«Chiederò al Parlamento di abolire la parola razza dalla nostra Costituzione»: è questa la promessa che François Hollande, candidato alla Presidenza francese, ha solennemente assunto in campagna elettorale. Di per sé non è una grande novità, se è vero che già negli anni Cinquanta del secolo scorso, Claude Lévi-Strauss propose all’Unesco di sostituire «razza» con etnia o cultura (Razza e storia. Razza e cultura, Einaudi). La dichiarazione del candidato socialista all’Eliseo è tuttavia sintomatica del fatto che il razzismo, in questo primo scorcio di millennio, è tornato prepotentemente alla ribalta in tutta Europa. Le stragi di Oslo e Utoya in Norvegia; gli omicidi di Firenze; il recente eccidio di Tolosa e uno sciame di episodi più o meno violenti, testimoniano l’intensificarsi di quella che si potrebbe definire «razzializzazione» delle differenze culturali. 

 L’appartenenza religiosa o etnica, l’origine territoriale, persino le abitudini alimentari (la carne halal, il kebab) e l’abbigliamento (il velo) divengono marchi indelebili, gabbie di ferro in cui racchiudere intere categorie di persone, relegandole in ruoli marginali, in ghetti residenziali (le banlieues parigine, i campi rom), negli innumerevoli spazi degradanti dell’immaginario collettivo (gli «altri» integralisti, barbari, antidemocratici).  La proposta di Hollande, in realtà, andrebbe invertita, perché non è la razza a dar vita al razzismo bensì viceversa: il venir meno del razzismo e delle sue molteplici metamorfosi renderebbe privo di significato il termine razza e altri concetti come etnia e popolo che, con buona pace di Lévi-Strauss, sono spesso usati con un significato equivalente. L’abolizione del razzismo smaschererebbe la «finzione» e il «mito» della razza che, trasfigurato in termini etnici, torna oggi a vagare per l’Europa.

Numerose false credenze circondano, più o meno consapevolmente, la questione del razzismo. In primo luogo, l’idea secondo cui l’ostilità verso l’«altro» è un tratto comune a tutte le società umane. In realtà l’«altro», il totalmente-altro-da-noi che diviene oggetto di atteggiamenti razzisti, non è un dato di natura, ma è una costruzione sociale che può basarsi su tratti fisici, su abitudini culturali, sulla lingua o il dialetto parlato, su credenze professate o presunte, sul fatto di essere considerati o meno «cittadini» di un certo territorio. In epoca precoloniale, gli Hutu e i Tutsi (Ruanda e Burundi) non costituivano affatto «razze» o «etnie» differenti: la loro distinzione era legata a forme di specializzazione all’interno di un comune regno, di cui i Tutsi erano gli aristocratici allevatori di bestiame e gli Hutu i contadini a cui erano affidate speciali prerogative rituali (Ugo Fabietti, L’identità etnica, Carocci). La distinzione era il frutto di un «patto» tra gruppi di origine differente che avevano dato vita a un’unità politica, riconoscendosi reciprocamente come portatori di differenza: un’unità fondata, come in altre società indagate dagli antropologi, sulla complementarità, sull’ammissione della propria incompletezza, sulla simbiosi, sull’interdipendenza (Francesco Remotti, Cultura, Laterza).

Furono il colonialismo tedesco e, in seguito, quello belga a trasformare la differenza in alterità, innescando un’etnicizzazione e una razzializzazione dei due gruppi, che ha avuto il suo ultimo, tragico epilogo nel genocidio ruandese del 1994. In secondo luogo, il razzismo è un fenomeno «istituzionale» più che individuale. È questa la tesi sostenuta dalla giurista Clelia Bartoli in un libro appena pubblicato da Laterza (Razzisti per legge). Parlare di razzismo istituzionale non significa in alcun modo giustificare o sminuire la responsabilità degli atti individuali, ma guardare al fenomeno dal punto di vista delle radici piuttosto che delle fronde. La domanda a cui cerca di rispondere il saggio di Bartoli non è «perché si spara», bensì «perché si spara a ebrei, senegalesi, omosessuali, donne»? Il razzismo contemporaneo è istituzionale perché nasce e si consolida con provvedimenti legislativi, delibere di amministrazioni locali, dichiarazioni di politici influenti. Esso si nutre non tanto dei fatti eclatanti di violenza di cui abbondano le cronache, ma di piccoli eventi quotidiani: amministratori che proibiscono cibi «etnici», burocrazie che rallentano le concessioni di permessi di soggiorno, tagli dirisorse che impediscono l’insegnamento dell’italiano ai bambini stranieri, leggi che trasformano gruppi eterogenei di persone in «clandestini», l’ultima delle neo-razze prodotte in Italia dalla contestata legge che ha dichiarato reato la clandestinità.

In terzo luogo, la violenza razzista non è di per sé frutto di indigenza e povertà, bensì di politiche dell’emarginazione e della chiusura che nascono dall’alto e tendono a preservare i vantaggi di gruppi egemoni. L’estrema povertà può scatenare lotte violente per le risorse, ma non necessariamente su base razzista. È infatti quantomeno curioso che il razzismo scientifico sia il prodotto di una delle società e delle epoche più opulente che la storia dell’umanità abbia conosciuto. Come si esce dal razzismo, in specie dal razzismo istituzionale? Il saggio di Clelia Bartoli propone, tra l’altro, di trasformare l’enfasi sulle culture in attenzione ai contesti, la segregazione dei campi e delle banlieues in convivenza abitativa, l’assimilazione e l’integrazione in condivisione, l’emarginazione in coinvolgimento e cittadinanza attiva. Come per la Francia, non basterà abolire il termine «razza» e i suoi equivalenti. Anche il linguaggio, tuttavia, ha la sua responsabilità nella costruzione del razzismo. Parlare di «follia», «istinto omicida», «barbarie», come molti giornali italiani hanno fatto commentando recenti fatti di cronaca, equivale a naturalizzare il razzismo, perdendo di vista le sue profonde radici storiche e sociali.

 

Adriano Favole            in “La Lettura” del 1 aprile 2012

 

vedi:

NEGRI, FROCI, GIUDEI E CO. L'ETERNA GUERRA CONTRO L'ALTRO

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