Il fatto che tre autorevoli personaggi entrati nel governo avessero partecipato al convegno cattolico di Todi, ha fatto dire a numerosi commentatori non informati dei fatti che la nuova aggregazione di associazioni che si sarebbe realizzata a Todi aveva dato subito il suo frutto politico, segnando così il «gran ritorno» dei cattolici alla politica. In realtà Todi non prova niente, perché se alcune entità lì pre­senti, come Sant’Egidio e l’Università cattolica, sono approdate con i loro capi al governo, altre entità di rilievo come Cl, pur presenti a Todi, dal governo sono contestualmente uscite. Con Ber­lusconi o contro Berlusconi sempre cattolici sono. Neanche dell’assemblaggio di Todi si può dun­que parlare come di una omogenea componente politica cattolica, dalla quale resta peraltro ben distinta l’altra componente di tradizione «catto­lico-democratica», che infatti subito si è riunita in un altro convegno, ed è anch’essa presente con un suo autorevole esponente nel governo Monti. Ma l’impraticabilità della linea emersa a Todi è dimostrata dal discorrere che ne hanno fatto gli stessi protagonisti in una riunione, questa volta non a porte chiuse, tenutasi pochi giorni dopo a Roma all’Istituto Sturzo. 

Lì è stato detto che la cosa riguarderebbe dieci milioni di cattolici, quanti sarebbero gli aderenti alle associazioni e movimenti presenti all’assemblea umbra, ma l’unico comun denominatore che si è riusciti ad indicare è quello di occupare il territorio della «pre-politica», magari con diramazioni capilla­ri in tutte le parrocchie, ciò che a qualcuno ha fatto pensare con nostalgia ai Comitati Civici. In tal modo paradossalmente questo ritorno dei cattolici alla politica si configurerebbe come un nuovo gigantesco «non expedit», che terrebbe dieci milioni di cittadini in una sorta di immunità dalla politica e di estraneità al diritto di concorrere a determinare la politica nazionale, come vuole l’art. 49 della Costituzione. Questa prospettiva sarebbe catastrofica per la Chiesa, che attraverso uno strumento tipo «Opera dei Congressi», non potrebbe che fare un lavoro di lobby, e priverebbe la società italiana dell’appor­to che in un momento così critico le potrebbe venire dal ricco pluralismo delle tradizioni cul­turali e politiche cristiane.

Il primo problema da dirimere sarebbe: che fare del governo Monti? Dopo i primi entusiasmi (lo stile! il decoro! l’onestà!, beni che sembravano perduti per sempre) sono cominciate infatti le riserve e le critiche. E soprattutto a sinistra è andata crescendo la linea che impicca il gover­no alla sua immagine di governo di banche, di capitali e di banchieri, e sostiene che non pos­sono fare i pompieri quelli che il fuoco lo hanno appiccato. Dunque per uscire dalla crisi provo­cata dai grandi poteri finanziari, dai «proprietari universali» e dai padroni dei debiti «sovra­ni» degli Stati, bisognerebbe cominciare col dire di no al governo Monti, che di quei poteri sa­rebbe mandatario ed espressione.

La risposta da dare al problema che così viene posto dipende dall’analisi che si fa. La prima analisi dice che siamo sotto attacco di poteri economici incontrollati, speculatori, tec­nocrati, finanzieri, creditori che pretendono una rendita stabile e sicura dai debiti sovrani che detengono, e che come in un immenso complot­to attaccano uno Stato dopo l’altro mandando a male i popoli per salvare solo se stessi. Se fosse così, l’unica risposta sarebbe quella di una op­posizione radicale, e anche Monti sarebbe il ne­mico da abbattere.

La seconda analisi dice invece che per scelte in­consulte fatte dalla politica, dalla «deregulation» di Nixon, di Reagan e della Thatcher fino alle leggi di Clinton che hanno tolto ogni controllo alla corsa dei prodotti finanziari derivati e ai mo­vimenti di capitali, affrancando la finanza dalla moneta e perciò anche da ogni dipendenza dal­le politiche monetarie dei governi e delle Ban­che centrali, il sistema è precipitato in una com­pleta anarchia;  e a questo punto invece di verifi­carsi quella virtuosità dei mercati lasciati a se stessi preconizzata dalla ideologia economica li­berista, si è verificato che l’accumularsi di deci­sioni individuali, di società, di gruppi, di inve­stitori al di fuori di ogni ragione e finalità co­mune, ha prodotto un risultato spontaneo che non è affatto di maggior benessere per tutti, ma di devastazione e impoverimento per tutti meno pochi. Ciò vuol dire però che non c’è alcun com­plotto: è quel capitalismo lì che funziona così, e anche il papa lo ha detto in Africa denunciando «la sottomissione incondizionata alle leggi del mercato o della finanza».

Ma se è vera questa seconda analisi, non è af­fatto inverosimile che banchieri, tecnocrati, ca­pitalisti, grandi borghesi, pur essendo espres­sioni del sistema, si siano resi conto dei demo­ni fatti uscire dalla bottiglia, e cerchino di ap­prontare dei rimedi e di mettere al riparo le proprie società ed il mondo. Ma allora, sostenendo Monti, ciò che veramen­te conta è di porre mano a costruire una vera alternativa. E questo non può che cominciare con il ristabilimento delle regole, dettate dal bene comune. Non può che ricominciare dall’opera di tanti piccoli lillipuziani, sindacati, popoli o partiti che siano, che di fronte al gigante Gulli­ver sbarcato con tutto il suo peso nella loro iso­la, rischiando di schiacciare la vita di tutti, lo leghino con tanti fili che, fino a quando non sia domato, gli impediscano di nuocere. Se non si lega, il gigante del capitalismo non potrà che schiacciarci.

 

Raniero  La Valle      Rocca 24/2011

 

 

La grande abbuffata di miliardi della FED

 Sedicimilamiliardi di dollari in prestiti senza interesse dagli USA alle grandi banche mondiali: come il PIL dell’intera Ue. Il Pil realizzato nel 2010 dai 27 paesi dell’Unione europea è stato valutato 16.106 miliardi di dollari. Quello dell’Italia 2.036 miliardi e del Belgio 461 miliardi (Fmi, World Economic Outlook Database, 2011). Ebbene, il rapporto dell’audizione ef­fettuata sulla Federal Reserve Bank, la Banca Centrale degli Stati Uniti, per la prima volta della sua storia, dal Gao (Government Accountability Office) degli Sta­ti uniti, reso pubblico alla fine di questo luglio, rivela un fatto a prima vista incredibile: la Federal Reserve Bank ha dato in segreto, tra dicembre 2007 e giugno 2010, a banche e imprese americane e non, prestiti per circa 16 mila miliardi di dollari senza interesse e a condizioni di rimborso del tutto fluide. Argomento: per «salvarle».

Altrimenti detto, è stato possibile per la più potente banca centrale del mondo stampare, all’insaputa del gover­no, miliardi e miliardi di nuovi dollari per salvare il capitale degli azionisti di banche e imprese che hanno fallito perché hanno commesso errori madornali unicamente per cercare di arricchirsi ulteriormente, e poi far pagare a miliardi di poveri cristi (operai, contadini, impiegati, insegnanti) at­traverso il mondo il costo del «salvataggio».

La lista degli istituti beneficiari figura a pagina 131 del rapporto. Eccone i principali: Citigroup (Usa): 2.500 mi­liardi di dollari (una volta e un quarto la ricchezza prodotta in un anno dall’Italia e quasi sei volte quella del Belgio), Morgan Stanley (Usa): 2.040 miliardi di dollari, Merrill Lynch (Usa): 1.949 mi­liardi di dollari, Bank of America (Usa): 1.344 miliardi di dollari, Barclays Plc (Re­gno unito): 868 miliardi di dollari, Bear Sterns(Usa): 853 miliardi di dollari, Gold­man Sachs(Usa): 814 miliardi di dollari, Royal Bank of Scotland (Uk): 541 miliardi di dollari, JP Morgan Chase(Usa): 391 mi­liardi di dollari, Deutsche Bank (D): 354 miliardi di dollari,UBS (Svi) 287 miliardi di dollari, Credit Suisse (Svi): 262 miliar­di di dollari, Lehman Brothers(Usa): 183 miliardi di dollari, Bank of Scotland (Uk): 181 miliardi di dollari, Bnp Paribas (F): 175 miliardi di dollari. E tanti altri.

La notizia toglie il velo, per l’ennesi­ma volta, a un sistema scandaloso. Non vi sono altri termini possibili. Essa interviene come una pugnalata alle spalle dei 2.8 miliardi di persone dette «poveri assoluti» (meno di 2,15 al giorno di «reddito») e delle centinaia di milioni di «nuovi poveri» (i working poors e i disoc­cupati/senza lavoro di lungo periodo) che in America del nord, in Europa e in Asia debbono accettare le drastiche riduzioni delle spese sociali. A questi miliardi di esseri umani si è as­sicurato, mentendo scientemente, che non ci sono stati né ci sono soldi per «salvarli». Anzi, come dimostrano gli sviluppi della «crisi» in queste settimane i potenti dicono agli sfrut­tati che devono essere loro a pa­gare se si vuole salvare il sistema. Si tratta di un comportamento «criminale». Vi sono i crimini di guerra contro l’umanità, vi sono i «crimini» economici contro la giustizia e la vita.

La notizia «parla da sé», non ha bisogno di commenti. Non posso evitare però di denunciare due fatti maggiori. Primo, la congiura del silenzio e della complicità sulle vere ragioni e dinamiche della crisi da parte di esperti ed economi­sti «ufficiali» (e sono legioni nelle migliaia di università e di istituti finanziari europei) e di dirigenti politici. Dall’esplosione della nuova crisi nel 2007, essi non fanno altro che ripetere, spesso con toni drammatici per meglio riscuotere l’adesione dell’opinione pubblica «terrorizzata» dall’idea di perdere i propri soldini, che finirà proprio così se non si farà quello che dicono i dominanti. Si dilettano a disquisire, ripetendo tutti le stesse litanie e formule, di fremiti di cre­scita del Pil, di tassi d’interesse, di rating, di debiti e d’indebitamenti, di prestiti di ulti­ma istanza tra le banche centrali e i grandi finanzieri del Tesoro, di default. Ma non parlano mai, nemmeno una pic­cola parola, del fenomeno imperiale Usa.

Che la Banca centrale degli Stati uni­ti abbia potuto fare quello che ha fatto è scandaloso non solo sul piano etico, socia­le ed economico, ma soprattutto sul piano politico e per due ragioni. Anzitutto è inaccettabile, per la demo­crazia e la giustizia sociale, che un organo tecnocratico come la Federal Reserve Bank sia politicamente autonoma dal governo e dal Congresso degli Stati uniti. Anche ammesso che non lo abbiano saputo, questo significa che il governo e Congresso sono, a ogni modo, responsabi­li politicamente delle azioni della Federal Reserve Bank. Ma non è successo nulla. Nessuno, alla Federal Reserve Bank, al go­verno, al Congresso ha dovuto rispondere del malfatto.

Si tratta, inoltre, di un fatto politica­mente scandaloso perché esso dimostra che i poteri forti finanziari ed economici del mondo riconoscono alle forze finanziarie e politiche degli Stati uniti potere di decidere, nei loro interessi, a nome e per il mondo. In questo senso, l’egemonia imperiale mondiale delle forze finanziarie Usa&Co è di natura criminale. L’assurdità dell’indipendenza politica della Banca centrale europea esplode agli occhi di tutti in maniera crudele. Eppure, i nostri dirigenti continuano a parlare di «democrazia partecipativa», o partecipazione dei cittadini agli affari pub­blici. Stanno prendendo in giro miliardi di persone, sapendo di farlo. Secondo, gli ultimi sviluppi hanno mes­so a nudo il fenomeno imperiale finanziario mondiale Usa&Co. In particolare per via della potenza acquisita dalle tre principali compagnie mondiali finanziarie private di notazione (rating) , tutte e tre americane, e impregnate dal vangelo della teologia uni­versale capitalista.

Condannate al rogo nel 2008 perché accusate -a ragione- di aver contribuito all’esplosione della crisi, appena tre anni dopo dominano la scena economica e fi­nanziaria mondiale, «giudicano» gli stati e le loro politiche, «terrorizzano» i governi, persino quello degli Stati uniti. Gli economisti e dirigenti politici si ar­roccano nella loro congiura del silenzio e della complicità «pontificando» all’infinito sulle regole dei mercati finanziari, sulle tec­niche di indebitamento e rimborso, sugli strumenti finanziari e gli eurobond, sugli stati d’animo delle tre società di rating, ma non parlano mai di capitalismo. Si com­portano come se la crisi non avesse nien­te a che vedere con il capitalismo. Danno l’impressione che il capitalismo non esista.

Ora, è proprio il sistema capitalista fi­nanziario mondiale da loro voluto e im­posto (libertà del capitale, autoregolazio­ne dei mercati finanziari, esaltazione dei prodotti finan­ziari altamente speculativi, indi­pendenza politi­ca delle banche centrali dai poteri politici ma loro subordinazione ai mercati, demo­nizzazione della spesa pubblica, dogmatizzazione del rendimento delle azioni) a essere all’origine e a fungere da teatro delle crisi che stanno devastando da almeno quaran­tanni l’economia mondiale, le risorse del Pianeta e il «fare società».

La semplice verità, di cui i gruppi domi­nanti sono coscienti ma che tuttavia non possono nascondere, è che non si uscirà mai dalle crisi del capitalismo e dai suoi effetti mortiferi senza interrarlo definitivamente. Invece, i gruppi egemonici mondiali accu­sano la spesa pubblica di essere l’Adamo e l’Eva della crisi dell’economia mondiale. Di fronte a siffatta situazione, noi citta­dini, in particolare noi europei che affer­miamo di avere ancora nella cultura poli­tica un’affezione per la giustizia e la libertà nell’uguaglianza, dobbiamo dire una volta per tutte «basta». «Basta» alla capacità di agire dei veri predatori della res publica dei nostri paesi e del Pianeta che sono gli attori finanzia­ri, industriali e commerciali attuali. «Ba­sta» anche a governi come quello italiano e a chi fa il bello e il cattivo tempo nelle Borse del mondo. Questi dirigenti devono andarsene o essere cacciati via. Non sono i conti pubblici che devono essere rimes­si in ordine (dichiarazione del segretario di Stato al Tesoro degli Stati uniti del 7 agosto 2011, il quale ha volontariamente dimenticato i subprimes americani), ma i conti del capitalismo.

 

Riccardo Petrella     in   Dialogo 94/2011

 

 

Tagliare i caccia-bombardieri F-35 si può

“Non credo proprio che sarà così” pare abbia detto il neo ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, a chi gli chiedeva se i “sacrifici” imposti dal Governo avrebbero riguardato anche le spese militari. “La crisi non fa venire meno funzioni fondamentali come la Difesa”. E i pacifisti potranno pure avere il diritto di esprimere la propria opinione ma “che sia corretta è da vedere” ha concluso il ministro. Su questo tema il caso emblematico è quello dei cacciabombardieri d’attacco Joint Strike Fighter F-35, il programma militare più costoso della storia guidato dagli Stati Uniti in compartecipazione con altri 8 Paesi tra cui l’Italia (che è partner di “secondo livello” come la Gran Bretagna).

Da tempo e da più parti si chiede che questa spesa (i conti parlano per l’Italia di almeno 15 miliardi di euro in 11 anni) sia cancellata, o almeno ridotta, anche perché le stime di costo per ciascuno dei 131 velivoli che il nostro Paese si è impegnato ad acquistare hanno sfondato tutte le previsioni iniziali. “Impossibile – è la risposta più utilizzata -: il prezzo delle penali sarebbe maggiore della fattura di acquisto”.

La documentazione ufficiale dell’operazione si trova sul sito www.jsf.mil. Da questa si evince qualcosa di ben diverso: l’uscita del nostro Paese dal programma non comporterebbe oneri ulteriori rispetto a quelli già stanziati e pagati per la fase di sviluppo e quella di pre-industrializzazione. Lo prevede il “Memorandum of Understanding” del Joint Strike Fighter (in pratica, l’accordo fra i Paesi compartecipanti) sottoscritto anche dall’Italia con la firma apposta il 7 febbraio del 2007 dall’allora sottosegretario Giovanni Lorenzo Forcieri (governo Prodi). La sezione XIX del documento (l’ultimo aggiornamento ufficiale di fine 2009 è scaricabile qui a lato) stabilisce che qualsiasi Stato partecipante possa “ritirarsi dall’accordo con un preavviso scritto di 90 giorni da notificarsi agli altri compartecipanti” (par 19.4). In tale evenienza il Comitato Esecutivo del Jsf deciderà i passi successivi e il Paese che ha deciso di lasciare il consorzio continuerà a fornire il proprio contributo, finanziario o di natura operativa, fino alla data effettiva di ritiro.

Il Memorandum mette comunque al riparo tale mossa da costi ulteriori. In caso di ritiro precedente alla sottoscrizione di qualsiasi contratto di acquisto finale degli aerei nemmeno i costi di chiusura della linea produttiva, altrimenti condivisi, potrebbero essere imputati (par. 19.4.2) e “in nessun caso il contributo finanziario totale di un Paese che si ritira – compresi eventuali costi imprevisti dovuti alla terminazione dei contratti – potrà superare il tetto massimo previsto nella sezione V del Memorandum of Understanding” (par. 19.4.3). E cosa stabilisce questa sezione? Che i costi non-ricorrenti e condivisi di produzione, sostentamento e sviluppo del progetto siano distribuiti, secondo tabelle aggiornate a fine 2009, in base al grado di partecipazione al programma di ciascun Stato. Per l’Italia ciò significa, nell’attuale fase (denominata “PSFD”: Production, Sustainment, Follow-on Development), una cifra massima totale, calcolata a valori costanti del dollaro, di 904 milioni. Niente di più, in caso di ritiro prima di un qualsiasi contratto di acquisto dei velivoli. Addirittura agli Stati Uniti è concesso, nel paragrafo 19.7, un ritiro unilaterale dal programma sebbene il totale previsto di 2.443 aerei da acquistare (cioè il 75% del totale) impedisca nei fatti di compiere tale scelta.

Proprio sulla base di queste parti dell’accordo Norvegia, Canada, Australia e Turchia hanno di recente messo in discussione la loro partecipazione al programma, in qualche caso arrivando a una vera e propria sospensione.
Alle spesa che l’Italia ha già pagato per il programma Jsf occorre aggiungere inoltre il miliardo di euro circa pagato per la precedente fase di sviluppo SDD (System Development and Demonstration) e i circa 800 milioni (di euro) previsti complessivamente ed in autonomia per l’impianto Final Assembly and Check Out (Faco) di Cameri. L’insediamento costituirà il secondo polo mondiale di assemblaggio degli F-35, ed è stato voluto fortemente dal governo italiano in cooperazione con i Paesi Bassi. Cameri è la sede in cui Alenia (un’industria privata in un insediamento produttivo pubblico) dovrebbe costruire le ali (ma solo quelle sinistre) del velivolo. L’appalto è stato assegnato alla società controllata da Finmeccanica per sub-contratto. Fatti due conti, il totale degli oneri già determinati a carico del contribuente italiano ammonta a 2,7 miliardi di euro. E ci si potrebbe fermare qui.

La situazione sarebbe completamente diversa in caso di sottoscrizione già avvenuta del contratto di acquisto degli aerei: non più un accordo tra Stati partner per la suddivisione di costi di un progetto congiunto, ma vero e proprio ordine di acquisto inoltrato all’azienda capo-commessa Lockheed Martin. In tale caso l’investimento andrebbe a lievitare sia per il costo in sé dei 131 velivoli previsti, sia per le penali in caso di ritiro che sicuramente l’impresa Usa non mancherebbe di esplicitare. Per questo Lockheed Martin ha cercato, negli ultimi anni, di premere per la costituzione di un consorzio di acquisto tra alcuni dei Paesi del progetto.

Già dal 2007 i manager del board JSF hanno incoraggiato, con la promessa di prezzi più bassi, i partner a sottoscrivere contratti di acquisto. Ma questa ipotesi prevedeva sanzioni: qualsiasi cliente avesse annullato o ritardato le consegne avrebbe dovuto compensare gli altri membri del consorzio per l’aumento dei costi unitari derivanti. Una spada di Damocle che non è piaciuta a nessuno, tanto che fonti del governo australiano hanno dichiarato “morta” la trattativa già a fine 2009. Fonti militari ci confermano oggi che nemmeno lo Stato italiano, dopo il Memorandum del 2007, ha firmato ulteriori accordi a livello governativo.

L’impatto per le nostre tasche sarebbe ben diverso se l’Italia continuasse sulla strada intrapresa, arrivando a firmare un contratto con Lockheed Martin. L’ultima “Nota aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa” disponibile (quella per il 2011, perché nella Legge di Stabilità di fine anno del governo Berlusconi nessun dettaglio è riportato, nemmeno per i tagli lineari già previsti dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti) stanzia per tutta la fase di acquisto dei 131 caccia ipotizzati, da completarsi nel 2026, un costo complessivo di 13 miliardi di euro. elaborata dai tecnici del programma; ciò significa che la fattura per l’Italia (compresi anche i propulsori, pagati a parte) potrebbe tranquillamente ammontare – e stiamo parlando di stime in continua crescita – ad almeno 15 miliardi di euro. Soldi da pagare in corrispondenza dei singoli contratti d’acquisto, spalmati su più anni. Senza contare che, in particolare per i progetti aeronautici, i costi maggiori si hanno con il mantenimento e la gestione dei velivoli.

In realtà le più recenti stime basate sui dati del Pentagono proiettano il costo finale di ciascun esemplare a più del doppio dell’ipotesi iniziale Dando retta alla tabella che distribuisce la produzione dei velivoli per singolo anno e singolo Paese, invero un po’ datata, l’Italia dovrebbe iniziare ad acquistare aerei nel 2012 (4 esemplari) per finire nel 2023 (10 esemplari con picco di 13 aerei tra il 2016 e il 2018). Le consegne effettive sono previste due anni dopo la firma di ciascun contratto. Proiettando il tutto in termini monetari ciò comporterebbe un costo dai 460 ai 1.495 milioni di euro all’anno da qui al 2023, con un costo medio annuale di almeno 1.250 milioni.

Eppure sarà difficile vedere un “dietro-front” del nostro Paese su questo progetto, almeno per mano del Governo “tecnico” attualmente in carica. È stato infatti proprio l’attuale ministro della Difesa Di Paola a firmare, con una cerimonia a Washington nel giugno 2002, l’accordo per la partecipazione italiana da un miliardo di euro alla prima fase SDD (come si vede nella foto accanto, diffusa dal Dipartimento della Difesa USA e disponibile sul sito del progetto JSF). Secondo il direttore del programma JSF del tempo Jack Hudson, l’ammiraglio Di Paola (a quell’epoca Segretario generale della Difesa) è stato un “formidabile sostenitore per il Jsf in Italia; la sua appassionata energia e la sua visione sono state di valido aiuto per il completamento dei negoziati”. Peccato che, durante i discorsi ufficiali, Di Paola non sia stato buon profeta nell’affermare che con il Jsf si sarebbe sperimentato un nuovo approccio al procurement militare ottenendo alti risultati “con un’attenzione stringente al controllo di costo”. La crescita vertiginosa del prezzo ha dimostrato ben altra realtà.

Visto che la “foglia di fico” delle penali si è rivelata solo fumo negli occhi, sarebbe il caso di mettere realmente in discussione un programma che ci costerà circa oltre un miliardo di euro all’anno solo per l’acquisto degli aerei, poi da mantenere. Nemmeno la giustificazione del ritorno industriale pare plausibile (si favoleggia del 75% dell’investito) e soprattutto sono da ridimensionare fortemente le stime occupazionali legate alla partecipazione dell’industria italiana al progetto. Le parti sociali, in particolare sindacali, hanno stabilito in 200 (più 800 nell’indotto) i posti di lavoro creati, mentre il ministero della Difesa prevede 600 occupati alla struttura FACO di Cameri. Non certo i 10.000 impieghi raccontati per anni da politici e manager compiacenti con il programma. Studi recenti dimostrano che spostare un miliardo di dollari dalla Difesa al comparto delle energie rinnovabili aumenterebbe del 50% il tasso di occupazione: addirittura del 70% se re-investiti in ambito sanitario.

Un mondo senza conflitti, secondo i calcoli dell’australiano Institute for Economics and Peace che elabora il Global Index of Peace avrebbe creato un valore economico positivo di 8.000 miliardi di dollari, con un terzo di questa cifra derivante dalla riconversione dell’industria bellica.

 

 Francesco Vignarca       da   altreconomia.it

 

vedi: Soldi rubati

 

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