perché il bambino non è tagliato per gli studi», anche in primaelementare, come i 5 alunni bocciati nella scuola elementare di Pontremoli, pochi giorni fa. È dimenticata la lingua, «la lingua che fa eguali », e le lingue che, in un’ottica “internazionalista”, consentono agli oppressi di tutto il mondo di unirsi: a Barbiana studiamo «più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre». Milani mandava all’estero i giovanissimi studenti del Mugello, bambine comprese, vincendo paure e resistenze delle famiglie: ne è testimonianza vivente Francesco Gesualdi, ex allievo di Barbiana, a 15 anni spedito in Nord Africa ad imparare l’arabo, oggi infaticabile animatore del Centro nuovo modello di sviluppo per i diritti dei popoli del sud del mondo.

Ci sono anche i beni comuni

Non c’è solo la scuola. Ci sono anche i beni comuni: acqua e casa. È poco nota, ma di grande significato, la lotta fatta insieme ai montanari barbianesi per la costruzione di un acquedotto che avrebbe dovuto portare l’acqua a nove famiglie. Una battaglia persa, perché un proprietario terriero rifiutò di concedere l’uso di una sorgente inutilizzata che si trovava nel suo campo, mandando così all’aria, scrive Milani in una lettera pubblicata nel ‘55 dal Giornale del Mattino di Firenze (allora diretto da Ettore Bernabei) «le fatiche dei 556 costituenti», «la sovranità dei loro 28 milioni di elettori e tanti morti della Resistenza», madre della Costituzione repubblicana. Di chi è la colpa?  Della «idolatria del diritto di proprietà». Quale la soluzione? Una norma semplice, «in cui sia detto  che l’acqua è di tutti».

E la casa, col piano Ina-Casa di Fanfani che avrebbe dovuto assicurare un tetto ai lavoratori, ma che venne realizzato solo in minima parte, mentre continuavano gli sgomberi di chi occupava le ville di ricchi borghesi che di abitazioni ne avevano due o tre, tenute vuote «per 11 mesi all’anno». «La proprietà ha due funzioni: una sociale e una individuale», e «quella sociale deve passare innanzi a quella individuale ogni volta che son violati i diritti dell’uomo», scrive Milani nel ‘50 su Adesso, il giornale di don Mazzolari. Queste parole «domenica le urlerò forte. Vedrete, tutti i cristiani saranno con voi. Sarà un plebiscito. Faremo siepe intorno alla villa. Nessuno vi butterà fuori». Ma non succederà nulla, noterà Milani, che ripeterà: «Mi vergogno del 18 aprile».

La guerra e la storia, attraversate dalla responsabilità individuale – «su una parete della nostra scuola c’è scritto grande: I care», ovvero «me ne importa, mi sta a cuore. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”» –, altri temi forti dell’esperienza di Milani: la difesa dell’articolo 11 della Costituzione, l’obiezione di coscienza agli ordini ingiusti soprattutto se militari («l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni »), l’opposizione alla guerra e alla guerra preventiva, 40 anni prima di Bush, perché «in lingua italiana lo sparare prima si chiama aggressione e non difesa». E una rilettura della storia che prende le distanze da ogni suo “uso pubblico” nazionalista e patriottardo, passando in rassegna le italiche guerre, tutte «di aggressione »: da quelle coloniali di Crispi e Giolitti, al primo conflitto mondiale, fino a quelle fasciste di Mussolini, passando per il
generale Bava Beccaris, decorato da re Umberto, che nel 1898 prese a cannonate i mendicanti «solo perché i ricchi (allora come oggi) esigevano il privilegio di non pagare le tasse». Ma «c’è stata anche una guerra giusta (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana».

Quindi, scrive ai cappellani militari che avevano chiamato «vili» gli obiettori di coscienza, se voi avete diritto «di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto».

Un povero sacerdote bianco

Non è stato un “cattolico del dissenso” Milani – il ‘68 era ancora lontano –, ma un “ribelle obbediente”, forse proprio per questo guardato con ancora maggiore ostilità dall’istituzione ecclesiastica a cui il prete fiorentino rimproverava di aver perso di vista il Vangelo per inseguire ilpotere: «Non abbiamo odiato i poveri come la storia dirà di noi. Abbiamo solo dormito. È nel dormiveglia che abbiamo fornicato col liberalismo di De Gasperi, coi Congressi eucaristici di Franco. Ci pareva che la loro prudenza ci potesse salvare», si legge nella visionaria Lettera dall’oltretomba di un «povero sacerdote bianco della fine del II millennio» ai «missionari cinesi» che nel futuro arriveranno in una Europa senza più preti, uccisi dai poveri, pagina conclusiva di Esperienze pastorali, il volume di Milani giudicato «inopportuno» dal Sant’Uffizio nel ‘58 e non ancora riabilitato. «Insegnando ai piccoli catecumeni bianchi la storia del lontano 2000 non parlate loro dunque del nostro martirio. Dite loro solo che siamo morti e che ne ringrazino Dio. Troppe estranee cause con quella del Cristo abbiamo mescolato».

Luca Kocci     il manifesto  23 giugno 2012

 

vedi:  Il presepio è il Baobab di Roma

Il prete a cui importava: don LORENZO MILANI

Don Milani, l’educazione come «ultima frontiera»

Don Milani, il Vangelo secondo Socrate

La Magna Charta di don Milani

Don Milani è vivo


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