Sto leggendo «Sua Santità» (il libro di cui si parla assai in questi giorni, e nel quale il giornalista Gianluigi Nuzzi pubblica una quantità di documenti riservati vaticani) e mi monta la rabbia -o, se preferite, la «santa indignazione». Anche se purtroppo da un bel pezzo sono costretto a non stupirmi più degli scandali della Chiesa, infatti, il contenuto delle rivelazioni descrive un panorama desolante; e – come sempre – il peggio (dal punto di vista evangelico) si nota dai dettagli. Anzitutto il Vaticano e qualcuno dei personaggi tirati in ballo si sono limitati finora a opporre una difesa certamente legittima, ma puramente formale: le carte sono state rubate, valuteremo se denunciare il caso, inchieste, ricettazione, complotti, «corvi»… Fate pure, ne avete diritto e fors’anche dovere. Ma -a me come cristiano -prima del livello infimo di protezione dei segreti vaticani o delle violazioni del diritto internazionale, fa scandalo quello che in quei testi leggo.

Faccendieri, complotti, intrighi, furbate… Nessuno ne ha smentito una virgola (anche perchénemmeno potrebbe…), è tutta roba autentica! Dunque si agisce proprio così al vertice di SantaRomana Chiesa. E tuttavia finora nessuno ha sentito il bisogno di «spiegare» quelle schifezze ai credenti; anzi, se non fossero venute a galla da sé, non ne avremmo saputo nulla. E’ questa la«trasparenza» che dobbiamo aspettarci in una comunità di «fratelli»? La Chiesa inoltre si è spesso vantata del suo sistema di governo, fondato su una dedizione assoluta dei dirigenti e sulla loro coscienza della missione spirituale da adempiere, guardando dall’alto in basso i compromessi cui invece la «povera» democrazia è costretta per fare i conti coi complicati equilibri del pluralismo e dei numeri. Ma questo libro conferma piuttosto le voragini di immoralità che lo schema di potere ecclesiastico ha di fatto creato, permettendo una gestione senza efficaci e tempestivi controlli, esponendosi ai maneggi di consorterie di «amici», non garantendo alcuna difesa a chi denunciasse il malaffare, mescolando con assoluta spregiudicatezza l’uso del denaro e il possesso del sacroAmmesso e non ancora verificato che il famoso maggiordomo sia colpevole dei furti nella stanze papali, perché dunque scandalizzarsi solo delle sue infedeltà che «hanno fatto tanto soffrire il Papa» e non delle porcherie (cattolicamente, se non penalmente parlando) commesse ogni giorno da ben più autorevoli funzionari o prelati vaticani?

Terza (ma ce ne sarebbero molte altre…) delle questioni che il libro mi ha suscitato: qual è il grado di controllo che il famoso e super-citato «popolo di Dio» può avere sugli abusi -sempre possibili: siamo uomini e peccatori… -della sua classe dirigente? Dove sta il ruolo da «gendarme» -o se si preferisce da «guardia svizzera»… -della stampa cattolica nei confronti degli apparati interni della Chiesa (per esempio: non ho mai visto un settimanale religioso condurre una vera inchiesta su qualcosa di spinoso all’interno della propria diocesi)? Perché il fedele cattolico, che magari già trova qualche difficoltà a credere nella Trinità, dev’essere obbligato a «fidarsi» anche delle persone cui consegna le sue offerte, senza disporre di garanzie concrete e pratiche come un bilancio certificato e pubblico o dei revisori dei conti davvero indipendenti? Perché infine i tantissimi buoni e onesti preti e laici cristiani devono sentirsi ogni volta umiliati da scandali come questi, indifesi davanti all’onta collettiva che ne consegue, rassegnati a non sapere mai come sono andate davvero le cose né chi siano i responsabili?

Alcuni siti ultra-cattolici hanno invitato a non acquistare «Sua Santità», per non dare soldi ai “ricettatori”. Io invece lo consiglio a tutti i laici cattolici affinché capiscano che la vera apologetica della Chiesa si fa non concedendo più alcuna delega in bianco a chi la governa, fossero anche (ma spesso non lo sono nemmeno) monsignori e cardinali.

 

Roberto Beretta         in “Vino Nuovo” (www.vinonuovo.it) del 28 maggio 2012

 

 

“Il Vaticano è rimasto una corte medioevale e Ratzinger non ha più la forza di governarla”

intervista ad Hans Küng a cura di Andrea Tarquini

«È una situazione molto grave e dolorosa, e come si dice in tedesco mancano cinque minuti allamezzanotte: il tempo massimo non è ancora scaduto per salvare la Chiesa e la Fede dal sistemadella Curia romana». Il professor Hans Küng, forse il massimo teologo ribelle del nostro tempo, in gioventù amico e compagno di studi di Benedetto XVI. Analizza così a caldo lo scandalo delVaticano. Ascoltiamolo.

Professor Küng, quanto è grave secondo lei la situazione creatasi in Vaticano con lo scandalo della fuga di notizie?

«È triste quando, proprio in coincidenza con la festa dello Spirito Santo, dal Vaticano apprendiamo di tanti eventi e comportamenti avvenuti là, che davvero non sono proprio qualcosa di santo né di sacro. Gli scandali relativi alle fughe di notizie confidenziali ad opera del servitore di camera, le questioni che hanno investito la banca Ior, e anche in contemporanea l´intenzione apparente di papa Benedetto di andare alla riconciliazione con la confraternita dei fratelli di San Pio X (ndr: gli ultraconservatori epigoni di monsignor Lefèbvre) secondo la mia opinione tutto questo purtroppo è un insieme di eventi, scelte, tendenze che fa parte di un tutto, non sono casi isolati l´uno dall´altro».

E lei che opinione ha maturato di questa situazione, che lei appunto descrive come coincidenza di eventi legati l´un l´altro?

«Tutti questi eventi mi appaiono come sintomi della crisi di un sistema intero nel suo complesso. Io parlo del sistema della curia romana, del sistema romano delle cui caratteristiche negative soffre la Chiesa cattolica tutta, nel mondo intero. E naturalmente questi eventi contemporanei danno l ´impressione di una incapacità papale. Di avere a che fare con un pontefice incapace. Su questo ho appena scritto un libro, “Salviamo la Chiesa”, in Italia sta per uscire. Quel che mi sta a cuore è approfondire la problematica dell´indispensabile riforma della Chiesa».

Lei cioè intravede sullo sfondo anche un problema personale per Benedetto XVI?

«Sicuramente sì. C´è anche questo. Egli dedica ore e ore ogni giorno alla scrittura di libri, anziché governare la Chiesa. E nei ranghi della Curia è diffusa l´opinione che egli non governa. Se vuole scrivere libri, avrebbe fatto meglio a restare un grande professore e teorico».

Perché parla al tempo stesso di crisi strutturale, di sistema?

«Perché la struttura e l´organizzazione della Curia romana cerca facilmente ma invano di ingannarci, di nascondere il fatto-chiave: che il Vaticano nel suo nocciolo è restato ancora oggi una Corte. Una Corte al cui vertice siede ancora un regnante assoluto, con costumi e riti medievali, barocchi e a volte moderni e tradizioni cristallizzate, consuetudini. Nel suo cuore il Vaticano è rimasto una società di Corte, dominata e segnata dal celibato maschile, che si governa con un suo proprio codice di etichette e atmosfere. E quanto più ti avvicini al principe regnante salendo nella carriera ecclesiastica, tanto più in prima linea non vale e non conta più la tua competenza, la tua forza di carattere, le tue capacità e talenti, bensì conta che tu abbia un carattere duttile con unacapacità di adattarsi soprattutto ai voleri del regnante. È lui solo, il regnante, a stabilire se tu sei persona grata o invece persona non grata».

E più specificamente, i problemi della Banca vaticana?

«Il Vaticano vive in gran parte di donazioni dei fedeli, da spese delle Diocesi. E amministra miliardi di euro di risparmi di istituzioni ecclesiastiche, di ordini e diocesi di tutto il mondo, e pone gli utili a disposizione del Papa. Quanto fu chiesto al Cremlino lo si può chiedere anche al Vaticano: primo la glasnost, cioè trasparenza, il Vaticano dovrebbe preoccuparsi per primo della Trasparenza degli affari finanziari davanti all´opinione pubblica. E secondo la perestrojka, ricostruzione, ristrutturazione: il Vaticano dovrebbe ristrutturare le sue finanze e riorientare i fini della sua politica finanziaria. E infine ma non ultimo, la riconciliazione con l´ordine di Pio X. Il Papa accoglierebbe definitivamente nella Chiesa vescovi e sacerdoti la cui consacrazione non è valida, in base alla Costituzione apostolica di Paolo VI, Pontificalis romani recognitio, del 18 luglio 1968 le ordinazioni sacerdotali ed episcopali compiute da Lefebvre sono non solo illecite ma anche nulle. Piuttosto che riconciliarsi con quella confraternita ultraconservatrice, antidemocratica e antisemita, il Papa dovrebbe preoccuparsi della maggioranza dei cattolici che è pronta per le riforme, e della riconciliazione con tutte le chiese riformate e con tutto l´ambito ecumenico. Così unirebbe anziché dividere».

Secondo un´analisi così pessimista non è tardi per salvare questo Pontificato e la credibilità del Vaticano?

«Mancano cinque minuti appena alla mezzanotte, ma la mezzanotte non è ancora scoccata. Un solo atto costruttivo di riforme lanciato da questo Papa aiuterebbe a ristabilire la fiducia. Io spero che il mio ex collega Joseph Ratzinger non resterà nella Storia della Chiesa come un papa che non ha fatto nulla per la riforma della Chiesa».

 

la Repubblica     28 maggio 2012

 

 

Delitti e castighi sul soglio di Pietro

Più volte nel corso dei secoli il vento ha scosso la casa di Dio con raffiche anche più intense di quelle attuali. Più volte il fumo di Satana si è infiltrato nelle stanze più sacre dei sacri palazzi, come ebbe a lamentare Paolo VI. Un ambiente come quello vaticano sembra fatto apposta per scuotimenti e infiltrazioni data la sua scarsa trasparenza, l´ostinata paura di aprirsi al mondo, l´atmosfera che sempre si crea in una corte dove un sovrano assoluto regna su uomini senza famiglia e dipende dal suo favore l´intera loro vita. Il che spiega quasi da solo perché le storie vaticane abbiano dato vita ad un intero filone narrativo che vede nei romanzi di Dan Brown (celebre “Il Codice da Vinci“) solo gli ultimi esempi di un ´amplissima casistica.

Uno degli esempi più antichi di violenza e tradimento consumati per la conquista del soglio di Pietro è quello di cui fu protagonista Benedetto Caetani che costrinse il suo predecessore Celestino V (Pietro da Morrone) ad abdicare per l´impazienza di salire al trono dove regnerà col nome, famigerato, di Bonifacio VIII (1235-1303). Il povero Celestino era un uomo umile e pio, certamente inadatto all´incarico. Ma la violenza con la quale il futuro Bonifacio lo scalzò rimane degna delle più sinistre tradizioni del potere. Dante infatti lo caccerà, ancora vivo, all´inferno. Il periodo più fecondo dal punto di vista narrativo è quello rinascimentale quando la corte di Alessandro VI Borgia divenne sede di intrighi e di delitti commessi a volte alla stessa presenza del papa. Celebre l´episodio di quando Cesare, figlio del papa e fratello di Lucrezia, assalì nei corridoi vaticani un tal Pedro Caldes, detto Perotto, 22 anni, primo cameriere del pontefice proprio come il Paolo Gabriele di cui si parla in questi giorni. Perotto si tratteneva affettuosamente con Lucrezia cosa che rischiava di compromettere il matrimonio al quale la bellissima donna era stata destinata.

Un giorno che Perotto passava per un corridoio s´imbatté casualmente in Cesare. Intuì da uno sguardo ciò che stava per accadere e cominciò a correre gridando a perdifiato, inseguito dall´altro che aveva estratto il pugnale. La corsa ebbe termine nella sala delle udienze dove Perotto si gettò ai piedi del pontefice implorando protezione. Non bastò. Cesare si avventò su di lui trafiggendolo con tale impeto che “il sangue saltò in faccia al papa” macchiandogli di rosso la bianca tonaca. Non solo delitti ma anche orge caratterizzavano in quegli anni la corte. Preti e cardinali mantenevano una o più concubine “a maggior gloria di Dio”, come scrive sarcastico lo storicom Infessura, mentre il maestro di cerimonie pontificio Jacob Burchkardt nota che i monasteri di donne erano ormai “quasi tutti lupanari” poco o nulla distinguendo le religiose dalle “meretrices”. Cronache vivacissime ha lasciato il protonotario apostolico Johannes Burchard. Racconta ad esempio che una sera, a una delle consuete feste date dal papa: «Presero parte cinquanta meretrici oneste, di quelle che si chiamano cortigiane e non sono della feccia del popolo. Dopo la cena esse danzarono con i servi e con altri che vi erano, da principio coi loro abiti indosso, poi nude». La serata si concluse come si può immaginare, il protonotario riferisce dettagli che richiamano altre e assai recenti serate di ugual tenore.

Del resto fu questo tipo di atmosfera, aggiunto alla vendita scandalosa delle indulgenze, a convincere il frate agostiniano Martin Lutero a proclamare quella Riforma (1517) che avrebbe drammaticamente spaccato la cristianità fino ai nostri giorni. Per venire ad anni a noi vicini, una vasta eco ha sollevato una mossa assai ambigua dell´allora segretario di Stato Eugenio Pacelli. Nel 1939, papa Pio XI avrebbe voluto pronunciare un discorso nel decennale del Concordato dove tra l´altro avrebbe denunciato le violenze del regime fascista e la persecuzione razziale dei nazisti contro gli ebrei. Alla vigilia dell´importante allocuzione papa Ratti venne però a morte e Pacelli, che sarebbe stato suo successore, fece prontamente sparire il discorso avendo in mente un diverso tipo di rapporti con le due dittature. Divenuto papa a sua volta col nome di Pio XII, lo dimostrerà.

Intrighi e tradimenti all´ombra del trono di Pietro sono tutti accomunati da elementi rimasti invariati nel tempo: ritrosia a dare informazioni e addirittura a collaborare ad eventuali indagini, ostinati silenzi a costo di alimentare le ipotesi peggiori. Se n´è avuta una prova in occasione della morte, altrettanto repentina, di Giovanni Paolo I, papa Luciani. Ancora una volta l´evento si verificò alla vigilia di una decisione importante con la quale il papa avrebbe riorganizzato la famigerata banca vaticana, in sigla Ior. Così oscure le circostanze dell ´evento che i media anglo-sassoni avanzarono apertamente l´ipotesi di un assassinio. L´autopsia avrebbe probabilmente fugato le voci ma le gerarchie vaticane la rifiutarono preferendo mantenere un silenzio che le ha ulteriormente alimentate. Il caso più grave di reticenza si è però avuto quando, la sera del 4 maggio 1998, tre cadaveri vennero trovati in una palazzina a pochi metri dagli appartamenti pontifici. Il colonnello Alois Estermann, 44 anni, comandante delle “guardie svizzere”; sua moglie, Gladys Meza Romero di origine venezuelana; il vice-caporale Cédric Tornay, nato a Monthey (Svizzera), 24 anni. Poche ore dopo il portavoce vaticano Joaquin Navarro Valls dette ai giornalisti questa versione: il caporale, in un accesso di collera incontrollata, aveva ucciso il colonnello e sua moglie per poi togliersi la vita. Invano l´avvocato francese Luc Brossolet ha fatto eseguire (in Svizzera) perizie che dimostrano l´incongruenza grossolana di quella versione. Da allora non è più stata cambiata.

 

Corrado Augias       la Repubblica  28 maggio 2012

  

vedi:  Wojtyla segreto. La prima controinchiesta su Giovanni Paolo II

IL RITORNO DELLE CROCI

I MERCANTI DEL VATICANO. AFFARI E SCANDALI: L'IMPERO ECONOMICO DELLE ANIME

  

  

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