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10 marzo 2012. Mazzini, 140 anni dopo, per celebrare il futuro.

Pubblicato in DIARIO MINIMO

Il 10 marzo 1872 muore a Pisa, nella casa dei Nathan-Rosselli, sotto il falso nome di dottor John Brown e rifiutato dall’Italia unita

GIUSEPPE  MAZZINI

 PADRE DELLA REPUBBLICA ROMANA DEL 1849

 

Mazzini non può e non deve essere oggetto di banali celebrazioni d’occasione. Le sue parole, la sua testimonianza, la sua altissima visione morale e civile debbono essere sempre, a maggior ragione nell’Italia di oggi, elementi di percorsi educativi e formativi per noi adulti e per i giovani, a livello personale e nelle scuole. Se è vero ( e sappiamo quanto è vero) che è estremamente urgente rigenerare la coscienza individuale e collettiva degli italiani; se è vero che la corruzione, l’ambiguità, l’individualismo sfrenato, l’intolleranza, la mediocrità, l’arroganza, la crisi della laicità, il culto del consumismo, la volgarità, l’opportunismo, il servilismo, la politica da casta, il carrierismo sono ormai malattie endemiche e diffuse; se è vera l’assenza ormai totale del senso del bene comune e della res publica allora abbiamo BISOGNO di Giuseppe Mazzini e del suo insegnamento. Lo dobbiamo raccogliere, dicevamo, con urgenza per rieducarci, se ancora qualcosa di questa povera Italia si può salvare. Tutti e ciascuno. 140 anni dopo la sua morte Mazzini ( ed altri grandi Maestri del Risorgimento come Garibaldi, Mameli, Filopanti, la Repubblica Romana, ecc., della Resistenza come i fratelli Rosselli, Gobetti, Calamandrei, Gramsci, ecc. e dei nostri giorni come Pasolini, Ambrosoli, Impastato, ecc.) non sono  il passato da ricordare ma il futuro da cercare di attuare. Con sacrificio, coraggio e passione.

Per celebrare degnamente e senza ipocrisie i 140 anni dalla morte di Mazzini noi ci offriamo alcune delle profonde parole che Mazzini scrisse in una lettera a Francesco Crispi nel 1864.  Il 18 novembre dello stesso anno, nell’aula di Palazzo Carignano a Torino, il “repubblicano” Crispi, l’antico discepolo di Mazzini, il principale collaboratore di Garibaldi nella spedizione dei Mille, si alzò per dichiarare: «L’ho detto più volte, l’ho ripetuto ultimamente nei comuni in cui sono stato durante il mio viaggio in Sicilia, che la monarchia ci unisce e la repubblica ci dividerebbe. Noi unitari innanzi tutto siamo monarchici e sosterremo la monarchia meglio dei monarchici antichi». Mazzini fu fortemente deluso e lo scrisse  a chiare lettere e i suoi seguaci accusarono Crispi di tradimento degli ideali repubblicani e di opportunismo. L’inizio di comportamenti avvilenti che segneranno la storia dell’Italia, tra l’altro appena unita, fino ad oggi.

 

“L’anima mi s’abbevera di tristezza, pensando al povero Popolo d’Italia, buono ma ineducato—d’onde mai avrebbe esso potuto desumere educazione? e, come tutti i Popoli ineducati, facile ai traviamenti, ai subiti sconforti, al dubbio su tutti e su tutto. Come insegniamo noi a questo Popolo—del quale usiamo, a modo d’arme democratica, il nome, lasciandolo senza voto, senz’armi, senza ajuti economici— la sua vita futura, la vita italiana, la vita della fede, dell’amore, dell’entusiasmo, del culto morale ai principî, al Giusto, al Vero, alla Libertà? Ove sono i suoi capi, gli uomini ch’esso s’era avvezzo a considerare, non solamente come apostoli d’insurrezione, ma come sacerdoti di rigenerazione morale, d’un santo concetto di sacrificio e costanza? Per venti, per trent’anni predicarono ad esso con noi che la salute d’Italia non scenderebbe nè da principi nè da papi, ma dalle forze associate del Paese, dalla coscienza del Diritto, dalla religione del Dovere, dalla persistenza nell’Azione; oggi predicano inerzia, sommessione, fiducia illimitata nel principe, l’ateismo del lasciar fare a chi spetta. Predicarono non dovere un Popolo, che vuol farsi Nazione, sperare dallo straniero; non dovere un popolo, che vuol farsi libero, affratellarsi colla tirannide: oggi additano, perno di emancipazione nazionale e di libertà,l’alleanza col monarca straniero che affogò nel sangue la libertà della propria.

Oh! qual criterio morale, qual senso di verità, quale idea di dovere può formarsi, con siffatti esempî sugli occhî, questo Popolo infante? Chi potrà impedire ch’esso non cada nell’indifferenza, nella pratica dello scetticismo, in uno sconforto supremo d’uomini e cose? Chi salverà l’anima dell’Italia nascente dai vizî di diffidenza, d’egoismo e di ipocrisia che disonorano le Nazioni morenti?Questa religione dell’anima dell’Italia, questo problema morale, che è supremo per me, questo vincolo di Dovere, che ci chiama tutti ad essere Educatori dei primi passi della Nazione e sacerdoti dell’Avvenire, furonoe sono, pur troppo, dimenticati da voi.

Il Vero! L’Italia nascente non chiede se non quello, non può vivere senza quello. L’Italia nascente cerca in oggi il proprio fine, la norma della propria vita nell’avvenire, un criterio morale, un metodo di scelta fra il bene e il male, tra la verità e l’errore, senza il quale non può esistere per essa responsabilità, quindi non Libertà. Secoli di schiavitù, secoli di egoismo, unica base all’esistenza dello schiavo, secoli di corruzione, lentamente e dottamente instillata da un cattolicismo senza coscienza di missione, hanno guasto, pervertito, cancellato quasi l’istinto delle grandi e sante cose, che Dio pose in essa. E voi intendete a educarla, insegnandole che un principio, il principio della sua vita, dipende da un interesse, l’interesse dinastico. L’Italia nascente ha bisogno di fortificarsi acquistando conoscenza dei proprî doveri, della propria forza, della virtù del sacrificio, della certezza di trionfo che è nella logica: e voi le date una teorica d’interessi, d’opportunità, di finzioni; un machiavellismo male inteso e rifatto da allievi ai quali Machiavelli, redivivo, direbbe: io aveva dinanzi la sepoltura, voi, stolti, la culla d’un Popolo. L’Italia nascente ha bisogno d’uomini che incarnino in sé quel Vero nel quale essa deve immedesimarsi; che lo predichino ad alta voce, lo rappresentino negli atti, lo confessino, checchè avvenga, fino alla tomba: e voi le date l’esempio d’uomini che dicono e disdicono, giurano e sgiurano, troncano a spicchî la verità, protestano contro i suoi violatori, e transigono a un’ora con essi. Così preparate al giogo del primo padrone straniero o domestico, che vorrà inforcarla di tirannide una Italia fiacca, irresoluta, sfiduciata di sè stessa e d’altrui, senza stimolo di onore e di gloria, senza religione di verità e senza coraggio di tradurla in opera.”

 

Giuseppe Mazzini,  1864

 

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