Una lenta catastrofe si svolge sotto i nostri occhi, in quello che con stanca ironia continuiamo a chiamare il Bel Paese. È l’irreversibile distruzione della bellezza dei nostri paesaggi, storici e naturali. Tutto il mondo sa che non c’è paesaggio italiano che non abbia nutrito fioriture d’arte, a partire dalla Toscana dei Macchiaioli, dove i litorali stanno diventando agglomerati di seconde case, residenze e lottizzazioni sempre più invendute , dove si spacca San Gimignano per una tangenziale, dove dalla sera alla mattina le raffiche di casette a schiera dei geometri deturpano le colline senesi dipinte da Simone Martini e cantate da Mario Luzi, dove l’autostrada Spaccamaremma ha i suoi cantieri aperti e dove in aree che appartengono a riserve naturali di Stato si sposta addirittura la foce di un fiume per dar luogo alla speculazione. 

PARLO della Toscana perché è la regione che conosco meglio, ma lo stesso vale per i litorali dalla Liguria alla Calabria, dove si progettano e si eseguono sempre nuovi porti turistici, al punto che presto in certe aree saranno fitti come fossero distributori di sigarette (…). I pessimi governi e le amministrazioni criminose – tristemente bipartisan – del territorio passeranno: le devastazioni resteranno, per sempre. (….) Quando parliamo di dissipazione della bellezza non parliamo soltanto dei paesaggi naturali e storici, ma naturalmente anche del patrimonio artistico e culturale. Parliamo
di Pompei che frana in polvere. Parliamo delle povere, antiche ossa di questo nostro Paese, che si stanno sbriciolando. Parliamo del nostro passato. E quindi delle nostre radici, che Simone Weil definiva “il bisogno più importante e più disconosciuto dell’anima umana”. Lo stiamo gettando via, e non perché abbiamo perduto una guerra! Non del solo passato parliamo, naturalmente, ma del presente e del futuro, quando si pensi a espressioni di stupidità non sai se più demenziale o più proterva, come “la cultura non si mangia”, le quali determinano intere politiche di spesa pubblica sulle istituzioni che fanno civile un Paese, dai teatri alla vita artistica e musicale. Ma se parliamo di bellezza, parliamo anche di quella che può distinguere l’uso parlato e scritto di una lingua: la nostra lingua di fuoco e di grazia, la lingua di Dante e di Luzi, di Galileo e di Beccaria, e anche solo di Calamandrei o di Pasolini. La sentiamo umiliata in tutto lo spazio pubblico e televisivo, ridotta al gergo da suburra dei faccendieri che fanno l’agenda politica dei governi.

E INFINE, quando parliamo di bellezza, parliamo anche di una qualità di valore dei costumi: parliamo del decoro, l’aspetto visibile di quella “disciplina” e di quell’“onore” che il famoso articolo 54 della nostra Costituzione, ormai non a caso a tutti noto, esige dai cittadini che esercitano funzioni pubbliche. Su questo punto bisognerebbe costruire una Antologia della Turpitudine, che resti a monito delle future generazioni e a memoria nel nostro presente. Non sarebbe difficile. La stampa nazionale e in alcuni casi mondiale è piena di immagini che in ogni rispetto, credo, costituiscono un fenomeno nuovo nell’iconografia della vita politica occidentale. Nella prima scena di questa Antologia si potrebbe contemplare un Presidente del Consiglio italiano in posa con un gruppo di ragazzi e ragazze di un’associazione di volontariato, che ha indotto a imitarlo in un gesto scaramantico che dà nel fescennino, o forse nel più squallido avanspettacolo. Nel secondo mistero si contempla un ministro della Repubblica con il dito medio della mano proteso in un gesto ancora più irriferibile, rivolto peraltro a un cittadino che, nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, aveva osato cantare una canzone all’Italia in sua presenza. Nel terzo mistero si contempla lo stesso ministro della Repubblica mentre, in canottiera, barrisce e rutta. E le altre scene le lasciamo da comporre ai lettori e ai comici che grazie al cielo continuano a prosperare in questo Paese. (….)

Ora, uno scopo pratico, e più precisamente morale e civile, di questo scorcio di Antologia della Turpitudine sarebbe di offrirsi a una sorta di nuovi esercizi spirituali, mirati a spaccare anche a colpi di piccone questa coltre di indifferenza che come vedremo è una vera e propria forma di autoanestesia, sintomo di una profonda depressione psichica, di cui ancora siamo troppo inconsapevoli. Sono gli esercizi spirituali del disgusto, oggi più che mai necessari come esercizi di conoscenza approfondita del disvalore.

 

Roberta De Monticelli         il Fatto Quotidiano  17 novembre 2011

vedi: Il suicidio morale dell’Italia

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